venerdì 9 febbraio 2007

L'ORIGINE DEL MUNACIELLO


Immagine tratta da: -ladridinani-. Collezione privata.


L’ORIGINE DEL MUNACIELLO

I FANTASMI DI NAPOLI. “Sono quasi tutti innamorati. Dietro a ciascuno di loro storie struggenti e dolcissime, crudeli, consumate nella cornice nobile o popolare della Napoli magica. “ M. Serao.

Una paura terribile, il cuore in gola; gli occhi del vicolo – i mille occhi dei mille vicoli, senza volto, senza espressione-, tutti gli occhi fissi su di lui, che scivola via, di nascosto, di corsa.
Ogni notte. Ogni notte di corsa. A perdifiato. E tutte le notti per vedere la sua donna.
Ogni notte. Per perdersi nelle braccia della sua amante.
Ogni Santa notte. Fino a quando un pugnale infilato nella sua schiena rompe l’incanto.
Fino a quando la morte cancella la sua tenera ed infinita storia d’amore.

Anno 1445. Napoli. Una delle tante storie d’amore contrastate, di quelle che se ne vedono e se ne raccontano per Napoli, e in tutte le altre città, da sempre, per sempre.
Stefano Mariconda, giovane e nobile s’innamora della figlia di un mercante di stoffe, Caterinella Frezza.
Il loro amore viene duramente contrastato dalle rispettive famiglie. Ma i due continuano a vedersi, su un terrazzo buio ed appartato del quartiere dei Mercanti. Ogni notte. Fino a quando Stefano Mariconda viene barbaramente assassinato.
Nessuno rimuove il suo corpo che resta ad imputridire in quel buio vicolo che fino a pochi giorni prima era stato il castello dove due ragazzi, re e regina, consumavano i loro convegni d’amore.
Caterinella Frezza fugge di casa e si nasconde in un convento.
Una storia comune, tipica di quei tempi. Niente di nuovo.
Dopo alcuni mesi Caterinella mette al mondo un bambino, figlio suo e di Stefano.
Le suore adottano il piccolo. Cresce pochissimo, ha una testa troppo grande e mostruosa per un corpicino piccolo e fragile. E poi… quel vestito! Caterinella e le suore gli cuciono addosso un abito nero e bianco, da piccolo monaco.
Ci vuole poco. Nei vicoli, per le strade cominciano a chiamarlo “lu munaciello”. E cominciano ad attribuirgli poteri magici, soprannaturali. Se il piccolo indossa un cappuccio rosso, allora è buon augurio, dalla giornata ci si può attendere il meglio. Ma, “Chiudersi in casa, sbarrare la porte, e non fare entrare nemmeno l’aria, se Lu Munaciello indossa la scazzettella negra!!!”.
Lu Munaciello porta disgrazia.
“Era lui -racconta Matilde Serao nelle LEGGENDE NAPOLETANE- che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi; lui che vi portava la febbre e la malasania; lui che guardando nei pozzi guastava e faceva imputridire l’acqua; lui che toccando i cani li faceva arrabbiare; lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli”.
Di casa in casa, di basso in basso, di bocca in bocca, la leggenda del munaciello fortunato o maledetto non poteva portare che allo stesso tragico epilogo.
Il piccolo, come suo padre è ucciso in circostanze misteriose.
Da allora la sua ombra, il suo spirito si aggirano per i quartieri del centro antico, da Toledo ai Tribunali, dalla Sapienza a Foria, passando per i cupi bassi della Vicaria, di Mercato, di Porto, di Pendino.
“Dove è stato visto -scrive Donna Matilde-, s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonachella nera, lì ricompare nella medesima parvenza pel terrore delle donne, dei fanciulli, degli uomini”.
Se in qualcuno degli antichi e lugubri edifici del centro storico si vedeva, e si vede, a notte avanzata, una striscia di tela che scendeva giù dalla finestra, e poi risaliva, se si sentiva un guaito od altro misterioso rumore; senza dubbio in quella casa “ce steva lu munaciello”.
Quando cominciava a fare i capricci c’era da disperarsi. Ma se si giungeva a togliergli la scazzettella, il colpo era fatto; per riaverla era anche disposto a regalare una manciata d’oro.
Quando prendeva a proteggere qualcuno -spiega Luigi Correra in un piccolo saggio pubblicato alla fine dell’ottocento nell’ARCHIVIO DI TRADIZIONI POPOLARI di Giovan Battista Basile- allora la casa “annunnava comme ll’oro” il che avveniva quando nella casa c’era qualche fanciulla di cui il folletto s’innamorava.
Si trovavano in casa oggetti senza sapere donde fossero arrivati e spesso anche delle belle vesti per l’amata donzella. “Sovente, quando ella saliva nel suppegno della casa, s’imbatteva in un vago fanciullo che la invitava a giocar seco con dei quattrini e poi, da vero cavaliere, gliene faceva presente……”.


Col. Douglas Mortimer

Pesci di città.

Si pettinava alla garcon,
la viaggiatrice che volle insegnarmi a baciare
nella Gare de Austerlitz

primavera di un amore
giallo e frugale come il sole
dell’estate di San Martino

C’è chi dice che sono stato io
il primo a dimenticare
quando in un SI bemolle di Jaques Brel
conobbi la signorina Amsterdam

Nella fatua New York
la statua della Libertà
da più ombra che i nostri limoneti

però in Desolation Row
la sirena dei petrolieri
non lasciava ne ridere ne volare

e, nel coro di Babele
stona la voce di un italiano
non c’è altra legge che la legge del tesoro
delle miniere del re Salomone

e il mio cuore, sfidando le onde
senza timone ne timoniere,
nei miei sogni viaggia, leggero di bagaglio e
sopra un guscio di noce,
mostrando i tatuaggi
di un passato bucaniere
di un veliero all’abbordaggio
di un non ti voglio amare…

E come scappare
quando non rimangono isole
sulle quali naufragare
nel paese dove i saggi
evitano cercar labbra
che fanno impazzire,
menzogne che hanno giudizi
così sommari che inviliscono
il cristallo degli acquari
dei pesci di città

che morsero l’amo
che sommozzano a filo terra
e che non meritano nuotare.

Il Dorato era uno shampoo
la virtù, delle braccia incrociate
il peccato, una pagina web

A Macondo mi resi conto
che nel posto dove sei stato felice
non dovresti mai cercar di tornare.

E quando in un volo di linea
pigiai il cielo di Milano
mi aspettava una appena sposata
che non si ricordava di me

e il mio cuore, sfidando le onde
senza timone ne timoniere,
nelle mie vene viaggia, leggero di bagaglio e
sopra un guscio di noce,
mostrando i tatuaggi
di un passato bucaniere
di un veliero all’abbordaggio
di un reggicalze nero…

Liberamente tradotto da Indio. "Peces de ciudad" di Joaquin Sabina

Benvenuto al Gran Maestro

Un calorosissimo BENVENUTO al nostro beneamato Gran Maestro! Viva Utopia Island! viva la libertà, viva l'anarchia e perchè no.......viva la figa!!

giovedì 8 febbraio 2007

OLTRE DIO


(foto Archivio Warner Bros. Pictures)

OLTRE DIO? IMPOSSIBILE C’E’ PAR CONDICIO


Così per caso.
Gli capitò una banconota di mille lire e con una magia di prestiti, interessi e tempi di rientro se ne trovò due. Poi ci riprovò e diventarono quattro. E così via.
Fino a che, preso dalla curiosità trovò un libro di algebra ed andò a cercare la spiegazione a quello che stava succedendo.
Moltiplicazione esponenziale. Un numero primo moltiplicato per sé steso raddoppia, poi raddoppia ancora poi ancora e di nuovo. Così fino all’infinito.
Solo che, nella strada verso l’infinito, ad un certo punto ti trovi nel salotto una piscina regolamentare piena di banconote da mille, e tu ci fai il bagno la mattina.

Dopo qualche nuotata l’Uomo si accorse che Paperone aveva torto ed i soldi è bello spenderli e trasformarli in cose. Così comprò tutto. Oggetti nuovi, cari, lussuosi e un po’ cafoni e, quando ebbe tutto, fece un grande falò, li bruciò e ne ricomprò altri; nuovi, cari, lussuosi e un po’ cafoni, ma di differente colore.

Ma, alla fine si scocciò di possedere oggetti e decise che sarebbe stato più carino possedere persone. Così comprò gruppi di uomini. Gruppi di sportivi con allenatori e tifosi, gruppi di musicisti e di cantanti, di presentatori e di ballerine, di Colonnelli del tempo e di comici, e gruppi di attori, registi, muratori, calzolai, attrezzisti, trapezisti, giocolieri, mendicanti, impiegati e massaie.
E si divertiva così.

Ma, alla fine pensò che possedere tanti uomini non gli sarebbe servito a molto se ognuno era libero di andare dove voleva e di abitare dove gli piaceva. Così comprò un gruppo di ingegneri e di muratori, e fece costruire un muro altissimo, che si vedeva dalla luna (anche questo!).
Dentro ci fece fare la sua città, sul modello americano; villette basse, giardini posteriori con barbacue e piscina, e avanti dei bei prati senza recinti e con l’erba tipo campo da tennis. Non c’era un filo di gramigna e non c’era un bruco, perché lui comprò anche l’ALT per gli insetti dannosi e le mosche.
Nella sua città non c’erano strade ma viali alberati e le macchine si cambiavano quando scadeva il leasing. Non pioveva mai e le piante le innaffiavano degli operai che vivevano in un grattacielo detto “il ghetto” o “Harem minore”.
Gli uomini erano tutti impiegati e vestivano Tecnocasa. Le donne tutte bone, con tette grosse e gambe volgari. Quando cominciavano a sfiorire venivano portate nell’Harem minore. Quando nasceva un bambino era sempre biondo, ottimista, ariano.
Lui si fece costruire un grande teatro e ogni giorno si godeva i balletti, rideva dei suoi comici, guardava la sua squadra e si commuoveva ai film che raccontavano le storie che aveva scelto.

Ma, alla fine neanche questo gli bastò. Pensava: “Che me ne faccio di questa felicità se gli altri non possono esserne invidiosi?”
Così stabilì coi sui ingegneri un sistema per arrivare nelle case di ognuno dei suoi concittadini. In tutta la sua Nazione, uno per uno, all’ora di cena.
Questo sistema si chiamava Rete o Network.
Seduti a tavola, con una fettina per uno e un pacco di patatine condiviso, dovevano vedere in una finestrina luminosa le gioie e i fasti dell’ Uomo che moltiplicava i biglietti da mille.
Così tutti i cittadini il lunedì riflettevano sulle sorti del mondo, il martedì si commuovevano ad una storia d’amore, il mercoledì partecipavano ad una gara di solidarietà il sabato ridevano e la domenica guardavano l’ Uomo e le sue gesta e la sua squadra sportiva.


