mercoledì 21 marzo 2007

FORCHETTA


FORCHETTA anno 2004 - oggi
Il cucchiaio per i malati……la forchetta per gli innamorati….

Sei al ristorante, sotto il pergolato con la tua donna. Il ragazzino prende le ordinazioni e ti porta il pane.
La solita attesa. Finite tutto il cestino e vi bevete la prima bottiglia di bianco. E’ quasi estate e avete scelto pesce. Arriva con i due piatti.
Non è quello che avevate ordinato. Salvatore ha deciso che oggi devi mangiare tubettoni alle cozze e zucchine. Con la forchetta. Non sei contrariato. Lo conosci…
Impugni lo strumento e porti il primo boccone di piacere alla bocca. Lo senti sotto il palato. Il cilindretto doppio, solido, elastico salato e caldo. E poi il ruvido dello zucchino e il viscido scivoloso della cozza. E’ un festival di sapori. Premi la lingua e lentamente si schiacciano; ruvido, liscio, sfuggente, morbido, tutta una sola percezione. Ti viene da chiudere gli occhi. Li chiudi.
Ingoi gioia senza nemmeno masticare e la senti scendere lentamente nella gola. Non scivola, passa. Ci resta un poco poi affonda. E’ un piacere di un attimo e poi la felicità che quell’attimo lo puoi ancora rinnovare con il tuo strumento. Affondi la forchetta.
E’ generoso Salvatore, i suoi piatti sono un invito a rimanere, un gesto di schifo per la linea, la pancia piatta, la palestra. E’ un piatto sovrano.
Ripeti il gesto, chiudi gli occhi e di nuovo le stesse sensazioni. Il piacere più grande è ingoiare senza masticare. Senti il blocco che scende giù per la gola, il caldo attraversarti il petto dal di dentro, lo stomaco per un attimo pieno. Sono appena bagnati di sugo e il tutto ricoperto di un olio giallissimo, trasparente. Un boccone, poi un altro, poi ancora. Non bevi.
Sempre più velocemente, prima ripetendo la prova adesso masticando perché i denti e la lingua si riempiano di quel sapore…..
E’ un godimento ed è tutto nella tua bocca. Poi si spande e ti prende il corpo. E’ una vibrazione.
E’ il tuo corpo vivo sul corpo nudo di lei. La stessa armonia, l’onda, l’estasi, la salute, il bene. Come il flusso e riflusso del mare, prima lento poi sempre più rapido, agitato.
E così mangi. Sempre più rapidamente. Il piacere gustato in pieno e subito rimpiazzato con un altro boccone di delizia. Lo strumento argentato, dal piatto alle labbra. Prima le carezza, le sporca poi le apre poi le penetra….
Ti sei messo allegro. Parlate di cazzate, ridete, state bene.
Non ti accorgi ma sta finendo. L’ultima forchettata. Prendi un pezzetto di pane, estrema illusione. Inforchi l’ultimo tubettone che contiene la cozza che nasconde lo zucchino….
Alzi gli occhi. Lo vedi.
E’ uscito dalla cucina trascurando i clienti. Si è nascosto dietro una finestra e ti spia. Ride.
E’ piccolo di statura Salvatore, nonno, calvo, gli occhi azzurri luminosissimi. Porta sempre una coppola, in questo periodo bianca. Ride sempre. E quando non ride i suoi occhi ridono per lui. Forse ridono di lui….
Si diverte come un pazzo a guardarti. Ti saluta con la mano. Gli sorridi, gli vuoi bene.
Finisce. Finalmente bevete. Una bottiglia intera di bianco, del suo vino bianco gelato.
Ancora non lo sai ma lui ti vuole aprire le porte del Paradiso oggi. Così ha deciso….
Il ragazzino svelto, senza parlare vi toglie i piatti e li sostituisce con uno enorme centrale e due piattini bianchi.
L’impepata. Cozze, acqua di mare, pepe nero e il suo peperoncino rosso in polvere. I nostri limoni. Sarà suggestione o le prime gocce di sudore tra i suoi seni abbondantemente esposti, ma già ti tira un po’ l’ uccello. Sei seduto sulla sedia e sotto, le braci. E il corpo di lei come acqua fresca che potrebbe spegnere l’incendio. Sei una bestia, ti muovi tutto. Lei sulle spine quasi come te.
Non vedi l’ora di andartene. Prenderla per mano e correre in salita, fino alla tua camera d’albergo.
Arrivarci insieme, sudati, senza respiro per l’affanno. Giocare per ore, poi strapparle i vestiti sbatterla sul letto e entrarci dentro. Già ti senti dentro di lei, circondato di lei, affondato nel suo corpo. Già ti vedi sudatissimo muoverti come un vitello, pesarle come una roccia, spezzarla in due con la tua forza. Respirare ansimando insieme. Essere dentro il suo corpo e lei piena di te.
E muovervi insieme e sentirti come quando balli un po’ ubriaco nei locali equivochi che frequenti ultimamente: chiudi gli occhi e senti che stai per cadere.
E’ l’ apoteosi della frenesia. Non la desideri nemmeno più, ne hai bisogno. O bruci o chiami i pompieri.
In quel momento accade il sublime. La vera arte…..
Il piccolo viene, neanche lo vedi con gli occhi chiusi e l’immagine delle sue tette, mosse dall’affanno e sudate, dentro agli occhi… L’aureola rosa pallido del suo capezzolo fuggita al morso del reggiseno. Bianco.
Ti toglie i piatti e li sostituisce. Adesso è tutta la dolcezza di Salvatore.
La sua torta, piena di cioccolata e colma di panna……. Forchettina. Non cucchiaino. Forchetta.

La affondi nella morbidezza e nello zucchero, la porti alla sua bocca, dentro la bocca. Lei fa lo stesso.
La frenesia passa senza cedere nemmeno un centimetro di desiderio. Ma adesso è dolce, morbido, zuccheroso. La vuoi vedere spogliarsi piano alla luce dell’abat-jour con il velo rosa, come Sofia Loren, e metterti anche tu vestito e con le scarpe sul letto e ululare ogni volta che si toglie una calza: ci fosse ancora quel vecchio giradischi Geloso con i 45 giri…
La vuoi baciare, coprire piano di te, posarti addosso a lei delicatamente e dolcemente entrarci dentro, dopo averla invogliata baciandola, convinta carezzandola.
Piano mangi le tue forchettate di panna che ti imbocca lei, piano passano sotto il palato. La lingua le spinge, le preme. Senti una morbidezza dolce di zucchero e fredda di frigo. Ti lavi la bocca col vino bianco gelato. Ricominci…
Le vostre voci sono basse. Le cose che vi dite intime e profonde. Intense, dolcissime. Promesse…
Non sei mai stato così. Tra poco, forse sarete insieme e farete l’amore come non l’avete mai fatto..
Ringrazierai Salvatore per questo.
Tra poco forse sarete in macchina, senza neanche esservi toccati. La radio accesa sentirai i risultati. Serie A serie B, la tua squadra del cuore, come te allegramente verso il basso... Lei dormirà beata al tuo fianco. Tornerete in città. Lo ringrazierai anche per questo.

Ragazzino. Caffè. Amaro il tuo. Non glielo avevi mai detto!