E anche questo alla lunga gli venne a noia.
Quindi andò dalla sua squadra e disse. “Voglio giocare anch’io, e voglio fare il capo”.
Loro risposero: “Va bene, ma chi fa il capo lo decide il Mister”.
Al che lui rispose: “No, no, e poi no! Battendo il piede a terra. Il pallone lo porto io e decido io chi fa il capo. Altrimenti non gioco più!”.
E preso il Super Santos sotto il braccio sinistro, -salì dal campo-.
“E va bene, fai tu il capo”.
“Allora visto che sono io il capo, decido così:
1 Io sono il capo, decido tutto io e gioco io. Voi mi passate la palla.
2 I nostri avversari devono essere intelligenti ma non tanto perché devo vincere sempre io.
3 Io non sbaglio mai. E se dovessi sbagliare sono gli altri ad avere sbagliato a dire che sbaglio.
4 Il pallone lo porto io. Quindi io decido le regole e stabilisco quando si comincia e quando si finisce. Altrimenti mi riprendo il pallone e non gioco più.
5 Io, che sono molto furbo, ho comprato tutti i Super Santos della Nazione. O giocate con me alle regole mie, o non giocate più.
6 Varie ed eventuali.

Così fu. Ma alla fine tutto diventava noioso, quindi ogni tanto qualcuno notava l’Uomo che moltiplicava i biglietti da mille, che guardava il cielo, specialmente di notte.

Stava aspettando quella giusta per andare in un campo magico, nei pressi di Avellino, indossare il costume azzurro col mantello azzurro e la grande ESSE giallo saetta sul petto.
Poi, mettersi in piedi al centro del campo inondato di luna, allungare il braccio destro col dito puntato a terra e il sinistro verso il cielo e partire come un razzo verso il Pianeta.

Il Pianeta del Lampionaio.

Una volta giunto sedersi ed aspettare. Il Lampionaio, come si sà, doveva accendere un unico lume la sera e spegnerlo la mattina. Quando si fosse seduto lui gli avrebbe detto: “Insegnami a spegnere le stelle. Ma non tutte insieme, una per volta.
Hai capito bene. Una sola alla volta. E’ essenziale. Ne spengo una, mi riposo poi ne spengo un’altra”,

Ottenuto il segreto si sarebbe recato dal suo Dio e gli avrebbe detto, dandogli il Lei:
“Mi consenta di vivere il tempo necessario per spegnere tutte le stelle”.


Col. Douglas Mortimer

ORDINARIA FOLLIA


ORDINARIA FOLLIA
Una storia inventata

Chi arrobba sti occhj toj n’se chiamma ladre
Se chiamma juvinott sfurtunat!

Il tempo è incerto questa sera a Cozzano, periferia di Napoli. Forse piove.
Il gruppo accorda gli strumenti e alcuni parlano tra loro aspettando l’ora e l’audience.
Suonano musica etnica. Sono molti, hanno le ballerine vestite come pacchianelle.
Chitarra battente, chitarra arpeggiante, la fisarmonica, la tromba, diverse tammorre la voce femminile, il leader del gruppo.
Ai piedi del palco, i bottari, gente del quartiere, facce di queste parti, con una passione diversa dal motorino e la macchina.
Il cielo scurisce ma continua ad arrivare gente e tra poco inizierà lo spettacolo.
Il palco è illuminato dalla solita filiera di fari colorati e da cornice fanno tre palazzoni grigi con molte verande e antenne paraboliche. Nello spiazzo, macchine parcheggiate, alcune sotto le cappottine, altre bruciate. Motorini sparsi, tutti fiammeggianti e metallizzati.


All’interno del palazzo da sfondo. Terzo piano, un pianerottolo qualunque, un alloggio come gli altri. Tre camere semivuote, con solo un enorme televisore e la playstation poi DVD porno, un tavolo, delle sedie molte sigarette, alcune canne fumate, un tiro.
Quelli della Paranza stanno ancora avanti allo schermo; fumano, tirano, bevono. Oggi è il giorno e devono “trovare il coraggio”.
Poi cominciano a vestirsi. Pantaloni di pelle o jeans, magliette, giubottoni neri per nascondere il Ferro, scarpe da ginnastica, caschi integrali.
Nessuno dice all’altro l’ angoscia che deve pur avere.
Forse no. E’ il loro lavoro.


La gente arriva, si comincia con una Tarantella del Gargano, poi subito la Tammurriata Nera, per scaldare gli animi. Le ragazze scendono tra il pubblico e non hanno difficoltà a trovare qualche partner che insegua i loro passi nelle danze popolari.
Il brano inizia lento, un lamento, chitarra arpeggiante e voce, poi sale e entrano gli strumenti. La chitarra battente e timidamente le tamborre, poi la fisarmonica. Cresce e le ragazze aumentano la velocità dei giri, poi ancora, poi ancora.


L’obiettivo è ancora dietro al banco. Negozio TIM. Il suo padrone è diventato suo socio. Non ha importanza se qualche parente ha sgarrato, il suo socio è un lavoratore, una persona perbene. Poi lui si è sposato da poco ed ha da qualche mese una bella bambina. Otto ore al negozio, poi in un call center, ma alla fine, il premio.
Il ritorno a casa dalle sue donne. Il Paradiso, la Fortuna nell’inferno di Cozzano, 70 metri quadrati di delicatissima e dolce felicità. Per poche ore, è vero, ma tanto basta. E solo qualche parente stretto e qualche amico che non sarà poi invidioso, solo loro possono entrare nel regno. E’ un equilibrio perfetto di quelli che durano per tutta la vita. Si sono sposati per amore, hanno realizzato il sogno della loro casetta, la festa per sempre. Tre camere e una cucina, una veranda e una vecchia utilitaria.
E poi una sera lei gli dice che è in arrivo il loro Angelo.
Lui lavora più del dovuto, ma trova al ritorno sua figlia e la vede crescere, imparare cose, vede i suoi amici migliori, la sua compagna per la vita.
Questa sera aspetta solo di chiudere. A casa ci sono i ragazzi con cui è cresciuto. Anche loro con le famiglie.
Ceneranno insieme, poi qualcuno aprirà una bottiglia di spumante mentre l’Angelo si sveglierà e si metterà a piangere per il botto. I bambini faranno rumore e, se si affacceranno alla veranda potranno vedere il concerto.


Polizia da tutte le parti. Il ritmo cresce e adesso suonano tutti gli strumenti in orchestra. Alla voce femminile fa da controcanto il coro, quando le voci tacciono è il tempo della tromba. La gente smania. Neanche i più anziani riescono a rimanere fermi. Il ritmo è un’onda che sale su dai piedi. Prima una gamba che non riesce a stare ferma, poi entrambe e quando provi a distrarti o ti soffermi su un solo strumento o su una ragazza che balla, allora vibri tutto e non te ne accorgi che dopo quando, tutto vergognoso ti guardi intorno per vedere se qualcuno ti ha visto.
STOP: silenzio.
Si ferma all’improvviso. Quelli più avanti possono capire, gli altri no.
Il direttore dei bottari si allontana, il coro lo guarda fisso. Pronti.
Silenzio totale. Tempo sospeso.
Temporale in arrivo.
Il ragazzo allarga le braccia e fissa i suoi percussionisti che lo guardano di rimando.
Salta. Cade, sbatte le braccia, e riprende la musica al ritmo delle botti e delle tianelle.
Adesso è fortissimo, con la potenza e la velocità dei bassi… le botti donano alla tamurriata una gravità, la pesantezza e il senso del dramma.
I ragazzi percuotono folli, in trance; prima con il destro poi col sinistro, il direttore li incita mimando il gesto di chi non sente bene.
Si riprende l’armonia degli strumenti, tutti.


Escono. Sono quattro. Hanno due enormi scooter, di quelli che se li vedi ti scansi perché fanno paura. Neri e cromati. I due dietro sono armati. Partono imbottiti di coca e inzuppati di alcool. Di botto, velocissimi, investendo la gente sotto il palco.
Polizia dappertutto. “Cazzo, che facimm uaglù”?” “Avanti”. Bisogna andare avanti. Vietato fermarsi”. L’uomo di rispetto non si ferma davanti a niente. Anche loro sono amici; si conoscono da piccirilli e hanno organizzato questa paranza “artigianale” tra loro; quindi devono dimostrare di essere tosti, ancora di più degli altri. Il “Pezzo” deve essere fatto oggi.
Le botti suonano ancora più forte, per coprire il rumore di quelle moto o perché qualcuno ha capito e rende col suono il senso del dramma che si racconta sul palco e che si consumerà a Cozzano, periferia di Napoli.

“Figli di zoccola….” Poi abbassa lo sguardo sulla botte grande e riprende a percuotere ma con più violenza, con rabbia.
Tre quattro colpi, l’ interruzione di frazioni di minuto poi di nuovo, altri tre quattro colpi e poi via. E’ pesantissimo, veloce, tremendo e affascinante e tutto allo stesso momento e adesso non puoi proprio stare fermo. Le ballerine danzano veloci, la voce racconta la solita storia della ragazza che seduce il ‘mmericano E lievt a pisotl down, lievt a pistol down che mò vene a Big Mama, lievt a psitol down.
Il gruppo segue il coro e il coro segue il ragazzo magro e attentissimo che ha in mano la musica.
Salta, vibra come una sartia nel mare in tempesta, smania, poi un salto a piedi uniti apre le mani, salta di nuovo, cade, STOP.
Finisce tutto. Silenzio. E’ finito il brano.
Applausi, fischi, bottiglie che volano, vetri rotti sull’asfalto. Il pubblico approva.
L’obiettivo è al banco occupato nelle ultime cose. I numeri da ricaricare, il registratore da chiudere, i registri da compilare, poi spegnere computer e luci, chiudere bene e prima telefonare a Lei per sapere il gusto del gelato che dovrà comprare poi portare a casa.
Il gruppo è in silenzio, le luci sono basse. Aspetta.
Poi una ragazza comincia a girare come posseduta da un Demone. E’ una villanella, è stata morsa dal ragno,ha il veleno più seducente e femminile che esiste al mondo dentro al sangue.
E’ vestita di nero con una lunga gonna aperta, è la più bella femmina e prima non la notavi nemmeno….
La musica la trasforma, rende affilato il corpo, tonde le anche aperti e liberi i seni. I capelli le scivolano sulla fronte, in bocca, poi tornano dietro. E tutto è in penombra, lentissimo, quieto.
Il leader, anziano e famoso, si avvicina, come medico e scruta la ragazza, che intanto è caduta, la studia e la incita con la tammorra a sonagliera, lei smania da terra. Quelli dietro, come al solito non vedono niente.