Finalino
Due signori, Gino e Gina, arrivano nel tardo pomeriggio in città. Lui ferma ad un cancello, lei preme il telecomando, la vecchia Lancia verde scivola sicura verso il posto assegnato. E’ già quasi buio.
Apre la porta ed entra. Gino si fionda sulla sua poltrona e afferra il telecomando soddisfatto. Ha fatto il suo dovere di marito ed è arrivato anche in tempo; giusto giusto: 90° minuto.
Gina apre il gas chiuso per prudenza prima di partire e si affanna a preparare il caffè. Profumo per la casa. Glielo porta con un frettoloso bacio accolto con insofferenza.
I ruoli sono ristabiliti: lui è il marito e lei fa il caffè.
Gina va verso il lavello colmo di stoviglie, si avvilisce, quindi in camera da letto per togliersi i vestiti buoni. Mette la tuta da casa. Il pigiama –maschile- sarebbe stato più sexy, ma lei sceglie la tuta, è più comoda.
Lava i piatti del giorno prima e, come sempre un’onda di schifo la assale quando deve staccare il cibo incrostato dalle padelle e quello che Lui lascia e che deve essere gettato via.
Poi si affaccia alla porta, è impegnato. Nessuno la guarderà.
Va in camera sua, prende il suo diario segreto nascosto nel cassetto, la bella penna.
Apre alla pagina di oggi:
“Particolare e bellissima giornata oggi, Gino mi ha portata a….
Poi, la penna in bocca, gli occhi fissi in un punto, inizia a ricordare.
Piano senza accorgersene, ma obbedendo a un comando forte e languido al tempo stesso, si stende, la mano destra mantiene il diario chiuso, un dito per non perdere la pagina. La penna cade.
La mano destra diventa sempre più leggera sul quaderno, mentre la sinistra si fa più forte ed insistente, si muove lenta ma forte e preme, sicura; lei sa dove andare.
Dalla gola verso il basso,
poi giù, giù, giù e il respiro diventa forte.
Gina chiude gli occhi.



….Il coltello per gli amanti….




Col. Douglas Mortimer

giovedì 15 marzo 2007

FOTO DI BORGHESIA DI PROVINCIA


Foto di borghesia di provincia


Il pomeriggio di mezzo agosto ero alla nostra solita processione del paese. Ci vado per una curiosità sempre più stanca, tanto turisti se ne vedono molti di meno e la ricerca delle radici e delle tradizioni popolari mi comincia ad interessare poco.
Quella volta mi andò bene. Nel nero assoluto delle donne che seguivano il Santo, sotto un cielo stranamente plumbeo e pieno di tristi presagi, c’era una ragazza che subito mi parve una turista straniera. Era molto bella, alta, bionda, dritta, magra e coloratissima. Aveva lunghi capelli sciolti che le cadevano ondeggiando sulle spalle.
Aveva dei pantaloni bianchi che le lasciavano scoperte le caviglie, una mogliettina gialla dall’ombellico in poi, insomma era davvero di una bontà notevole.
Era attentissima e sorridente. Sorrideva sempre e guardava tutto. Non si perdeva niente e mi pareva si divertisse molto.
Abbandonai la processione e mi misi a seguirla con lo sguardo. Aspettavo di vedere il suo ragazzo che faceva le foto e speravo di no.
Poi la persi di vista e me ne tornai a casa con quella sensazione nota di quando hai visto una bella femmina.
Ti rimane un languore allegro per qualche ora, fino a quando l’immagine sbiadisce e per un po’ credi di poter fare ogni cosa.


La rividi ancora alla festa di Santa Lucia. E’ l’ultimo giorno di allegria, introduce le festività natalizie e ci prepara ad affrontare tre mesi di sofferenza, di solitudine e di gelo.
Si accende un falò enorme e si rimane tutta la notte a ballare, a bere e a mangiare panini con salsiccia e patatine fritte.
E’ la sera e il luogo dove, dopo un anno, ci si incontra avanti al fuoco e si ricompongono vecchi rancori…
Ero lì con i miei amici del paese, già mezzo ubriaco di vino e di sigarette e circondato di gente più o meno nelle stesse condizioni.
Arrivò da sola, sorridente ed attenta. Sola, come alla processione. Prese il panino ed il suo bicchiere di vino bianco e sedette alla panchina.
Noi a queste feste ci rompiamo un po’ perché ci conosciamo tutti e le nostre donne, anche se bellissime non sono una novità.
Quindi quella fu l’occasione. Senza farla notare agli altri decisi. Invitarla a bere, a ballare, a fumare una sigaretta “speziata” ed a scopare (hai visto mai!).
Con questi sani propositi, mi misi ad osservarla per capire se fosse sola e quando e come iniziare il corteggiamento.

Lei non era venuta alla festa, era venuta per vedere la festa!
Rimasi incantato. Non partecipava, ma seguiva tutto dalla sua panchina. Si era scelta il posto centrale e si godeva lo spettacolo. Il ballo, Michele e Isabella che cantavano, la gente che beveva e che parlava, chi arrivava e chi andava via. Il castagnaro che attizzava il fuoco.
Quando Michele coinvolgeva il pubblico lei alzava le mani, o le batteva, con le gambe manteneva il ritmo; ma non parlava mai con nessuno e non si è mai alzata di lì.
E nessuno le parlava. Sembrava felice.
Non era il tipo di ragazza che si mette in vetrina e si fa ammirare ma non dà confidenza. Lei era contenta a vedere la festa. Lei la vita la osservava, non la viveva.
Era una turista della vita.
Non avrà avuto più di vent’anni, e questa cosa proprio non la riuscivo a capire.
Poteva avere tutti i ragazzi intorno, poteva girare e ballare sempre con maschietti differenti, mettersi con qualcuno, stare nel mezzo del cerchio.
Non mi sembrava né timida né spocchiosa. Aveva scelto di mettersi lì e godersi la festa a modo suo.
Alla fine della serata accadde qualcosa di stranissimo. Andandosene si trovò nella cerchia dei suoi coetanei.
Come avevo immaginato, tutti la chiamavano per nome, la invitavamo e la coinvolgevano. E lei ci stava. Era come se fosse stata in mezzo a loro fino a quel momento. Li ringraziava, prometteva incontri e appuntamenti, scambiava numeri di telefono. Rideva e si divertiva molto.

Me ne tornai a casa con l’idea di raccontare una favola dove la bona biondina potesse essere la fatina, vestita di azzurro etc etc. Cose note.

Da quella volta la incontrai spesso per il paese, mai nella città turistica, solo nel paese e nei villaggi intorno. Sempre sola, sorridente ed attenta a tutto quello che capitava.
Si guardava intorno compiaciuta e benevola, curiosa. Stupita. Come facciamo noi quando per la prima volta vediamo New York.

Una sera di inverno, nel solito percorso dal garage a casa passai avanti al centro parrocchiale in festa. Sapevo che c’era la recita e la cosa mi era scivolata addosso nel gelo di quei giorni. Volevo solo un po’ di calore, quindi correvo verso casa.
Ma lì dentro facevano casino, poi c’erano le luci e sicuramente un bel calduccio.
Entrai e mi scelsi una sedia. Era proprio dietro alla ragazzina bionda. Mi spostai di due posti e mi osservai lo spettacolo di lei che si osservava lo spettacolo.
La recita era davvero cretina, il solito: bambini travestiti che si divertono un mondo a specchiarsi l’uno nell’altro e che sono poi loro il vero spettacolo, mamme emozionate, papà sfottuti, gente che capita lì non tanto per la rappresentazione quanto per il rinfresco.
In quel periodo era di moda Francesco. La scena era un musical sulla vita del Santo.
L’unica che si divertiva era lei. Come al solito sola, e come al solito attentissima e divertita. Guardava avanti e spostava la testa e il busto per non perdersi nessuna scena.
Era felicissima per un lavoro piuttosto mediocre; rideva e batteva forte le mani. Non riusciva neanche a stare col suo bel sedere fermo sulla sedia e, da dietro sentivo che respirava forte.