Arrivano i motoscooter silenziosi come ombre, agili e veloci “planano” gli sciacalli, i ragazzi aspettano alla guida col motore acceso, si guardano attorno, i due camminano senza produrre rumore, entrano nel locale; negozio TIM.

Sale il ritmo mentre la ragazza inizia a contorcersi. E’ avvelenata e deve fare uscire le tossine attraverso il sudore. I contadini suoi vicini sono accorsi alla casa della tarantolata e suonano, suonano, suonano anche per tutta la notte per far ballare la ragazza. Lei si dimena come in preda al Diavolo, e mostra così le sue bellezze ai paesani. Non potrebbe in uno stato di normalità, ma in fondo questo è un messaggio da giovane alla carne giovane: “Guardate che cosce, che zinne, guardate e ammirate, da adesso chi entrerà nelle mie grazie entrerà nel mio corpo segreto”.
La tarantolata, ha licenza di fare cose che altre non fanno.
La ragazza si alza ha uno scialle rosso e attrae a sé il musicista. Mai vedrai donna più bella.
La musica sale, entrano gli strumenti; la chitarra battente al massimo, le percussioni, le voci che raccontano in un dialetto arcaico con vaghe mescolanze mediorentali…
Il capocoro è attentissimo e pronto, i bottari guardano il direttore che guarda i bottari.
Quindi salta ed entrano le percussioni.


L’obiettivo non ha neanche il tempo di dire che è chiuso che vede un lampo e sente, con stupore più che con rabbia o dolore, un corpo estraneo entrare veloce nel petto.
La rabbia arriva alla seconda esplosione. Lampo, luce, pugno pungente che trapassa il petto e un urlo furioso, acutissimo. Poi la mossa di avventarsi contro quelli sciacalli, ma ritorna lo stupore quando sente che il corpo non risponde.
Poi è tutta la solitudine e tutta l’angoscia che mai aveva provato quando ritira dal petto la mano inzuppata del suo sangue. Allora alza lo sguardo che adesso è incredulo, chiede a loro spiegazione, aiuto.
Riceve altri colpi di pistola.
Cade supino. Il cuore batte acuto e punge come le tianelle dei bottari, poi profondo e cupo come la botte grande. Irregolare. Quattro colpi, pausa, ancora qualche colpo che scuote il suo corpo, la terra, gli animali e la natura delle cose, tutti i Santi e le Madonne, questo Dio che deve pur vedere che sta accadendo…

Quattro colpi rabbiosi e violenti una pausa, seguendo i gesti del direttore del coro e riprende.
Quattro colpi forti una lunga pausa dove è tutto nero, poi gli occhi riescono ancora a vedere la chiavetta che dondola appesa alla chiavetta della cassa; l’ultima immagine.
Nero.
Ancora colpi, ma ormai l’obbiettivo non li sente più.


Hanno il fiatone le jene, come se avessero corso. Gli vanno vicino e continuano a sparare, -gratis- come quelli dei film americani.
La ragazza è in piedi, abbandona il paesano. Adesso ha scelto , quel gesto col fazzoletto rosso era per segnare la sua preferenza su chi cadeva. Adesso deve dimostrare al villaggio che è indemoniata, non puttana.
E la ballerina abbandona il leader e danza sola, mantenendosi la veste. E più gira più si trasforma, diventa Lunatica Dea. La musica è al massimo della velocità. Un tempo talmente sfrenato da perdere di tanto in tanto il ritmo.
I bottari percuotono fortissimo.
La gente segue battendo le mani, qualcuno si prende una ragazza e balla, così per fare una cosa…
I due guardano poi fuggono, raggiungono le moto salgono a bordo e spariscono nel nero che li inghiotte e se li porta via….
Avranno guadagnato 1.500 Euro per uno.


Intanto la ballerina/malata, rinsavisce. La musica termina stavolta lentamente alla casa della tarantolata e nella piazza, dove la donna si riprende e si rinserisce nel contesto del suo gruppo.
La gente la guarda con stupore e applaude un poco attonita.
La gente guarda con stupore e un poco attonita, ma neanche tanto, il consueto spettacolo al negozio TIM.
Tra poco inizieranno i rilievi poi una mano neutra passerà acqua e candeggina sul pavimento.

Gli amici bussano alla porta. Sono arrivati con la bottiglia già fredda da stappare e bere tutti insieme….
I due si sono cambiati poi, è stato più forte di loro, sono tornati, si sono mischiati con la folla e sono andati a vedere lo spettacolo che loro stessi hanno prodotto. Stanno prudentemente dietro e allungano il collo.
Poi uno dei due chiede ”Che è stato?”.
Intanto comincia a piovere. Pioggia pesante.

Qualche girono dopo in una casa di Cozzano, città di Napoli, una donna è al tavolo da stiro con la tv accesa. Il marito le chiede che novità ci sono:
“Niente di nuovo, ne hanno fatto fuori un altro “
Poi, con pesantezza, abbassa lo sguardo e riprende a stirare.


COl Douglas Mortimer

SMOG


SMOG

Mattina, uffici in piena produzione e macchine della città a tutto motore.
L’uomo cammina per le strade col bel vestito, la 24 ore e l’impermeabile bianco. A vederlo si ha l’impressione che non sappia dove andare. Un dirigente, perso tra gli incroci del centro, sotto la pioggia intermittente e la nebbia di questo periodo invernale. Vaga senza meta, forse nell’attesa che quelli dell’Igiene Mentale lo vengano a prelevare e a portare nel suo ufficio presidenziale, attiguo alla sala riunioni.
Il traffico è il solito: incolore e ordinato; ognuno ha qualcosa da fare. Risolvere! Produrre!
Milano, mattina di lavoro, nebbia, solitudine indaffarata.

L’uomo si ferma avanti a un condominio moderno, è la prima volta che lo vede. Spinge il cancello ed entra. Il passo è incerto e il pensiero in qualche posto perduto, non ricorda neanche dove.
Apre il portoncino di vetro e ferro e si infila nell’androne del palazzo. Studia le luci al neon irregolari, la portineria vuota e il tavolo centrale -tipo fratino- con la poltrona dell’amministratore e le sedie per i colloqui coi condomini. Al centro tavola un vaso con fiori di plastica.
Meccanicamente sposta una sedia e siede. Posa la sua cartella di cuoio, la apre e ne trae una rivista per enigmisti. La poggia sul tavolo poi sceglie dall’interno della sua giacca la penna stilografica d’oro.
Rimane un po’ poi inizia compilare qualche casella. Legge, pensa, scrive. Prima ha preso una gomma dalla borsa ed ha cancellato le soluzioni che mette sua figlia di ritorno dalla scuola dove insegna. Lei usa i cruciverba per distrarsi dalla metropolitana e scrive a matita per poter correggere.
Dall’ascensore esce una condomina tenendo il bambino per mano.
Vede l’uomo, si stringe verso la parete e strisciando va via. Muta. Lui non la nota nemmeno.

In sala riunioni sono quasi nel caos. Il tavolo lungo è occupato da dirigenti, ma manca il Presidente al capotavola. Le segretarie fuori non sanno cosa fare. Non hanno niente da battere sulle macchine automatiche e la vicinanza reciproca e i neon non le aiutano a distrarsi e a partire con la mente verso altri fantastici luoghi. Sono lì, parlano tra di loro, fanno congetture.
Cominciano a salire impiegati dai piani inferiori, prima quadri poi dipendenti e quindi scrivani e commessi. Infine qualche operaio, con la chiave inglese che esce dalla tuta e lo strofinaccio per ripulirsi dal grasso e dall’olio.
La produzione è ferma. Il Presidente non si trova e sono tutti molto preoccupati. Poi allarmati.
La riunione continua assurda. E’ un coro di voci che si alzano nella speranza di riuscire ad ottenere il comune ascolto.
Uno qualunque si allontana dal tavolo e va verso la scrivania del Presidente. Alza uno dei telefoni e compone il numero.
“Si…… Si…. E’ grave!……Va bene….D’accordo, ma subito. Purchè si faccia subito…Anticipo e saldo…..Va bene, a fra poco”.
Poi torna al tavolo delle riunioni, rompe un bicchiere ed ottiene l’attenzione.
Intanto fuori è un continuo susseguirsi di capannelli e gruppetti. Sono operai, impiegati, quadri, segretarie e sindacalisti in ordine sparso ed a piccoli circoli che parlano tra di loro. Tutto lo spazio tra la direzione e il piazzale della fabbrica è preso. Le persone parlano piano come si usa ad un funerale, quando sono arrivati quelli dell’”Impresa” e tu attendi che esce la bara.

Nel condominio il dirigente continua a risolvere rebus e cruciverba. Ma piano, studiando le parole e scrivendo con bella calligrafia e con movimenti ampi ed infantili.
I condomini pensano che si tratti di un amministratore unico, un capo, ma qualcosa non li convince e passano rasente ai muri. Non salutano e vanno via.
La cravatta è allentata, la borsa aperta e i suoi capelli sono in disordine. Quando non trova una soluzione le mani ci vanno dentro e lui rimane pensoso e assorto con la penna in bocca.

Nel cortile arriva l’Alfa. E’ una ammiraglia, grigia ma senza borchie alle ruote e ammaccata in più punti. In più sporca ed opaca. Scende un uomo con lo stesso impermeabile bianco e “l’abito da lavoro”. Ha un cappello in testa e somiglia all’attore Proietti, ma con la barba trascurata e i baffi ben tenuti. Ha un sigaro spento in bocca. I gruppetti di persone si voltano e tacciono al suo passaggio ma lui non li cura. Entra diretto nella sala riunioni, seguito a ruota dalla segretaria che non è riuscita a trattenerlo. Lo aspettavano. Siede al posto del Presidente, col cappello e il sigaro e ascolta.
Si affannano tutti a spiegare, a raccontare e il detective non dice una sola parola. Il suo unico gesto è allungare la mano, intascare l’assegno, dopo averlo controllato, alzarsi e andare via.

Ritorna giù, prende la sua Alfa ed esce dal cancello. Si dirige spedito verso il condominio. Parcheggia l’auto in doppia fila, ma con la quattro frecce accese ed entra.
Lo trova lì, coi suoi cruciverba e l’orologio del tempo rotto, nella sua testa.
In quel momento è pensoso, quasi sgomento. Non riesce a trovare la risposta, la chiave.
Il detective siede affianco a lui, legge la didascalia e guarda il quadro, quindi si china al suo orecchio e gli dice una sola parola di quattro lettere: SMOG
Il dirigente, come se fosse arrivata al suo cervello da sola –perché neanche se ne è accorto del detective-, scrive poi preme il pennino con forza, fino a spezzarlo. Uno schizzo di nobile sangue blù esce dalla penna, macchia il giornalino, il tavolo, le sue mani. Lui si guarda intorno e piano comincia a piangere. L’onda lo prende e allarga le braccia sul lago di inchiostro, ci poggia la testa e piange come quando era piccolo, singhiozzando e lamentandosi. Il detective gli poggia una mano sulla spalla, al centro, tra una scapola e l’altra e preme in modo ritmico seguendo l’onda del pianto. Non dice niente ma sembra che controlli e quasi diriga quell’ orchestra di emozioni.
Il pianto dura molto tempo e alla fine il dirigente alza lo sguardo verso l’uomo vicino a lui, gli sorride. E’ sporco di blù; le mani, i polsini della camicia e della giacca, l’impermeabile. Trae un fazzoletto, si pulisce un poco poi inizia a riporre le sue cose nella borsa.
Infine si alza e appoggiandosi all’uomo esce dal palazzo. Alla porta incrocia la donna col bambino che, nel frattempo era corsa a chiamare l’amministratore.
Entrano nella macchina e si incamminano verso la fabbrica. Nel percorso parlano tutto il tempo, si scambiano confidenze, ricordi, si raccontano parti intere della loro vita. Diventano amici. E ancora parlano quando l’Alfa varca il cancello automatico del cortile e si ferma per la seconda volta avanti alla scala degli uffici.
Gli impiegati ammutoliscono ancora e assistono a quel colloquio come una televisione senza audio.
Poi i due scendono e si incamminano verso l’ultimo piano. I gruppi si sciolgono e si accodano, come l‘esatto contrario di un funerale.
Passando vicino la sua segretaria personale, il dirigente sfila la mano dalla tasca e,senza allegria le dà la solita sonora pacca sul sedere che lei registra con un salto. Aveva messo la minigonna chiara. Errore fatale. Le rimane una mano nera all’altezza della chiappa sinistra.
La segretaria guadagna il posto subito dietro al suo capo, respinge gli altri e chiude la porta dietro di sé.
Il dirigente entra e siede al suo posto a capotavola. E’ sporco e spettinato, sfatto. Ma adesso c’è. E’ presente. Sa cosa fare.
Comincia a parlare di sé, della sua vita, della perdita dei genitori da ragazzo, dei suoi studi, del matrimonio e della bella casa, della macchina che deve cambiare perchè scade il leasing, della figlia insegnante che non trova marito, della moglie che ormai non desidera più e che ha un amante giovane e della sua casetta in montagna dove non riesce ad andare mai. E parla di quel cervo selvatico che ha viso in una passeggiata.
Erano soli, lui e il cervo.
L’animale lo guardava e lui guardava ricambiando lo sguardo. Poi con una lentezza regale il cervo lo ha abbandonato e ha ripreso le sue occupazioni.
Ecco! E’ cominciato tutto da lì!
Il detective è rimasto tutto il tempo in piedi, con impermeabile e cappello. Ascolta, freddo. Queste storie già le conosce.
Poi allunga la mano intasca il secondo assegno, esce e guadagna il terreno nel gruppo compatto di impiegati e operai. Per ogni metro che percorre tra la gente, attorno a sé costruisce il silenzio.
Perfetto ed assoluto quando apre la porta della sua Alfa. Qualcuno ha pietà di lui e gli apre il cancello automatico….


In sala riunioni sono tutti diventati “umani”. Improvvisamente si sono aperte le porte dei ricordi di ognuno e fanno a gara, come prima, a parlare delle cose più intime, delle impotenze, delle corna messe e ricevute, delle squadre del cuore, degli storici tornei di calcetto e cose profonde di questo genere.
Poi, il più svelto sposta piano piano la conversazione sulla produzione. L’argomento si fa strada e poco dopo, avanti alle maniche macchiate del dirigente si sciorinanano tabulati e grafici che illustrano il deficit per queste ore che “la macchina” è stata ferma.
Qualcuno con delicatezza gli sfila l’impermeabile, la segretaria con la “mano nera” gli prepara un amorevole caffè.
Mezz’ora dopo il dirigente ripulito, è alla sua scrivania tra telefoni, segretarie e computer. Lui ordina, loro eseguono. Tra poco ci sarà la pausa pranzo.


Cosa era successo?
Nel centro di Milano, in una mattina lavorativa tra pioggia intermittente e un po’ di nebbia leggera, una macchina di produzione si è fermata per tre ore.

TIZIO E TALE



Disegno. Il Mangiabambini ( ;->>) tipisinistri


Un regalo di Francesca, Grazie Francesca





Tizio Tale

Mattina autunno
Tanti al mattino si preparano per il loro impegno giornaliero. Piove, Tale non se ne cura, uscito dalla sua Iacuzzi. Tra poco sotto l’ombrello, poi nella sua auto stile Futuro fino al lavoro, al banco dei pegni
Le strade sono bagnate
Tizio, ha appena finito la pensione, come sempre al 14 del mese. Piove e l’acqua calda e autunnale che gli cade sul viso gli dà coraggio. E’ anziano un po’ malato dovrebbe coprirsi….
Le gocce calde sulla testa, nella testa il numero esatto: telefono, salumiere e energia elettrica, rata della moto per il nipotino…48 mesi… una condanna..

I cani e i colombi si scrollano l'acqua di dosso
Tale ha una scrivania bianca e vuota, il fax il computer il neon per rendere piovosa ogni giornata di sole, la brillantina la camicia col colletto a due bottoni la cravatta tecnocasa…..
E’ a suo agio. Ha Tizio di fronte, parla con la fidanzata al cellulare esibendo i suoi programmi serali. Ristorantino sulla costa, poi si torna a casa, magari in moto.
Smettesse di piovere…
Tizio in imbarazzo guarda fuori, vorrebbe essere quel cane che si scrolla di dosso il bagnato o un colombo che, proprio quando entrano i violini, accenna a prendere il volo…..
Tizio fu musicista e ha imparato a dare ad ogni strumento un movimento. O una musica ad ogni movimento.
I violini sono la musica che prende il volo….
Aumenta la pioggia.

La gente continua frenetica la sua vita
Tizio e Tale di fronte. La prende come la punizione dei suoi fallimenti, Tale. Quel ragazzo ricco che ha addosso tutta la sua pensione tra cravatte e orologi e lui musicista da poco, mai nella sua vita neanche un assolo.
Tale è di nuovo al telefono. “Ho qui di fronte a me un caso…..” Sono da parecchio passate le otto e Tizio ricorda di quel caffè alla finestra e delle sue preoccupazioni. Come se lo immaginava ed ora è anche peggio con quel ragazzino. “Si metta comodo Sig. Tizio, mi dovrà mettere parecchie firme”.
I bassi sono energia che sale dal centro della terra, l’orchestra li trasformerà in suoni, l’armonia in musica.

Un tuono, il temporale
Non c’è nessun bisogno di umiliarlo mentre Ttizio si sfila l’orologio d’oro, ma Tale infierisce chiedendogli il significato, i suoi ricordi, qualcosa di personale. Quando il Diavolo ti prende l’anima, in quel preciso momento ti domanda sempre se è qualcosa di personale…..
Tizio firma senza neanche leggre. Purchè finisca e pensa al piano.
Il piano suona quando qualcuno piange.
Sono lacrime di cristallo o gocce di pioggia.
I tasti neri, il temporale.
Il piano suona sempre.
Ultime gocce
Per la strada la gente continua a camminare, chi con la mente alla prossima estate, quindi già più vecchio di sei mesi, chi senza ombrello lasciandosi lavare dalla doccia di Dio.
Tizio era suonatore di tromba, la musica Jazz ha fatto parte della sua vita ed ha imparato a seguire uno strumento poi un altro e poi ancora, creandosi la sua orchestra.
Tale da poco ha cambiato macchina e fidanzata. Macchina nuova = fidanzata più bella.
Domani venderà l’orologio d’oro e si prenderà finalmente lo scoooterrr!!!!!!!!


continua..;)
Finito. Questo mese si potrà concludere con qualcosa e le rate diventeranno ventidue. Tizio è leggero leggero. L’ora la chiederà ai passanti ma non dovrà più cambiare marciapiede avanti al salumiere.
Piove fino fino, da primavera o da autunno. La città è marrone di fango ma Tizio si immerge nell’azzurro. Nella sua mente i timpani e i piatti suonati con le bacchette del Charleston.
Come le parole d’amore che le dici nell’orecchio sinistro, tra un wisky e un sigaro, nel buio dei locali, per farle dire, ancora una volta di si
Cammina libero sotto il mantello azzurro quasi sollevato dal fango, veloce a casa a prendere la sua tromba……...continua...!
Piove, non piove, col neon in camera non si rende conto. Corre anche Tale, col suo bel cappotto scuro, unico ancora con l’omberllo aperto per non far bagnare i suoi ricciolini impomatati, dalla doccia di Dio.
Scivola nelle pozze di marrone con l’orologio d’oro e le scarpe di camoscio.
Verso il motoriiiiiiii…..iiiihhhhh nnnnnhhhh…….ooooohhhhhhhh oh!
Immerso nel fango. Tale, seduto a terra guarda l’orologio d’oro in mille pezzi.
Dio! –Pensa – che Ingiustizia! Meno male che domani arriverà un nuovo pensionato.
...:) Prende la tromba, prende l’ombrello apre il balcone del salotto buono (quello sempre chiuso per aspettare il Presidente del Consiglio o gli ospiti d’onore). Esce con il suo ombrello
L’ombrello adesso ce l’ho anch’io.
Lo apre, lo chiude, lo riapre e lo richiude. Prende lo strumento e suona per il salumiere, per suo nipote, per il bottegaio affianco, per Tale, per le lettere del Presidente. Suona per sé.
La tromba: quando la musica ride




Col. Douglas Mortimer

UFUS DEI


UFUS DEI


Anìma è una ragazza di diciotto anni, carina come tutte le sue coetanee e, in quel periodo piena di apprensioni e di timori ma anche di tanta ansia per l’esame di maturità che sta alle porte e per la sua nuova vita da donna che l’aspetta, una volta che la scuola sarà un’esperienza finita.

Tra un po’ non avrà più orari e compiti da assolvere ma dovrà stabilire lei stessa i tempi della sua giornata e le priorità volta per volta della sua vita.
Questo la spaventa e l’ affascina, come accade a tutte le sue compagne.