Quando le cose non le capisco mi arrabbio e me ne vado.
Quindi aspettai la fine dell’atto per non fare capire a quelle mamme, molte le conoscevo, che la serata era insostenibile. All’intervallo me ne andai.
Mi voltai per l’ultima volta per dare l’addio alla strana fanciulla bionda.

La scena era questa: Bianco assoluto sul palco, niente di niente solo le luci dei proiettori.
Persone che parlavano e mamme ansiose. Bambini strafelici che correvano. Ma il palco vuoto e bianco.
Mi volto verso di lei e la vedo guardare vanti spostando leggermente il busto a destra e a sinistra per scansare qualche testa che si muove. Si agita, guarda avanti e sorride. Sorride? Si, sorride, sorride….


Vorrei dirti le parole più vere
Ma non oso
Per paura che tu rida


Col. Douglas Mortimer





Trenella!!!
Affaciate alla fenestella!
-.-

E uè uè
Cu sta resella, cu sta resella
Cu st’uocchi e cu sti vruoccoli,
stì vruoccoli,
stì vruoccoli,
lu core comme spruoccole
me stai a strazzià
me stai a strazzià.
E lu core comme spruoccole, me stai a strazzià,
a strazzià
a strazzià.
-.-

Carugnona!
Io t’aggio chiamato e tu nun t’affacce!
E fai arrabbià a Pullecenella…..


(la serenata di Pulcinella. Cimarosa)

Col.Douglas Mortimer

lunedì 12 marzo 2007

DOMENICA SERA VERSO SUD


Domenica sera, verso Sud

E’ buio la domenica pomeriggio di un autunno insolitamente freddo.
Fuori piove e c’è vento.
La vecchierella si affretta a sparecchiare, a lavare i piatti e riporre bicchieri e posate buone nella vetrinetta dai vetri opachi. I figli i nipoti e i loro fidanzati sono venuti da lei, come ogni domenica.

Si sono messi a tavola nella sala da pranzo e, come al solito, hanno parlato tra di loro, ridendo e scherzando o dicendosi cose importanti e serissime che lei non afferra completamente. Ma capisce il senso, le arrivano le alleanze e le antipatie.
Giungono in gruppo, mangiano, discutono, si rivolgono a lei sorridendo e poi all’improvviso se ne vanno via. Tutti insieme, dopo aver adempiuto al loro dovere.
Quando le parlano sono affettuosi e gentili, specialmente i bambini ma nessuno le chiede cosa sta pensando e cosa vuole, di che ha paura e cosa desidera. La notte come dorme e che sogni fa.

Ma lei è contenta.
Li vede uniti, frequentarsi, crescere insieme figli e nipotini, la sua casa si riempie una volta alla settimana poi piomba nella solitudine più assoluta.
Lei, gli animali della fattoria, i tempi della campagna ancora più impegnativi della fabbrica, senza riposo, nemmeno la domenica; le foto dei suoi parenti e il ricordo di suo marito.

E poi c’è la chiesa
La domenica pomeriggio, andati via i figli, lei rimette tutto a posto, lava per terra poi chiude la camera da pranzo e si prepara.
Vestito nero, scialle del pellegrinaggio, il Rosario, il Librettino e si affretta per le stradine deserte e spazzate dal vento verso la Messa delle sei.

Entra e siede sola sulla sua panca e aspetta pronta.
Quello è il momento in cui parla con Dio.
Gli raccomanda i suoi tanti anni, il figlio che non riesce a vedere sistemato, gli offre le fatiche, il ricordo del marito e poi si perde abbandonandosi al pensiero di come sarà il futuro della sua vita quando questa sarà finita. E’ un dialogo tra i suoi segreti e un altro Dio.. Nessuno può più dirle come deve rivolgersi a Lui e nessuno saprà cosa si sono detti e neanche lei quando sarà ritornata nella chiesa dove adesso siede il suo corpo, in attesa di lei.

Le candele sono tutte accese e le luci laterali già dicono della Festa che si consumerà appena entrerà il Celebrante. Il fortissimo odore di incenso giunge fino a lei spinto dal vento…
E’ il vento che porta una novità.

Da un punto dietro l’Altare Maggiore arriva una strana musica, nuova. Le ricorda vagamente una canzone che cantavano alle feste del raccolto quando era ragazza. Si sforza di collegare quelle parole all’immagine di lei che ballava con un uomo dal bello aspetto e dai modi cortesi col fazzoletto rosso annodato in gola.
E’, Sembra, Non è ma è proprio, Come se fosse
La tarantella del Gargano!!!! Sìì è quella!! E nel suo ricordo passano tutte le note e le voci, i versi. Questa non è Lei ma ha qualcosa di Lei.
Confonde e poi unisce le immagini di sé stessa che balla nella piazza del paese e della canzone e Lei diventa canzone.
Ma questa viene direttamente dal vento e porta delle sonorità sconosciute. Comincia con un qualcosa di arabo e di remoto. Un ticchettio sempre più veloce e vicino e poi parte con un giro di basso e dei timpani.
Poi la voce che arriva direttamente dal Cielo. E’ il soffio di Dio, se solo Dio fosse femmina.

Di rose t’haia fari nu bellu ciardini

Il ritmo del basso e delle percussioni rimane costante ma entrano continuamente nuovi strumenti stravolgendo il suono che lei ricorda bene adesso. Quindi si perde e si ritrova nei suoi ricordi e comincia ad immaginare un dialogo tra Santi, le cui immagini sono raffigurate ai lati della chiesa.
Improvviso uno squillo altissimo di trombe, tre note, mentre la bella voce continua a raccontare cantando con dolcezza immutata e il basso gira insieme alla batteria –che lei non riconosce-.
Uno squillo acuto di tromba annuncia la presenza stessa di Dio e lei si trova, vestita di nero e seduta sulla sua panca, Lei ragazza, ballerina sulla piazza principale alla presenza dell’Altissimo.
Poi cambia tutto e diventa una improvvisazione Jazz con suoni che non conosce e dove si perde.
Ci cammina dentro, come in un giardino segreto. Si ferma.
Pensa a un discorso tra loro che non può e non deve capire ma che ha il privilegio di ascoltare, quindi si dispone a un attento “sentire” . Sono tanti strumenti che suonano insieme e immagini che cambiano continuamente avanti ai suoi occhi. Le sembra di avvertire il ruscello che scorre, poi improvviso un cenno di flauto che le mostra il primo uccellino primaverile –ancora avvolto nel gelo- e ogni tanto il ritorno al tema principale della tarantella con la voce femminile che continua ininterrotta a recitare i versi della antichissima canzone.
C’è un costante perdersi e ritrovarsi e la vecchierella si sente seduta in chiesa ma si vede, lei stessa –ragazza- ballare e passeggiare per il parco più bello che la sua memoria ricordi.
Il basso adesso è potente, sottolinea la gravità del dramma che ora sta vivendo e ora sta osservando.
Poi dal lato opposto un suono di trombe, ma in nota di basso, mette tutti in allerta.
Il diavolo ha fatto la sua apparizione.
Adesso non c’è più tempo per la melodia e per lei, adesso sono tutti gli strumenti che suonano mentre la voce tace. Ognuno combatte la sua battaglia sonora e a lei arriva l’effetto stereofonico di un’orchestra di suoni che nell’insieme hanno qualcosa di altamente melodioso ma che le sfuggono. Ascolta seduta sulla sua panca, mentre lei ragazza si nasconde dietro un albero del giardino celeste che sta percorrendo.
E la vecchierella e la ragazza guardano.
La battaglia è feroce e velocissima; un orchestra si coalizza contro la presenza maligna e fuori tono e ben presto un solo paio di note di organo ha il sopravvento sugli strumenti tutti che piano piano si dileguano. Le due note proseguono ossessive, sottolineate dal basso e dal piatto, e salgono di volume e velocità, rimanendo le stesse.. Il ritmo è talmente alto che si rompe, come un bicchiere infranto, in un punto preciso alla destra dell’Altare Maggiore, vicinissimo alla croce.
Il Diavolo è lontano.