Quel pomeriggio di fine anno scolastico del 2006 era talmente inquieta e non sapeva darsene una spiegazione. Sentiva nell’aria qualcosa di differente che stava per colpirla, percepiva l’imminenza di un forte investimento emotivo. È solo che era stata invitata in un centro studi femminile e, come per tutte le cose di cui non sa niente si sentiva un po’ curiosa un po’ timorosa.

Arriva all’indirizzo, una bella villa stile ‘900 nel più elegante e quieto quartiere residenziale della sua città, una metropoli industriale del Nord, bussa al campanello.
Il senso di inquietudine comincia a diventare visibile all’apparire della ragazza che le apre la porta.
E’ un poco più grande di lei e indossa abiti fuori moda e poco femminili. Avrebbe potuto essere bella se ogni traccia di bellezza non fosse stata cancellata con sapienza da quel corpo.

Forse poteva pure essere simpatica, ma in quel momento la ragazza apparve ad Anìma soltanto molto cortese e ospitale. Le disse di essere attesa dalla sua amica per preparare insieme l’ultima interrogazione e lei la scortò per scale e corridoi, puliti e ordinatissimi. Anìma fu avvolta in un’atmosfera di silenzio senza emozioni e senza tempo; le pareva di camminare in un film muto, dove gli stessi loro passi non producevano suono. Le parole di cortesia della ragazza che la guidava le giungevano lontane e quasi incomprensibili.
La sala studio era grande, quadrata con pareti interamente rivestite da librerie e scaffali e con numerosi tavoli centrali dalle luci basse. A questi sedevano ragazze giovanissime sole, silenziose, con un libro un quaderno e la matita per segnare appunti e con il loro santino che le aiutava nello studio.
La sua amica le fece un cenno allegro con il braccio e Anìma la raggiunse. La salutò con calore, sollevata all’idea di incontrarla e parlarle delle cose accadute a scuola e poi delle sensazioni avute in quella residenza, ma la ragazza la zittì con un gesto, mostrandole le altre e dicendole che non dovevano disturbare il loro impegno. Quindi fece in modo che lei si accomodasse e riprese il suo compito, solitaria e silenziosa.
Anìma piombò nel disagio. I suoi diciotto anni esigevano un movimento continuo, uno stimolo costante della sua mente in evoluzione che si sfogava nel parlare, pensare, progettare cose e farle e poi pentirsene quindi riprovare ancora. Era costantemente innamorata di qualcuno e questo qualcuno cambiava quasi quotidianamente e aveva un’ emergenza quasi fisica di dirlo, di raccontare alla sua amica la frenesia che provava quando incontrava quel tal ragazzo o quell’altro. Inoltre c’erano un mare di stimoli intellettuali che provenivano dai corsi che frequentava, dalla sua comitiva dallo scontro col mondo dei grandi dai suoi ideali, costantemente in fermento, dall’immagine che aveva di sé che cambiava a seconda dell’abito che indossava.
E tutto questo doveva uscire fuori in un modo molto semplice. Parlando, nel suo modo frenetico e velocissimo e intimo, con la sua migliore amica, tanto più calma di lei, racontandole tutto….
Ma fu costretta al silenzio già dal primo incontro. Quindi con una tempesta nel cuore e la matita sospesa cominciò a guardarsi intorno.

Non potendo più parlare iniziò a osservare e fantasticare.
Le creature in quella sala erano della sua età ma tutte straordinariamente quiete, assorte in un’attività che lei detestava; passare le ore avanti ad un tavolo con un libro da far entrare nella memoria.
Iniziò ad immaginarsi in un’astronave dove persone aliene l’avevano invitata per catturarla, le guardò. Avevano sembianze femminili ma nella loro bellezza c’era qualcosa di fermo, era l’assenza del movimento quindi del fascino, della seduzione della femminilità che dava a quella bellezza qualcosa di inquietante, di freddo. Sembravano dei Ròbt, creature simili a persone con corpi senza respiro e senza sangue. Fissò una per una quelle ragazze e osservò come facessero di tutto per minimizzare le diversità rendendosi omogenee e fedeli ad un ideale unico di bellezza che si rispecchiava poi nella camera; accogliente e calda ma insolitamente ferma priva di rumore e di spontaneità.
I Ròbot si mantenevano seduti senza poggiare la schiena in una posizione molto scomoda e tenevano gli occhi bassi sui loro libri senza volgere lo sguardo gli uni verso gli altri, ma non sembravano immersi in un loro mondo interiore, piuttosto apparivano fuori di mondo, in una dimensione del fare piuttosto che dell’essere. Anìma non riusciva a capire e questo non l’aiutava ad alimentare le sue fantasie. Quindi aumentò la concentrazione e diresse la sua osservazione su una sola di quelle creature.
Forse in questo modo sarebbe stato più facile…
La creatura era silenziosa e ferma, i suoi occhi registravano una serie impressionante di dati che traeva dalla lettura, la mano andava automaticamente al quaderno degli appunti dove ella segnava informazioni che le sarebbero poi servite. Non aveva niente di personale o di intimo quello studio, pareva piuttosto una forma di foraggiamento, una fase di imput del suo cervello.
Non c’era allegria né curiosità, ma tantissimo impegno e la creatura sembrava consapevole che una diminuzione della sua energia in quella fase l’avrebbe condotta a gravi punizioni o a forti rimorsi.

Le se insinuò nel cervello l’ultimo CD che aveva ascoltato. Era musica sperimentale, studio sui suoni e ricerca di un’armonia che li riesca a rendere musicali, e si apriva in improvvise e antiche melodie mediorientali. Ad un angolo vide uno stereo e lei si sentì lievitare sulla sedia per la pressione della posizione seduta.
Salì nell’aria al centro della stanza e volò invisibile verso l’HIFI per mettere il dischetto e quindi si produsse in una danza sfrenata seguendo l’onda ritmica dei suoni e spogliandosi progressivamente. Mentre l’attenzione delle sua compagne di studi si diresse verso di lei, la musica cambiò rimandando ad atmosfere fiabesche da Mille e una Notte e Anìma iniziò a muoversi lentamente partendo da un ondeggiamento del bacino e a spogliarsi portandosi un velo sugli occhi e sulla bocca mentre tutto il resto del suo corpo rimaneva progressivamente nudo. Le ragazze sollevarono lo sguardo dalle loro letture, unico loro movimento, rimanendo incerte ma nessuna si mosse dalla sua posizione e l’atmosfera della camera mantenne la sua integrità.
Nel momento in cui cadeva l’ultimo velo la porta si aprì ed allo sguardo di Anìma, seduta sulla sedia accanto alla sua amica, apparvero alcune ragazze coetanee delle studentesse-Ròbot, ma vestite come delle cameriere delle case borghesi di inizio secolo.
Recavano dei vassoi con le merende, si muovevano timorose e lente e avevano lo sguardo basso. Con molta deferenza porgevano le merendine alle ragazze, dando loro del Lei e chiamandole Signorina, mentre le ragazze le guardavano dritte negli occhi con sguardi impersonali e le ringraziavano dando il Lei e chiamandole per nome.
Questo fece molto male ad Anìma al punto che quando la domestica fu da lei rifiutò la colazione, gesto che mise su tutte le furie la sua amica, che mostrò il suo disaccordo con un semplice aggrottamento di ciglia.
Le tre domestiche attesero affiancate in un angolo che la merenda fosse da tutte consumata, poi riordinarono e sparirono portandosi dietro la mancanza assoluta di rumore che le aveva accompagnate.
Nella stanza si ridisegnò il fermo immagine senza pulsazioni di un normale pomeriggio di studi in un residenza femminile.

La porta si aprì nuovamente ed entrò una donna piacente sulla quarantina vestita come una direttrice didattica e coi capelli raccolti. Si avvicinò ad Anìma e le chiese di seguirla che le avrebbe fatto visitare la residenza. Glielo disse a voce talmente bassa che neanche la sua amica potè sentirla, per non disturbare, disse lei, ma ad Anìma sembrò quasi un segreto. La cosa non sembrò turbare i Robòt ed alla studentessa parve capire che ognuna custodisse dentro sé il privilegio di condividere uno speciale segreto con quella direttrice.

Uscirono da quella stanza proprio mentre lei sentiva che tra un po’ sarebbe soffocata.
Ogni tanto, nei corridoi incontravano una Ordinaria (così seppe si chiamavano i Robòt) che si faceva meccanicamente prossima al muro al loro passaggio, ed arrivarono dove la direttrice le disse era il Padrone di Casa. Una vera a propria Cappella, con tanto di panche e crocifisso e confessionale. Rimasero lì per un po’ -pensando la direttrice di fare cosa gradita alla sua ospite-, mentre Anìma restò con gli occhi chiusi per tutto il tempo sperando che fosse breve. Ogni tanto una ragazza si affacciava nella sala , si inginocchiava, trattenendosi per un po’, quindi andava via. Anìma teneva gli occhi ben serrati e nella mente il solo ticchettio dell’orologio come un Mantra.

Nella sua mente si produsse un’altra immagine automatica.
Vedeva tutti i dettagli della stanza, sebbene con gli occhi serrati e al centro un enorme quadrante bianco di orologio moderno a pile con la batteria scarica.
La lancetta dei secondi andava avanti di un minuto
Indietro di un minuto TAC
Avanti di un minuto TIC
Indietro di un anno TAC
Avanti di un anno TIC
Mangiandsi una vita TAC
Mangiandosi una vita TIC
Indiretro di un minuto TAC
Avanti di un minuto TIC
TAC TIC TAC Tic Tac
Si sentì chiamare per nome ed uscì da quell’incubo.

La direttrice l’accompagnò infine alle lavanderie.
“Qui disse - e la sua voce era bella e molto elegante, senza influenze dialettali - vivono e lavorano le domestiche che tu hai conosciuto. Sono ragazze provenienti da un ceto sociale inferiore, figlie di operai e braccianti, di impiegati e piccoli commercianti. Il nostro Istituto caritatevolmente le accoglie e dà loro da vivere, un tetto e un lavoro, ma non l’istruzione, quella è riservata alle signorine-di-casta, provenienti da famiglie per bene, tu certo comprenderai, è già tanto” le disse complice.
Amìna, chiese “Ma come non possono studiare, non possono avere ambizioni, non ci sarà mai un futuro per loro al di fuori della sala da stiro? E se una di queste fosse portata ad una materia? Le lasciate vivere come animali domestici e poi perchè danno il Lei alle loro coetanee e le chiamano Signorina? E “
“Cara ragazzina, queste donne già sono tanto fortunate a vivere nella residenza più elitaria della Nazione, e poi qui non sta bene e non è di moda fare domande!!!”.