C’è un solo istante di silenzio poi un sottile timpano e di nuovo la sensazione dell’uccellino che ritorna, quindi timidamente si reintroducono tutti gli strumenti.
In un attimo ritorna l’Angelo e riprende la melodia della vecchia tarantella. La ragazza esce dal nascondiglio e comincia a ballare lieve su un pavimento d’aria, la voce la porta.
Le trombe alte segnalano che Dio ha ora lasciato quel Congresso.
La musica continua, ma ad ogni giro con un tono minore fino ad esaurirsi quasi e poi a spegnersi con un lontano suono di timpani.
Sempre più lento, sempre più lontano mentre l’immagine così nitida della ragazza diventa sfocata nella mente della vecchierella.
Rimane la foto di suo marito, che lei conserva sul comodino e nel suo cuore. Un uomo alto ed elegante, mentre faceva il contadino, che parlava bello e dall’incedere galante.. .


M’n’ha fatt nnammurà la camminatur e lu parlà
M’n’ha fatt nnammurà la camminatur e lu parlà

Si bell’ tu non c’iri n’ammurà nun me facive



Qualcuno ha lasciato la doppia porta aperta e il vento ha portato verso la vecchierella suggestioni antiche e memorie che arrivano direttamente dagli alberi che vivono a testa in giù e nel periodo autunnale, tutti sanno, sono custodi di segreti e pensieri remoti e cose dell’anima.
Quindi riemerge dalla sua preghiera segreta; la chiesa si anima. Entra il celebrante.
Ad un cenno si alza in comunione con le altre e –frettolosa- si segna col Segno della Croce.





COl. Douglas Mortimer

mercoledì 7 marzo 2007

GOSSIP


GOSSIP

A battere

“Ha visto quella….?!” E’ un autentico scandalo, le dico –Signora Mia-,,,,!”

C’è qualcosa che mi entra nel corpo in estate, e passa dal naso. Sono gli odori:
creme protettive miste ad oli abbronzanti che scivolando insieme al sudore, creano disegni simmetrici su fianchi femminili ancora piacenti e superpompati da ore di step, massaggi e saune.
A questi si unisce il profumo d’olio dei motori fuoribordo e quello tipico del legno macerato degli stabilimenti.
E mi capita così, all’improvviso una mattina. Arriva tutto insieme e dici:
“E’ estate!”.

Sulla spiaggia file parallele di ombrelloni blù con frangettine bianche.
Sotto; signore perbene , spalmate di protezioni schermo totale, spruzzate di Autan e con oli abbronzanti alla carota che scurisce la pelle (?)

“Signora mia -che caldo oggi! Ma non succede mai niente qui, su questa spiaggia!”
“E che vuole che Le dica? Ha visto che bel giovanotto, quel Giovannone, eh? Un bel pezzo di bel bagnino..”
“Dica la verità. Lo darebbe volentieri a sua figlia eh?”
“Signora, ma che dice?!! Guardi, guardi, piuttosto, la figlia della Signora XXX..
“Chi quella bella ragazza col sederino tondo tondo…
“Sì, proprio lei, guardi, guardi, le s’è slacciato il costume proprio sul fianco.!”
“Oh!”

Il dado è tratto. Adesso tacciono, ognuna sotto il suo ombrellone e guardano avanti. Immaginano quello che già sanno.

Sulla spiaggia, -in fila indiana e allineati in modo regolare-, sono gli ombrelloni che parlano. Sotto ognuno di esso una signora per bene. Quella più per bene di tutte si chiama dabbene.
Parasole, hanno dei movimenti simmetrici, oscillatori, paralleli alle loro file. Sembrano il tergicristalli di quel treruote che in tutta Italia si chiama APE ma che a Sorrento ha il doppio articolo e viene detto LALAPE.
Si muovono in un continuo oscillare verso l’uno e verso l’altro e trasmettono, riportano. La TV via cavo ha un antenato sulle spiagge nostrane.


Movimento: Destra - sinistra.
L’ombrellone al fianco delle due donnedabbene oscilla, come sotto effetto di quel vento di agosto che soffia costante, lento e caldissimo, detto phon.
Le frangettine tese; sotto una donna cerata, finge di dormire.
Lentamente lo stesso si riversa da quell’altra parte e in un bisbiglio sommesso, di quelli che si sentono nei salotti buoni –un parlare frettoloso e silenzioso, ma non troppo perché altrimenti non si diffonde il pettegolezzo:
“Ha sentito, Signora? La figlia della Signora XXX,
“Chi?
La signora XXX no? La figlia?
Ah! Quella bellina col sedere un po’ grande?
“Diciamo abbondante; comunque sì. Lei.
“E allora?
“Mentre andava al mare stava perdendo il costume….
“ E come è stato com’è stato?
“Mentre camminava, pare che qualcuno le abbia fatto un complimento. Lei si è girata di scatto, si è slacciato il lacc
“No guardi! Signora mia, a me queste cose non interessano, io mi faccio i fatti miei e non do retta a nessuno“

Ma dopo un poco L’ombrellone oscilla paurosamente verso sinistra. Il bagnino novello si allarma, il proprietario gli fa segno con la mano: niente niente,
cos èfemmene.

“Signora, Signora, Signora? Signora!!! SIGNORA!
“Ehh, CHE ‘Dè Né”
“Signora, mi scusi se la disturbo, ma glielo devo proprio dire.
“E gghiate ricennn signò, me stev addurmene nù poc “ ma l’orecchio è appizzatissimo.

“Signò Voi la conoscete le figlia della Signora XXX? NO?
“Chie è né Signò, quella pezz’è femmenona cù culo che me pare nu cuofano?
“Eh Sì quella bella ragazzetta tonda, diciamo in carne, col sedere un po’ grosso, ha presente?
“Azz’ un po’ grosso? Va buò Jate ricenn Signò …”

“Orbene, lei lo sa cosa ci capita? La ragazzetta s’era avviata verso il mare, poi alcuni giovanotti l’hanno chiamata, sembra addirittura insultata, sà? Quei complimenti un po’ pesanti come li facevano anche a noi da ragazze,
“Amme me ffanno ancora, Signò!
“Ordunque, la ragazza pare si sia voltata di scatto e, d’improrvviso così, immantinente
“Immantiche?
“ OHHH Improvvisamente
“AH, all’intrasatta! OKKEY!
“Insomma, improvvisamente, un grido. Che spavento! Le si era slacciato il costume e stava per cadere giù, proprio avanti ai ragazzi. Pensi, che scandalo…
“AZZ’ Signò emmo cell’aggi à dicere a mia cuggina Natascia che sta avanti ammè coll’ombrellone. Grazie della notizia, Signò”

Quindi si alza ed interrompe il flusso orizzontale della trasmissione. Ma la News continua.
E’ una bella donna, con un bikini pushup le labbra rosse e il mento volitivo. Ti viene voglia di farle quella carezza a tre dita, cominciando dallo spigolo della faccia verso il mento. Ma durerebbe poco, le dita ti sfuggirebbero via in un impasto di oli e creme e poi ti rimane solo la sabbia per ripulirti i polpastrelli.
Ha delle pantofole altissime tutte dorate e un asciugamano candido di bucato per non prendere i batteri. Cammina ancheggiando in modo seduttivo, porta una sigaretta alle labbra stampandola di rosso e va verso Natashia che le porge il fuoco.
“Natascia, tu à saje à chella, à figlia rà Signora XXX?
“SI cara, la conosco…Quella grassottella col sedere che sembra un cuofano.
Poi parlando italiano
”Natascia, tu devi sapere che quella, la ragazza, stava andando al mare per caz Uh! Mi Scusa! Per fatti suoi, quando un gruppo di ragazzini si è messo intorno a lei, la ha sfottuta, ci ha detto le parole e c’a pure messo le mane in cuollo. Chella, a guagliona ha tentato di difendersi, ma per scappare si è sciolto il laccetto del costume ed è rimasta con quel culo enorme da fuori..
“Quella scostumata!!!!
“Aspe’ che glielo dico alla signora affianco”.