Entrarono nella stireria. Altri Ròbot senza respiro, senza pensieri e con l’anima parcheggiata in Stand-By si mantenevano dritti e seri avanti ai loro tavoli stirando camicie maschili.
Creature femminili destinate al Paradiso di serie B.
Differentemente dalle studentesse, queste sembravano profondamente turbate dalla presenza della direttrice e in stato di forte soggezione. L‘immagine che arrivò ad Anìma fu ancora più raggelante e intollerabile; Le ragazze non avevano più niente di umano che potesse venire fuori dai loro sguardi. Solo la soggezione e il timore di sbagliare, un impegno indescrivibilmente forte per fare una cosa da niente come stirare una camicia e il respiro che si percepiva appena. Erano pallidissime, magre silenziose e completamente ferme.
Una Ordinaria seduta su una sedia leggeva loro dei passi da un Libro Sacro, facendo in modo che il senso della lettura arrivasse a quelle menti elementari.
Una di loro alzò lo sguardo su Anìma. Aveva la sua età e degli enormi occhi azzurri. Anìma pensò che se fosse stata compagna di scuola le avrebbe dato grossi grattacapi coi maschi.
Era bellissima.

Questo era troppo! Le nuvole nere che si erano addensate sui cieli della sua anima già da prima di arrivare a quella residenza si ruppero in un lampo e cominciò a piovere un pianto pesante dentro al suo cuore.
Con grosse lacrime che venivano fuori da quel pianto interiore Anìma fuggì via da quella stanza e da quei corridoi. Un grido acuto e monotòno le uscì direttamente dal centro dei suoi pensieri.
E gridava una sola vocale correndo per le camere e i saloni e cercando la via di fuga. Entrava in una sala e metteva disordine con la sua presenza, la sua corsa e il suo grido. Usciva e si ristabiliva il silenzio e il tempo senza tempo dell’orologio con la pila scarica. TIC TAC.
Correva a più non posso, facendo fuggire via da lei la sala studio, le ragazze Ròbot, l’oratorio, la bellissima domestica privata della vita, il ragazzo nuovo che le piaceva adesso, la musica sperimentale, quei suoi enormi occhi blù, il conflitto coi genitori, la lite per lei fuori alla discoteca, la ragazza che leggeva e registrava, l’ordinaria che si faceva vicino al muro al passaggio della direttrice, la direttrice, la sua voce, il corteo degli studenti solidali con gli operai, la canna che passava di mano in mano, la carezza di sua madre. L’amica del cuore e il suo gesto per renderla silenziosa, la ragazza che sembrava una vecchia alla porta, le tre domestiche che dicevano Signorina, il motorino usato che voleva suo padre le regalasse, la musica araba e la danza del ventre, la Ordinaria che leggeva alle strane creature addomesticate in stireria, la genuflessione e il TIC che rubava la vita di quelle ragazze a cui avevano fermato i battiti…
…Quel dolore che non ha più lacrime e nemmeno più la dignità e la coscienza di esserlo.

Giunse per strada colta da una forte crisi di panico. Fermava i passanti chiedendo loro un aiuto, ma loro, gente dei quartieri alti, la scansavano e la prendevano per una drogata che chiedeva qualche centesimo.
Allora fece l’unica cosa che si fa quando piove pesante. Si mise a correre verso il solo riparo possibile, cercando di sfuggire alle gocce nere e pesanti che cadevano dal cielo cupo della sua anima direttamente sul suo cuore.

Al Pronto Soccorso le diedero dei sedativi e la ricoverarono per una notte per tenerla sotto controllo.
Quando si svegliò Anìma era distesa su un lettino di ospedale, la sua mamma le teneva la mano e le carezzava dolcemente la fronte sorridendole.


C’è un cono di luce nei loro occhi, che se si posano su una persona o una cosa
La illumina.
E’ la vita,
Che quando è ferma
E’ ancora più frenetica,
intensa.




Col. doulgas Mortimer

Dalla rete: -piccolo dizionario- I sinonimi di "Figa"

SINONIMI DI FIGA

La Fighetta:
La categoria delle fighette, è composta essenzialmente da ragazze, in genere giovani (17-21 anni), che se la portano a spasso ridendo e scherzando con uno stuolo di amiche, in genere fighette anch'esse. La fighetta non si caratterizza per una particolare bellezza: essa semplicemente è un tipo che sembra disponibile, da come si comporta, salvo poi rivelare un carattere da vera rompicoglioni nel momento in cui l'approccio diviene più esplicito.

La Gnocca:
La classe delle Gnocche e' composta da elementi di sesso femminile con elevato grado di attrazione. Caratterizzata di solito da forme assai piacevoli, e' solita vestirsi in modo vistoso, gradevole e si distingue per i suoi modi sensuali e spigliati. Caratteristica fondamentale della gnocca è il tirarsela quel tanto che serve per fare passare la voglia, ai comuni mortali non dotati di conto corrente a 10 cifre, di tentare un approccio, adducendo la solita frase "Naaa...se la tira troppo..."

La Cozza:
Estremamente diffusa, la categoria delle cozze è composta da esemplari di sesso (forse) femminile che poco hanno di umano e molto di celenterato. La cozza ha peso variabile, non necessariamente eccessivo, ma in caso di peso "normale", l'assenza di grasso non ne pregiudica l'appartenenza alla classe, dato che normalmente le sue forme assomigliano piu' a quelle di un coccodrillo che di una donna. Non di rado, la cozza, pur di darsi un tono, se la tira come e piu' della Gnocca, ottenendo come risultato una progressiva migrazione verso la categoria delle Brutte Zitelle Scassacazzi.

La Figa Standard:
Categoria molto apprezzata, quella delle fighe standard è una famiglia di medio-bassa diffusione, composta essenzialmente da esemplari con alcune caratteristiche peculiari (o belle tette o bel culo, o altro...), ma in ogni caso di aspetto piacevole, discreta disponibilita' al dialogo e grande versatilita' morale. La Figa Standard si accompagna spesso ad una o piu' Cozze, con le quali intrattiene rapporti di amicizia profonda, certa dell'assoluta impossibilita di una qualsiasi forma di concorrenza sessuale da parte delle amiche. Il difetto fondamentale della Figa Standard e' una sua rapida declassificazione a Donna Elastico, non appena si rende conto della reale attrazione suscitata negli uomini. Questo ne rende pericolosa la frequentazione per lunghi periodi di tempo.

La Figa Pazzesca:
Rarissima specie di donna, caratterizzata da un aspetto da far sbavare, curve perfette, sorriso ammaliante e abbigliamento preciso, la Figa Pazzesca è una delle prede piu' ambite in ogni ambiente. La Figa Pazzesca è dotata in genere di una notevole simpatia, ma spesso anche di scarsa intelligenza, che la porta a volte ad infilarsi in storie assurde con personaggi maschili che, pur di tenersela stretta, depauperano tutte le loro risorse economiche nell'attivita' di correlazione: aperitivi, cenette, locali notturni e, in non rari casi, droga. La Figa pazzesca e', e rimane, un "cult" per ogni uomo che sia in grado di superare l'iniziale momento di euforia dato dalla conquista dell'esemplare.

La Donna Elastico:
La Donna elastico e' una delle specie piu' diffuse. Famiglia composta sia da esemplari nativi che da ex esemplari di Figa standard, la Donna elastico vive la propria esistenza tra varie frequentazioni maschili, saltando da una all'altra con la stessa facilita con cui si cambia di abito. Generalmente dotata di scarso senso dell'autocritica, la Donna elastico è convinta che in ogni caso il suo comportamento sia corretto, anche se contrario a qualunque morale, persino la propria. Viene detta Donna elastico per la sua flessibilita' nei rapporti interpersonali: essa non predilige una particolare persona, ma si deforma secondo le esigenze del momento, mantenendo al proprio interno una fortissima componente di cinismo. Caratteristica intrinseca della Donna elastico, è la sua capacita di circuire gli uomini, facendogli credere di fare parte della famiglia delle fighette o delle Fighe standard, per poi dimostrare, con il tempo di essere molto più affine alla categoria delle Troie, rendendosi pertanto mooolto pericolosa.

SINONIMI DI FIGA-seconda parte

La Brutta Zitella Scassacazzi:
Terribile esempio di come un essere umano possa degenerare, le Brutte zitelle scassacazzo sono una vera e propria mina vagante. Generalmente orribili, questi esseri circolano liberamente con tutto il loro pesante carico di odio e invidia verso tutti gli altri generi femminili, con la sola esclusione delle Cozze, con le quali intrattengono spesso rapporti di pettegolezzo. Spesso la Brutta zitella scassacazzi è accompagnata dalla madre o dalla nonna, la quale fa opera di carita' al mondo, sottraendole tempo che altrimenti sarebbe destinato alla devastazione dei rapporti altrui. Purtroppo, però, le appartenenti a questa famiglia hanno in genere una predisposizione naturale al disbrigo rapido di tutte le faccende e lavori che altri esemplari eseguono in tempi standard, rendendo quindi difficile la loro alienazione da troppo lavoro. Non sono rari i casi in cui la Brutta zitella scassacazzi, data la sua cronica inapplicazione sessuale, perde la testa per qualche esemplare maschile, subendo una temporanea trasformazione che la riporta alla famiglia delle cozze, dalla quale passa spesso alla famiglia delle Maialone orrende senza ritegno. Tali transizioni sono generalmente temporanee, tranne in rari casi in cui l'esemplare migra definitivamente all'ultima categoria e ci resta fino alla vecchiaia.

La Donna in Carriera:
La classe delle Donne in carriera sta avendo grandissima diffusione negli ultimi anni. Questa categoria è sostanzialmente composta da donne provenienti da altre categorie, delle quali mantengono parte delle caratteristiche, aggiungendone di nuove che in alcuni casi si rivelano deleterie. Una di queste nuove caratteristiche è l'atteggiamento "sotuttoioperchèmifaccioilculoinufficioe nonvogliosentirecazzateperchèsonostanca!". Derivata di questo atteggiamento è il cosiddetto "stress da troppi cazzi", inteso sia in senso morale che materiale. Non di rado, infatti, pur di accedere alla categoria, le donne si prestano a innumerevoli compromessi, compresi quelli di natura sessuale. La febbre da carriera le costringe quindi, per mantenere il corretto "career improvement path", a costanti sessioni di seduzione sul luogo di lavoro, con notevole dispendio delle proprie risorse umane. Questo si riflette in modo mooolto negativo sull'eventuale partner maschile, il quale, giustamente, dopo alcuni mesi di tolleranza all'assenza di un normale equilibrio nella psiche della compagna, inizia a farsi un pochetto i cazzi propri, mollando, come si suol dire, la presa per dedicarsi ad una più sana attivita' da scapolone. La donna in questione, resasi conto di tutto ciò, in alcuni casi ritorna nella categoria di provenienza, ma di solito accede alla categoria delle Zitelle lavoratrici croniche.