Movimento: sinistra-destra.

Mentre l’ombrellone si dirige verso il lato della signora, l’altro và verso destra. Si incontrano.
“Signora, Lei lo sa
“Signora Natassia, lei non ha idea che cosa è capitato oggi in spiazzia, non le dico e non le conto, anzi le conto e le dico che, poco dianzio propreto qui vicino
“ SI, signora, ma mi lasci dire
“Dopo, dopo. Ma Lei conosce la figlia grassa della Signora XXX? Quella col sedere talmente enorme che ha bisogno della sdraio fatta apposta per lei e quando si alza tutti protestano perché gli leva il sole?
Eh, la culona, come non la saccio? Anzio a proposito, le volevo dire
“No no, stia a sentire, pare che mentre andava al mare alcuni giovani l’hanno sfottuta per quel suo panaro enorme, poi, si sono messi tutti intorno. La poverina per scappare è inciampata su un sasso ed è caduta a faccia interra. Mentre cadeva le si è sclacciato il costume ed è rimasta col culo nudo sulla spiaggia. Pare che avesse tatuata una rosa!!!!”

Ehno!, cara Signora Lei non sa bene. La ragazza –obesa-, stava scappando perché alcuni pirati saraceni, spuntati dalllà dietr ohi? la volevano abbruciare. Ma, impedita dal suo enorme sedere, è caduta. Mentre cadeva si è slacciato il costme e sono apparsi allo sguardo pubblico due enormi panari. Pare che su ogni nacheta fosse impresso con il Marchio di Fuoco l’iniziale del suo amante; nomo e cognomo:
Sir Stefan.




Gossip maschile. A levare

E mentre le donne spettegolano i mariti sono stesi sulla spiaggia a pendere il sole.
Anni ’50 non grassi ma con una bella pancia e con quelle che qualcuno affettuoso (o pietoso) ha chiamato Maniglie dell’Amore. Ma hanno i calzoncini a tre quarti da teen agers, l’orologio 28” stereo, la collanina e l’anellino etnico al pollice. Non sanno perché ma ce l’hanno.
“Lo sai mi sono comprato un SUV americano, l’ho pagata 50mila euro e ha 12 cilindri 24 marce, sei ruote…..
1° passaggio. “Che ha detto? “ “Dice che si è preso un fuoristrada da cinquanta migglioni. Bah, per me è un purpo”
2° passaggio. “Eh?!” “No pare che si è comprato la macchina nuova, pare che sia prodigiosa. Robba americana, tre anni e la butta”
3° passaggio. “Come come? “Niente, l’hanno fatto fesso. Si sono presi un sacco di soldi e ci hanno dato un fuoristrada, pare che come l’ha messo in moto sia scoppiato…
La Lapide. “Lo so, lo so, quella la macchina americana se l’ha comprata pure un lontano cuggino mio di Milano! . Pare che è tutta scassata, ti rimangono le maniglie dei finestrini in mano, brucia olio e conzuma benzina. Due settimane dopo che l’aveva presa –croce nera-, si sono rotti i freni…. Insomma tutta l’estate all’ospetale con tutte e due le gambe ingessate”
Commento. “Io tengo la nuova Panda l’ho pagata tre cimici e un pidocchio e non faccio il fanatico. Io!!!”.







GOSSIP. TUTTI I PARTICOLARI (comprese foto della donna cannone) in cronaca.

Col. Douglas Mortimer

HAI CHIUSO IL GAS?


HO CHIUSO IL GAS?
Hai chiuso il gas? ”
Il signore, ancora giovane e da poco separato sta accingendosi a partire per una cittadina inglese dove incontrerà la sua nuova amante per passare con lei qualche giorno di vacanza.
E’ fuori dalla porta, sul pianerottolo con tre valige e una domanda.
Prende le chiavi ed apre il lucchetto superiore –sette mandate-, quello inferiore –cinque-, entra in casa e si dirige verso la cucina. Avvicina il naso a ciascun fuoco del fornello, non sente odore di gas, quindi, per essere sicuro porta le dita vicino ai fori poi al naso.
Tutto a posto a parte un forte tanfo di frittura appiccicato alle mani.
Quindi va in bagno, apre il rubinetto generale e si lava per bene. Poi chiude la fontana ed esce.
Ascensore. Porta del piano, porta della cabina, tre valige poi di nuovo le due porte e quindi il tasto T.

Tasto STOP. Tasto7.
“Ho chiuso l’acqua?”
Ritorna al piano, caccia fuori le tre valige, chiude l’ascensore, riapre la porta, sette mandate più cinque, va in bagno e si assicura che l’acqua è chiusa dal generale, quindi finalmente rasserenato esce.
Qualcuno chiama l’ascensore, lui si affretta vicino alla porta, poi al volo nella cabina.
“Fottuto!! Ce l’ho fattaa!!” e con i gomiti piegati batte i pugni per aria.

Tasto STOP. Tasto 7.
“Ho chiuso la porta? ”
Risale di corsa -sta facendo tardi e rischia di perdere il volo-, caccia fuori le valige, chiude l’ascensore che l’altro occupa “Ma porca putt “ quindi va verso la porta.
Chiave superiore, mancano sette mandate, le dà, chiave inferiore, chiusa bene ma per sicurezza la apre e la richiude. Poi –furbo- bussa al campanello così è sicuro che la corrente è staccata. Alla fine prende le valige e si scaraventa per le scale. Sette piani e il rumore del tuono.
Si affacciano tutti alle porte. Qualcuno dal pianerottolo accenna a tutti i suoi parenti trapassati, senza conoscerli: Chitemm !!
Arriva in strada cerca poi trova l’auto che aveva posteggiato da qualche parte, ci carica le valige e si dirige veloce verso l’aeroporto.
Parcheggia nello spazio riservato, passa per il check-in trattenendo il bagaglio a mano e finalmente si siede sulla poltroncina nella sala d’attesa.

Comincia a calmarsi. Cambia il canale della sua televisione interiore. Adesso c’è il fermo immagine della bella signora dalle gambe lunghe che lo attende all’aeroporto inglese. Ceneranno insieme, faranno delle gite, andranno per pub ed a ascoltare la musica folk, poi lui salirà a casa sua e faranno l’amore.
Con la mente piena di queste immagini idilliache si avvia verso il pullman.

Un puntino bianco si impadronisce della sua mente. Cerca di cacciarlo, non ci riesce, lo ignora.
Sale le scale e prende posto in aereo; il puntino si allarga, lo allontana. Posa il suo bagaglio sull’apposito ripiano e siede con un libro, gli occhiali e una macchia bianca dentro alla testa. Adesso lo sa che non può più cacciarla. Deve conviverci.
Seduto attende il decollo con la cintura di sicurezza già allacciata.

Avanti ai suoi occhi lo schermo del cinema; panavision. Bianco.
Apre gli occhi, li richiude, tenta di leggere qualcosa. Niente.
E’ seduto in aereo, ha un cinema nella mente e davanti a sé uno schermo luminoso.
Cambia inquadratura,

Contatore del GAS.
Chiavetta parallela al tubo.

Lo sa! Lui lo sa che la chiavetta deve essere trasversale per chiudere il gas.
“Ma io non ho sentito l’odore! Ho provato tutti i fuochi!
Ci sono tornato apposta!!!”
Davanti agli occhi il fermo immagine.
Contatore, chiavetta, gas.
Parallela!!!!!

L’aereo si muove e entra in pista di decollo. Attende l’OK.
Lui è lì seduto con la chiavetta della mente in posizione parallela. Suda e si tiene fermo al sedile. Il vicino sorride pensando al classico panico da prima volta.

Poi inizia il film.
Suo figlio –gli ha dato le chiavi- sa che lui non c’è ed entra in casa con l’amichetta bionda. Accende la luce
BBBOOOOOMMMM
soffitto crollato,
due dispersi, articolo col suo nome in cronaca.
“Hostess?”

L’aereo rulla sulla pista. Inizia il decollo. Si stacca, sale.

Suo figlio entra in casa con la sua amichetta bionda e un amichetto per una cosa a tre. Accende la luce.
BBBBBOOOOOOOOMMMMMM
Palazzina di sette piani rasa al suolo. 72 coinquilini introvabili, articolo col suo nome in prima pagina.
“Hostess? Hostess?”


Ormai sono in volo e tutti si tolgono la cintura di sicurezza, tranne lui. E’ ancora lì, seduto con le mani serrate sulle maniglie, il corpo teso e la cintura allacciata.

Suo figlio entra in casa con due finte bionde transessuali siberiane dal culo basso e un pappone ucraino completamente calvo e glabro, con le manette e tutti vestiti fetisch in plastica nera.
Accende la luce
BBBBOOOBOBOMBOOOMBOOOM
Tutto il quartiere residenziale sconvolto da una violenta esplosione settemilasettantacinquemilaetre dispersi tra le macerie.
L’Esercito Italiano interviene in aiuto ai Vigili del Fuoco e edizione straordinaria del di Emilio Fede che gli piace tanto. Suo nome e suo volto affiancato a quello del Mostro di Meelwooke.
“Hostess? Hostess?” “Hostess, per favore hostess!!”

Ormai convive con un fantasma dal colore azzurro e di odore acre che fluttua a mezza altezza in tutta l’aerea della sua casa aspettando che qualcuno entri per scoppiare e rovinarlo per sempre. Esce dai fornelli del gas e si esaurirà solo quando sarà finita la fornitura per tutta la sua città: Roma!!
“Hostess; Hostess! Hostess!! Hostess? Hostess… HHOOSTEEESS!!”

“Eccomi, Signore, come sta? Va tutto bene? Paura del volo? Una pillolina calmante e vedrà che non si accorgerà nemmen

“Dobbiamo tornare indietro! Dobbiamo tornare indietro! Lo dica all’autista che deve girare e ritornare, è urgentissimo…” trema e suda

“Ma, Signore, è successo forse qualc
“Non mi chieda niente per favore…E’ di vitale importanza per tutta Roma!
Dobbiamo tornare indietro!.”

--

“Torre di Controllo, Torre di Controllo, qui il Comandante che chiede il permesso di invertire la rotta per una grave emergenza nazionale. Torre di controllo.. “





Hai chiuso il gas?






Col. Douglas Mortimer

martedì 27 febbraio 2007

IL FUNERALE DI UNA MOTOCICLETTA



Ho fatto, penso, una cretinata di cui sono molto orgoglioso. E che mi ha reso un pò triste.
Me ne sono andato in giro per la Punta Campanella con la moto nera che andava l'ultima volta per strada e che, da poche ore è in demolizione.
Senza documenti, senza targa e senza assicurazione era un rudere di un antico destriero nero, abbandonato per anni nel garage e che abbiamo deciso di trasportare in una campagna per demolirlo.
Quindi, appena tornato a S. Agata ho incontrato Geroge e abbiamo tirato fuori la vecchia moto che ha visto la strada e la luce della primavera per l'ultima volta.
Era nera, sporca vecchissima e bellissima. Non partiva così l'abbiamo trainata e spinta.
Avanti al pub vicino casa ci siamo fermati per l'ultimo saluto d'onore; è uscita Karina, che tu conosci ed ha rotto una bottiglia di birra sul serbatoio poi, lentamente abbiamo preso la via del posto del suo estremo riposo. Sentivo i suoi occhi sulla mia nuca, e sul montante del sedile posteriore: Easy Rider!
Era affascinante e malinconico. Forse una delle cose più romantiche che ho fatto negli ultimi tempi, per chi ama le motociclette.
La vedevo ogni giorno andando a prendere la mia Tigre grigia. Il manubrio rivolto alle macchine che manovravano nel garage; isolata nella sua posizione d'angolo, lei osservava silenziosa e forzatamente immobile. I cavi di gomma mi sembravano a volte vene dove il sangue c' è ma è fermo, i tiranti del freno e del cambio tendini immobilizzati in una tensione che, a dispetto di quello che appariva, non conosce riposo.
Insomma ne ricevevo sempre l'idea di un animale pronto e che aspettasse il suo momento per ritornare in vita.
Sembrava cosciente, lei, la moto, di essere caduta in una congiuntura negativa e che, da un momento all'altro dovesse riprendere a correre per le nostre strade e ad essere strumento e testimone di nuovi amori, illusioni, patimenti, sofferenze e, di nuovo, amori, illusioni, patimenti....
Sembrava attendere. Paziente e attenta alla vita che le scorreva affianco, forse invidiosa, ma sicura della sua rinascita, solo un pò preoccupata per un ritardo che, certo giudicava inspiegabile. E con tante storie da raccontare chiuse nei suoi due cilindri disposti a V.
Che avrà pensato quando lo strofinaccio le carezzava il serbatoio ed il sellino? Quando quattro mani d'improvviso, dopo anni, l' hanno strappata da quella posizione velocemente, violentemente e col fare frettoloso e distratto di chi ha, poi, ben altro da fare....
Era sabato sera; i ragazzini al bar del paese le hanno fatto capannello, mentre noi prendevamo il caffè e scherzavamo con la ragazza che ci sta. Si sentiva toccata, palpata, desiderata, addirittura bella, ricoperta di una strana dignità e del decoro della polvere da garage, luogo di mistero da dove veniva fuori.....
Non riesco a pensarla invece, quando ha capito di essere prossima alla sua ultima ignominiosa dimora, tra oche e galline, coi bambini che la cavalcano e i cani che pisciano sui suoi bei cerchi cromati, coperti di ruggine.
Quindi ritorno in me e ti continuo a raccontare