La Troia:
Come da definizione, la Troia e' colei la quale, pur di divertirsi, passa sopra a qualunque principio, morale o materiale. Naturalmente portata ai rapporti interpersonali, la Troia predilige spaziare in ambienti ad elevata concentrazione economica. In molti casi la Troia è di aspetto gradevole, ed è dotata di una notevole attrattivita'. Essa è inoltre fornita di alcune capacita' previsionali che hanno dell'incredibile: la Troia riesce, in moltissimi casi e con una semplice occhiata, ad intuire di qualsiasi uomo i seguenti dati: numero di conti correnti intestati, automobili possedute, fido della carta di credito, contanti posseduti nel portafoglio. Grazie a questa caratteristica, la Troia riesce ad approcciare qualunque uomo, sposato, fidanzato o libero, offrendo in modo più o meno evidente i propri favori sessuali ed iniziando una costante opera di drenaggio di capitali, adottando la tecnica dello scambio "10 minuti di sesso = regalino da almeno 300 sacchi". Caratteristica distintiva della Troia è una normale predilezione per tutti quei generi di abbigliamento che coniugano l'alta sensualita' con la praticita' di svestizione. Altra caratteristica importante del loro vestiario, è la estrema capacita di trattenere ogni sorta di fluido organico maschile, in modo da poter utilizzare l'abito come arma di ricatto.

SINONIMI DI FIGA-terzo atto

La Suora:
Nella categoria delle suore, rientrano tutte quelle gentili signorine che, nonostante la loro disponibilita' al divertimento e alla vita notturna, manifestano una presumibilmente totale amenita' ai piaceri della carne. Un comportamento tipico delle suore è il presentarsi come gentili, affabili, disponibili e soprattutto libere da ogni vincolo, suscitando una legittima curiosita' negli esemplari maschili che frequentano, dato che molto spesso gli esemplari appartenenti alla famiglia in oggetto sono discretamente attraenti. Il problema e' che, come lascia intuire il nome della famiglia, le suore sono specializzate nel portare, piu' o meno volontariamente, gli uomini ad interessarsi sessualmente a loro, per poi opporre un secco rifiuto a qualunque genere di proposta anche solo blandamente erotica. Frase tipica delle suore è: "Ma per chi mi hai presa? Per una che la da a tutti quelli che incontra?". La frase, riferita al contesto è in effetti oggettivamente corretta, in quanto la suora, per definizione di classe, non la da assolutamente a nessuno. Questo la porta spesso ad uno stato di eccezionale depressione (una donna senza cazzo si sciupa), che viene solitamente superato praticando delle feroci sedute di autoerotismo. Come risultato di questo comportamento, la Suora tende con il tempo a migrare verso altre famiglie, soprattutto verso la famiglia delle Acidone, a volte in quella delle Zitelle lavoratrici croniche oppure, in alcuni rari casi, per compensazione di una vita di privazioni, nella categoria delle Ninfomani insaziabili.

La Maialona Orrenda Senza Ritegno (M.O.S.R.) :
A questa famiglia appartengono tutti quegli esemplari femminili che, non disponendo di caratteristiche attrattive sufficienti ad attirare l'attenzione autonoma degli uomini, ricorrono al vecchio trucco di "sbatterla in faccia a tutti quelli che le capitano". Riconoscibili per l'abbigliamento succinto, dal quale si evidenzia a colpo d'occhio la trabordanza della massa grassa, le M.O.S.R. o sono spesso dedite al bere, nonche' alla frequentazione di tutti quei luoghi di aggregazione dove abbondano degli esemplari maschili in astinenza forzata. In alcuni casi, però, le M.O.S.R., si rivelano utili: capita infatti che qualche esemplare maschile, uscente da una relazione con un esemplare o di donna elastico o di fighetta o ancora di donna in carriera, frustrato dalla momentanea situazione di abbandono, trovi rifugio nelle attenzioni di una qualche M.O.S.R. Questo avviene perche' spesso, le M.O.S.R. , sono esperte in una qualche pratica erotica inusuale. Questo stimola la curiosita' del maschio, il quale, dopo un breve periodo trascorso a farsi sollazzare dalla zozzona, la abbandona al suo destino per ricominciare a dedicarsi a prede più ambiziose.

La Zitella Lavoratrice Cronica (Z.L.C.) :
Questa famiglia e' strettamente legata alla famiglia delle donne in carriera. In effetti si potrebbe definire come una sottospecie della donna in carriera, dato che normalmente l'atteggiamento e' lo stesso, tranne che per alcune caratteristiche che ci permettono di distinguere una classe dall'altra. La Z.L.C., infatti, ha perso il fondamentale interesse alla prosecuzione della carriera, in quanto ha spesso ottenuto uno stop forzato alla crescita professionale causato da un qualche errore di percorso. Ad esempio: capita che una donna in carriera, nello svolgimento delle sue funzioni, cerchi di sedurre l'uomo di una qualche altra donna in carriera piu' in alto di lei nella scala gerarchica. Questo porta la donna in carriera di rango piu' elevato a tramutarsi istantaneamente in femmina vendicativa, scatenando tutte le armi a sua disposizione per frenare l'avanzata della concorrente. La poveretta (si fa per dire) si trova a questo punto sputtanata in tutto l'ufficio e, vuoi per la vergogna o per costrizione, si rifugia nello stakanovismo piu' feroce. Questo la costringe ad abbandonare ogni velleita', sia in ambito professionale che privato, lasciandola dedita solo ed esclusivamente al lavoro. Le Z.L.C possono provenire anche da altre categorie, ma difficilmente escono dalla loro condizione per mutare di classe.

SINONIMI DI FIGA-ultimo atto

La Ninfomane Insaziabile:
Come il nome lascia intuire, la ninfomane insaziabile è quel tipo di ragazza, bella o brutta, che non puo' fare a meno di un cazzo per piu' di sei/otto ore. La fame di sesso di queste donne è incredibile: esse sono addirittura disposte a raccattare i lavavetri agli angoli delle strade, pur di farsi infilare, anche se ovviamente preferiscono frequentare altri generi di esemplari maschili. In alcuni casi davvero eccezionali, la ninfomane insaziabile presenta anche le caratteristiche esteriori della figa pazzesca. In tal caso si parla di Pornodonna. La ninfomane insaziabile è una preda discretamente ambita, pur presentando lo svantaggio di non essere assolutamente affidabile dal punto di vista psicologico. Chiunque si sposasse con una Ninfomane insaziabile avrebbe la virtuale certezza di essere cornuto gia all'inizio del banchetto di nozze.

La Acidona:
La famiglia delle acidone comprende tutti quegli esemplari che, per un motivo o per l'altro, non sono in grado di passare una serata in compagnia senza scazzare con qualcuno del gruppo. Caratteristica dell'Acidona, è la sua capacita di criticare qualunque frase le venga rivolta come se fosse un insulto nei suoi riguardi. Ad un classico "Ciao, come stai?", l'Acidona risponde quasi immancabilmente "Che ti frega? Fatti i cazzi tuoi!". Da questo comportamento ne deriva un generale disprezzo nei suoi riguardi, che la porta negli anni ad inacidirsi sempre di piu', fino a sfociare nella categoria delle Isteriche

La Tipa:
Probabilmente la categoria piu' diffusa. Le tipe sono tutte quelle che si incontrano normalmente ad una festa, che ti chiedono se gli fai accendere, se gli cambi le mille lire, se gli reggi la borsa, ma con le quali non si intrattengono discorsi che durino piu' di 30 minuti (a dire tanto). In generale la Tipa si presenta come un esemplare femminile normale, salvo poi presentare caratteristiche che ne permettono una migliore classificazione in una delle seguenti sottofamiglie: Tipa che la da, Tipa che non la da, Tipa che la darebbe ma ha il tipo, Tipa che te la faresti se non ci fosse la tua Tipa, Tipa che te la fai facendole credere che sei chissacchìe poi non la accompagni neanche a casa.

Il Puttanone:
Il puttanone è una curiosa deviazione della tipologia Troia. Di norma, una Troia resta semplicemente Troia, e vive la sua troiaggine piu' o meno coerentemente. In alcuni casi, si verifica qualcosa che porta la Troia a riconsiderare la propria condizione e, in una botta di moralismo incredibile, decide di non dedicarsi piu' al drenaggio di capitali. Il fatto è che essa, ormai, è abituata a saltare da un membro all'altro con agilita'. Questo desiderio di uscire dal proprio schema classico "la da se cacci la lira", la porta ad intraprendere un cammino dove il bisogno di purgare la propria anima dall'istinto meretricio le impone di fornire favori sessuali senza richiedere nulla in cambio. Come risultato, Il Puttanone, scopa con le stesse modalita' della Troia, ma non chiede nulla in cambio, se non il mero appagamento sessuale. In questo dimostra un atteggiamento simile alla Ninfomane insaziabile, anche se il ritmo erotico è decisamente piu' basso. Nel caso della Ninfomane insaziabile si tratta di bisogno fisico di cazzi, mentre il puttanone è piu' che altro spinto dalla scelta personale di essere disponibile ad ogni uomo.

La Pornodonna:
Definire la Pornodonna equivale ad una solenne descrizione di uno dei desideri piu' osceni di molti maschi: una donna splendida, simpatica e soprattutto assetata di sesso piu' di qualunque altra cosa. Chiaramente un esemplare del genere, può avere il suo campo di applicazione per un periodo massimo di 10 giorni ..... seguire il ritmo di una Pornodonna è pressocchè impossibile gia' se si è dei ricconi nullafacenti, figurarsi se in piu' si è tenuti al lavoro... Una pornodonna rappresenta quindi un'impresa, nel vero senso del termine, ella si prestera' a qualsiasi tipo di rapporto sessuale, in qualsiasi momento e in qualunque situazione; permettera' all'uomo di turno di passeggiare amabilmente abbracciato ad una ragazza splendida, abbandonandosi alla sacrosanta bastardaggine data dal poter comunicare a sguardi ai propri amici il famoso:"Guardate un po' chi mi scopo io...". Tale sensazione, però, è destinata a durare poco, dato che la Pornodonna in questione non manchera' di tenere gli occhi aperti .... ed in capo a poco più di un mese .... tutti gli amici del gruppo avranno ottenuto lo stesso trattamento dalla suddetta, e gli sguardi saranno molto meno fieri.