Il funerale di una motocicletta

Mi sentivo entusiasta di questa avventura e anche un pò triste perchè avevo la sensazione di partecipare ad un'esequie.
Dovevo essere particolarmente bello, penso, tutto nero sulla vecchia moto nera americana, perchè si voltavano tutti a guardarmi. O forse pensavano ad un ex ragazzo con ex capelli, su una ex moto, -manubrio all'americana, i fregi Harley Davison, la targa alta e lo schienale al sellino-. Sulle strade della Campanella!!!
Ci hanno incrociato anche i Carabinieri e ci siamo sentiti come, sedicenni, io a Posillipo, George a Buenos Aires -il sangue si gela-, e tu fai finta di niente, tieni duro, e fino a che non scompaiono dallo specchietto rimani immobile sul sellino, pronto a mollare tutto ed attento alla prima traversa dove buttarti se quelli cambiano idea e vogliono vedere che cazzo ci fai su una moto senza targa....
E poi la ruggine, le cromature opache, il grasso e l'olio, mi facevano venire l'idea di sangue che scorreva velocemente nelle vene di chissà quale ragazzo, con chissà quale donna alle sue spalle ed aggrappata a lui tanto tempo prima, ed era una memoria che avevamo deciso di smantellare; sabbia, mare, neve forse, speranze amori o corse nel vento delle notti estive tra una discoteca ed un cornetto alla mattina...
Non lo so. Forse che tredici gradi di vino rosso si fanno sentire in ritardo, forse che sono contento e mi piace il mio nuovo look idrocefalo, forse sento la primavera.
Tornando dicevo a George che non sa se prendersi la Jeep che gli è sempre piaciuta, o la panda per risparmiare 1000 Euro, che noi abbiamo la fortuna di essere rimasti ancora ragazzini rispetto ai 44enni.

Non abbiamo ottenuto la direzione della Upim alla nostra età, facciamo fatica ad offrirci una birra e nessuno di noi se lo sarebbe aspettato. Ma guardiamo per una volta il bello.
Ancora per pochissimo. Siamo ragazzini!!



Clint Eastwood.
Fasciato di pelle nera, con stivaletti neri a punta e lunghi capelli scuri e lisci; senza borchie né tatuaggi perché un supereroe è sempre superiore alle mode ed ai tempi.
Ha occhiali specchiati, una gomma americana in bocca, è solo e non ride.
Immobile. Solo i capelli ondeggiano in orizzontale nello spostamento d’aria che la moto produce nella sua corsa.
La bella moto nera e il moderno cavaliere. Immobili nel loro strano mutamento. Più che correre sulla lunga striscia di asfalto nel deserto (Coast to Coast) sembrano trasferirsi nello spazio poiché già si sono trasferiti nel tempo.

Il volto del cavaliere è immobile, come tutto il suo corpo, la moto è statica nella corsa veloce, la strada è un tapis roulant sotto le ruote.
E’ lunga, nera ed uguale. Nulla cambia nel deserto americano.
Molto raramente una stazione di servizio: i serpenti nella teca di vetro, la sabbia che aggredisce l’asfalto, il vecchio che dorme sulla sedia a dondolo all’ombra e il Dodge ancora più vecchio, in putrefazione in un angolo di

America

Nel bar-saloon, camionisti, ragazzi e ragazze che bruciano la loro vita bionda come una Marlboro che arde piano e senza voglia e passando di mano in mano.



Col. Douglas Mortimer

sabato 24 febbraio 2007

IL QUALUNQUISTA


IL QUALUNQUISTA



Dopo aver viaggiato molto e vissuto un po’ all’estero, la mia amica ha deciso di ritornare nel luogo natio e stabilirsi, vicino ai genitori a Seiano, sul monte Faito.
Ha aperto una palestra e si è sistemata la casa di famiglia.
Una domenica mattina, mentre giravano alcune scene di una soap pomeridiana di grande audience, suonano alla sua porta.
Lei apre e si trova davanti un uomo di aspetto piacevole, fermo, sorridente, con le mani in tasca e la faccia di: “Guarda che fortuna ti è capitata stamane!”
Si guardano per un po’. Lui continua a mantenere l’ espressione di uno che ti sta facendo una sorpresa ma inizia ad essere un po’ in imbarazzo.
“Dica!?” “Ma come non mi riconosce?
Lei va con la memoria verso il suo passato remoto, alla ricerca di un amante perduto, di qualche amico del suo ex marito. Poi si smarrisce di nuovo; non le avrebbe dato il lei.
“Io sono, Beo”
“Beo!?”
Adesso lui è veramente in imbarazzo. Non gli era mai capitata una cosa del genere. Ma tu guarda stà campagnola, manco la televisione tiene.
“Ma come, sono Beo. Beeo. Beo della serie ……..”
“Ah!”
Sul collo di lui calano torrentelli di sudore freddo ma lui mantiene il suo atteggiamento sorridente e padrone. La poverina non lo sa ma poi le sua amiche le diranno della buona sorte che le è capitata proprio oggi.
“Dica!”
“Cosa posso fare per lei?”
La situazione precipita
“Farmi entrare e offrirmi un caffé, intanto”. “?”

Nel salottino Beo le racconta i suoi successi e la sua popolarità televisiva. Lei ascolta con quella compiacenza di chi non gliene fotte niente ma per ospitalità asseconda. Intanto cerca di capire dove vuole arrivare. Arriva a pensare che vogliano ingaggiarla come attrice nella soap e decide di accettare; tutto sommato è un’esperienza…..

Beo viene al dunque. Lui ha qualche ora libera e siccome è un “uomo di immagine” e deve curare il suo fisico, le chiede di aprire la palestra apposta per lui quella domenica mattina.
Addio soap.

Ma la mia amica è una tipa un po’ testarda. Da tempo aspettava una giornata come quella; i figli lontano, nessun appuntamento e una mattina intera da dedicare con calma alla casa.
Cerca di spiegarglielo, ma lui pure è testardo e, per giunta non è abituato a non ottenere quello che vuole.
“Questo allocco! Mò gli lascio le chiavi della palestra, lui ci va, fa quello che gli pare e poi torna e mi dà un sacco di soldi. Mica male!”
Gli lascia le chiavi. Lui esce e lei riprende i suoi lavori domestici con maggiore allegria. Pensa alla scopa elettrica che voleva comprare. Adesso potrà almeno dare l’anticipo…..

Dopo circa due ore Beo ritorna, sorridente, preciso, inoltre lavato, pettinato e perfetto come suo solito.
La mia amica lo accoglie con calore questa volta, pensando all’elettrodomestico. Gli dice per compiacerlo che le vicine l’hanno telefonata. Nel paese si è sparsa la notizia che “BEODELLASERIE…. ha bussato alla sua porta” e arriva al punto di chiedergli anche degli autografi da conservare.
Per un “folletto” si può fare!
Lui è tutto ganzo. Si muove da padrone, guarda le foto sul mobile e le commenta. Poi, sicuro di farle cosa gradita, le dice che pure dei tecnici sono andati con lui in palestra.
Lei abbozza pensando a due rate.
Non solo erano in quattro -ormai Beo ha perso il controllo e le dice tutto-, ma hanno usato lo stereo poi si sono dimenticati di riporre i CD nelle custodie. Hanno fatto tutti la doccia e, visto che c’era il frigo hanno preso qualcosina, ma solo qualcosa.
“Ah! Signora, nel bagno è rimasto un mezzo pantano e qualche asciugamano a terra. Ci scusi ma andavamo di fretta. Lei capirà. Tra mezz’ora dobbiamo girare”.

Poi le chiede quanto deve.
Lei fa un errore e gli dice: “Faccia lei”. Fino ad ora era stata perfetta.
Lui sorride, poi mette lentamente la mano all’interno della giacca, caccia un bel portafogli apre e comincia a contarne il contenuto in banconote. Conta, riconta, ripassa e sorride. Poi caccia 5 EURO e li passa alla mia amica.
Lei rimane fulminata dallo stupore. Non riesce a fare niente. L’unico gesto le nasce automaticamente dal sistema nervoso. Non transita per il cervello; allunga la mano e li prende. Muta.
Beo sorride di nuovo, poi velocemente guadagna la porta e scende.
La mia amica con 5 Euro in mano che non riesce a riporre, va verso il balcone, ancora sotto un lieve stato di shock. Senza sapere che cosa sta facendo, scosta la tendina si accosta ai vetri e vede Beo che scende piano adesso, guardandosi intorno per scoprire qualcuno che lo ammira da qualche finestra
Si avvicina alla limousine, che lo stava aspettando, apre la porta di dietro. L’autista se lo porta via.