L'Isterica:
Definire l'isterica corrisponde a dare uno sguardo un po' a tutte le donne ..... tuttavia ci sono alcuni esemplari che fanno dello sclero la propria ragione di vita: L'isterica non si preoccupa minimamente della situazione, del momento, delle persone con cui ha a che fare, e si lascia generosamente andare a degli scatti di ira furiosa che in non rari casi sfociano in un vero e proprio attacco di violenza gratuita. Il problema è che queste poverette, non si rendono conto del fatto che la pazienza umana ha un limite, quindi, giunte all'ennesimo scazzo feroce, quando cercano per l'ennesima volta di schiaffeggiare il povero cristo di turno, perdono i sensi e si risvegliano doloranti con il tatuaggio della mano di lui sulla faccia.

Pablo è vivo!


Lentamente muore.


Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.


P. Neruda

BENVENUTI!

Un benvenuto a tutti! Questo blog nasce dal bisogno di uno spazio dove scrivere pensieri, idee, fantasie, romanzi, trattati, enciclopedie ecc. ecc. Insomma tutto ciò che ci viene in mente. E' un blog libero, libertario e libertino quindi chiunque voglia parteciparvi è il benvenuto.
Buon divertimento a tutti.....
Il Cavaliere Rosso. Libero cittadino di Utopia Island

Nigaragua 1987


Le avventure semiserie di un “indio” sorrentino.

“NICARAGUA Luglio 1987” di Indio

Alla biglietteria del molo di Granada, al fare i biglietti per andare all’isola di Omotepe, ci chiesero il passaporto per identificarci, lo fecero solo con noi stranieri. Domandai allora il perché di quella strana richiesta ed il bigliettaio, sorridendo con i soli quattro denti che gli rimanevano, mi rispose: no se preocupe amigo, a veces algunos barcos se hunden y el gobierno sandinista quiere saber si hay victimas extranjeras!! (in quegli anni un po’ in tutto il centroamerica era abbastanza facile perdere la vita). Balbettai qualcosa che non ricordo, con una faccia evidentemente preoccupata, al che lui: Pero.. no se preocupe uste’ el ultimo se hundiò hace tres dias y eso no pasa siempre. Estè uste’ tranquilo. All’anima della tranquillità.....pensai.
Ignacio il giovane spagnolo di Saragozza, anche lui viaggiatore solitario come me, conosciuto a Jinotega su di un camion dell’esercito sandinista (il trasporto pubblico era quasi inesistente) che ci aveva portati a Managua, poi a Masaya e poi a Granada XXX (250km=3giorni, ma bellissimi, insieme con 23 soldati, giovanissimi, alcuni soldatesse, ne ricordo una, si chiamava Rosario, bellissima con la semplice uniforme verde scuro, l’Ak47 sempre al suo lato e quegli occhioni dolci, quasi materni, che quando si incontravano con i miei, sorridevano sempre)XXX e che aveva diviso con me quel tratto di viaggio, mi guardò con occhi preoccupati, mi confessò che non sapeva nuotare bene. Scherzando, gli risposi di non preoccuparsi, che essendo io un ottimo nuotatore, nel caso di naufragio, lo avrei aiutato. Non credo siano state le mie parole ma si calmò subito. Pensando ad altro ci avviammo al “barco” che in 5 ore ci avrebbe dovuto portare a Moyogalpa, uno dei due paeselli dell’isola di Omotepe. A prima vista la barca non sembrava male, mi ricordava molto il “Raffaele Savarese” che nella mia infanzia mi aveva portato tante volte a Procida. Questa barca si chiamava “Juanita II ed era una motobarca di legno di un 20/25 metri, sarebbe riuscita a portare anche un paio di automobili se ci fossero state, ma all’epoca in Nica i mezzi di trasporto non erano molti; c’erano però due asini e molte galline e “guajolotes” (tacchini). Alle 9.00 la motobarca partì, il sole tropicale iniziava a picchiare, faceva caldo e l’umidità era alta. Me ne andai a prua e mi feci un trombone. Il tempo era bellissimo, un gruppo di tre pellicani ci accompagnò per una ventina di minuti, era bellissimo vederli volare con un cielo così limpido ed i colori locali così intensi come sfondo.
Ad un tratto, improvvisamente, deviarono ad ovest, verso il Pacifico e scomparirono velocemente all’orizzonte. Rimasto senza distrazioni e mezzo sconquassato dalla tromba mattutina di maria nicaraguense mi addormentai aiutato da una fresca brezza che si alzò poco dopo e protetto dal forte sole da un telone unto di olio di macchina che ci faceva da tenda. Sarà passata un oretta quando un brusio di voci più elevato ed Ignacio che mi tirava la maglietta mi svegliarono.
Guarda lì Tonino, mi disse, indicandomi l’orizzonte. Il clima era rinfrescato, ad est il cielo, alla lontana, si vedeva nero, era una striscia nera che più si avvicinava e più si vedeva imponente. Conoscevo bene anche io il pericolo che si avvicinava velocemente e capii il perché di tanta preoccupazione tra la gente locale, era un temporale tropicale, di quelli improvvisi e che rovesciano acqua a secchiate e fulmini in quantità.. Sicuramente non sarebbe stato piacevole passarlo su di una barca nel mezzo del lago di Nicaragua. Non si vedeva ancora Omotepe ed anche Granada era scomparsa alla vista. Dopo alcuni minuti iniziò a piovigginare, si alzò un forte vento e, come ben sa chi conosce il mare (il lago Nicaragua è molto grande, come un piccolo mare), in pochi minuti il lago si agitò con onde alte almeno un paio di metri. Il cielo diventò nero, come se fosse notte, i fulmini iniziarono il loro ballo e la pioggia inizio a cadere, improvvisa, potente. La barca rollava paurosamente, ad un tratto una piccola esplosione, come lo schiocco di una frusta, fece girare tutti verso poppa, un cavo che manteneva dei barili di metallo si era spezzato e gli stessi, dovuto al forte rollio, iniziarono a rotolare per tutto il ponte. Fu il caos, le persone iniziarono a spostarsi impauriti ed in disordine per non venire colpiti ma purtroppo senza rendersene conto andarono tutti sulla dritta. La barca si inclinò improvvisamente, paurosamente; l’acqua del lago inizio ad entrare dalla fiancata, si infilò nel vano macchine da dove iniziò ad uscire un fumo nero denso, dopo poco i motori si fermarono, la situazione sembrava disperata. Ebbi paura e pensai al fatto di morire lì, lontano da tutti. Pensai al bigliettaio di Granada, al suo “no se preocupe amigo”. JODER! Stava succedendo a noi………Dovevo reagire! Gridai ad Ignacio di buttarsi fuoribordo che lo avrei seguito a ruota, il suo bagaglio erano due zainetti, uno sulle spalle e l’altro sul petto, io ne avevo uno solo, un po’ più grande da spalla. Ci guardammo negli occhi per alcuni secondi, i suoi erano tristi ed anche un po’ arrabbiati ma non impauriti, sembrava dicessero”ma porco zio stava andando tutto così bene!”. Devo dire che in quei momenti prima di gettarci nell’acqua in realtà non capimmo niente, le grida erano forti, gli animali come impazziti e gli umani, famiglie con bambini, campesinos, i pochi turisti cercavano di aggrapparsi a qualsiasi cosa trovassero. La fortuna nostra (di Ignacio e mia) fu che una volta in acqua, le mantelle di plastica che indossavamo contro la pioggia si riempirono d’aria e ci fecero da giubbotti salvagente (che ci aiutarono molto ed anzi ci fecero essere protagonisti ed eroi senza saperlo di un salvataggio di cui solo dopo venimmo a conoscenza… lo racconterò dopo, una volta a terra); ma in realtà la fortuna di tutti fu che la motobarca non andò a picco, rimase così, semiaffondata, e resistette sino a quando due ore dopo un piccolo rimorchiatore ci salvò. Sembra incredibile ma, un’ ora dopo tutto ciò, il sole dei tropici ricominciò a splendere, la tempesta si allontanò ad ovest così rapidamente come era arrivata e noi ci trovavamo appesi ad una barca mezza affondata nel mezzo del lago di Nicaragua (oltretutto, lo spiego per chi non lo sappia, il lago ha, unico al mondo, dei poco simpatici e pericolosi abitanti, ma secondo me è una fama non meritata, e cioè “los tiburones”, ovvero gli squali e più precisamente “squali toro”). Il fatto che questi animali vivano in un lago è uno strano fenomeno naturalistico, a cui si associa quello geologico (da molti geologi ipotizzato), fenomeni unici al mondo visto che sembrano confermare la teoria di una possibile unione del lago de Nicaragua all’oceano Pacifico/Atlantico a livello sotterraneo. Per fortuna quella volta quei, per me, simpatici animali erano impegnati evidentemente in altre occupazioni più importanti che mangiar naufraghi. Arrivammo quindi, trainati dal barcone-rimorchiatore e quasi di notte, a Moyogalpa, uno dei due paesini di Omotepe. Sul molo a riceverci c’era tutto il paese, non sembravano preoccupati anzi c’era allegria, (evidentemente sapevano che, per quella volta, sembrava non fosse affogato nessuno) tutt’intorno tantissimi barchini che prendevano persone e tutto ciò che si poteva recuperare dal Juanita II (oramai in secca ad un centinaio di metri dal molo). Nonostante l’affanno, la paura, la stanchezza, vedere tutta quella gente che ci aspettava ansiosa di aiutare mi dette una sensazione di tranquillità, mi sentii fortemente vivo, forse più di prima, forse più che mai, mi sentii come a casa, come se quella gente fosse stata da sempre la mia famiglia. Ho sempre pensato che questa mia esperienza abbia un po’ cambiato la mia vita, abbia inserito nella mia coscienza la consapevolezza che alla fine non si è mai soli ne’ poveri, anche se lontani dodicimila km. da casa e senza un dollaro in tasca. Quello che avrei vissuto in quella meravigliosa isola, in quel meraviglioso Nicaragua, per me pezzetto di paradiso in terra e che all’epoca viveva in pienezza ed orgoglio la sua rivoluzione,, avrebbe lasciato in me qualcosa che ancora oggi, dopo vent’anni, mi emoziona….. tanto!

mercoledì 7 febbraio 2007

Il Col. Douglas Mortimer ed il Cavaliere Rosso presentano: SCRITTURE IN CORSO

Scritture in corso, blog libero, libertario e libertino aperto a tutti quelli che vogliono pubblicare on-line, scritti, pensieri, idee, cazzate, cavolate o quant'altro vi venga in mente...