In un villaggio della Punta della Campanella, nella piazza principale c’è una lapide che recita così, più o meno.
In questa piazza, un giorno fausto, la Regina Margherita di passaggio con la sua carrozza, decise di fermarsi e di conversare amabilmente coi villani.
La cittadinanza grata, pose.




Col Douglas Mortimer

venerdì 23 febbraio 2007

STRISCE PEDONALI

La vidi sulle strisce pedonali mentre scansava un motorino, portava calze nere, una sciarpa a quadri ed una minigonna blu.
Mi chiese….hai da accendere? La fiamma del mio accendino subito brillò….
Mi dette una mano la pioggia, avevo l’ombrello e lei no. Mi disse… sei simpatico, perché non mi inviti a cena? Dove vuoi che andiamo bella gli risposi e lei…dove vuoi tu per me va bene. Andammo allora verso casa mia.
Casa mia era un po’ fredda, glielo dissi, ma lei mi rispose…non importa amore, come stufa ho te! Feci un piatto di pasta ed aprii una bottiglia di vino, ma al secondo bicchiere mi domandò….allora, che facciamo con i vestiti? Ed io che non ho mai avuto altra religione che il corpo di una donna, quella notte mi persi dentro lei.
Ero solo, quando il giorno dopo il sole si alzò ed io mi svegliai abbracciando l’assenza del suo corpo nel mio letto. Il brutto non fu solo che se ne era andata con il mio portafogli ed il notebook, il peggio fu che se ne andò portandosi via anche il mio cuore….
Di notte pelle di fata, alla piena luce del giorno donna crudele, maledetta nottata….. ed io che mi credevo Steve Mc Queen!
Se su qualche passaggio pedonale la incontri, dille che le ho scritto questo; portava calze nere, una sciarpa a quadri ed una minigonna blu.

Indio

mercoledì 21 febbraio 2007

IL SAGGIO CHE VOLO'

IL SAGGIO CHE VOLO’ ma una volta sola


Se ne accorse per caso. La mattina alzandosi dal letto si rese conto che ad ogni passo saliva. Arrivò al soffitto, poi al piano di sopra poi ancora più su, fino ad uscire dalla casa dalla parte del tetto e cominciare ad andare verso l’alto.

Salì verso il cielo, senza fatica, come camminando, poi trovò una nuvola poggiò i gomiti e si affacciò.
Vide l’Italia, e l’immaginò come una donna procace col busto un po’ in avanti (per effetto dei tacchi), il ventre nella Baia di Napoli e il bel culo a mandolino verso il promontorio del Gargano.

Vide ed immaginò le strade come vene dove milioni di globuli-macchine rosse e bianche giravano senza pausa. Le autostrade come arterie e le altre, vene e capillari. Vide le ferrovie come nervi che si tendono quando due treni stanno per scontrarsi e si rilassano quando, incrociati, passano oltre. Le traiettorie degli aerei, verso Nord, come pensieri.
E vide quello che faceva e che pensava la gente nell’intimità delle proprie case. Le cose più terribili e più dolci. Ma si soffermò su quelle brutte.
Vide ladri e assassini, metronotte, politici e preti e mafiosi e studenti universitari. Operai e imprenditori, ragazzini correre dietro una palla e uomini con la bava alla bocca a gestire conti esteri.

Poi una voce tonante dalle nuvole gli disse:
“HAI VISTOOOO, NOVELLOO MESSSIIIA!!!!
ADESSOOO VA’ DISOCLOOO!
VAIII DALLA TUUUA GENTEE E RACCONTA TUTTOOO. E METTILIII IN GUARDIAAAAA.
MA, ATTENIZIONE. LO PUOI FARE UNA SOLA VOLTAAAA E DEEEVI PARLARE A TUTTTTIIII INSIEEEEMEEEE.”

“O Dio!, ma come faccio?!”
“CAZZIIII TUOOOIIII”.


E si ritrovò a casa.
Così uscì, andò in banca prosciugò il conto, poi dal cartolaio e perse tutti i notes, le matite le gomme e i temperini che aveva. Poi al Supermarket e prese tutte le scatolette con scadenze lunghe, si ritirò in casa, abbassò la tapparella per non capire quando fosse giorno e quando notte e cominciò a buttare giù appunti.
Scriveva e dimagriva. Il volto si scavava e cresceva una barba bianca e i capelli, intorno alla chierica, diventavano lunghi. Dopo un poco cominciò a ad assomigliare a Mosè.
Scriveva, scriveva, scriveva, e il pavimento si riempiva di mozziconi di matita e di fogli strappati. Finalmente ne venne fuori e questo Proclama alla Nazione fu pronto.
Adesso doveva capire come fare a dirlo a tutti in un sola volta.
TV.
Era l’unica. Quindi cominciò a studiare le reti private nazionali e le televisioni di Stato.
Passava giornate intere a fare lo zapping. Guardava tutto, si divertiva e si faceva una cultura. (fu così che diventò saggio, fino a poco prima si intendeva solo di macchine da gelato).
Più andava avanti e meno riusciva a scegliere. E doveva stabilire quale fosse la televisione e il programma più degno per il Proclama alla Nazione che aveva preparato.

Un giorno non diverso dagli altri prese la decisione.
Questa arrivò come il virus al computer. Non te lo aspetti, non sai perchè proprio in quel momento o chi te lo manda. In un attimo è lì.
In un attimo prese la decisione. Andò in bagno, si rase la barba e si tagliò i capelli.
Si fece una lunga doccia, poi mise il vestito marrone e preso il fascicolo, si diresse deciso verso la porta.


Va verso il bar. Bar “Amici dell’Atalanta”

Apre la porta ed entra, Intorno a lui si stabilisce il silenzio. Forse per l’aura che gli conferisce il Mandato o perché è così deciso, o magari è solo un tipo allampanato, magrissimo che nessuno vedeva da tanto tempo.

Si avvicina al banco e chiede un caffè. Amaro. Doppio. Lo beve nel silenzio assoluto poi, rompe la tazzina e guadagna l’ attenzione (a dire il vero già tutti gli occhi erano puntati su di lui).

Si rivolge al suo oratorio con queste parole:
“In Verità, in Verità Vi dico: Siamo messi male assai!”.
Poi riprende il fascicolo e esce nell’atmosfera di ghiaccio. Arriva al centro del viale. E’ Aprile e c’è un bel vento teso. Prende tutte le carte e le getta alle sue spalle I fogli bianchi volano e vanno alle finestre delle case. Ad ognuno un pezzo di un discorso che nessuno intenderà mai. Ma siamo stati avvertiti!
Lui si volta guarda soddisfatto il volo delle carte, con un ghigno..….

“Evaffan…



Col. Douglas Mortimer

lunedì 19 febbraio 2007

IL SOLE E LA FABBRICA


Il sole e la fabbrica

Un giorno di pioggia Luigi si rende conto che nella sua fabbrica manca il sole.
Così marca visita, va dal suo Dio e gli dice:
Dio, dammi il sole che lo devo portare dentro la fabbrica!
Dio ci pensa su un poco e poi gli risponde: Luigi, ma se io ti dò il sole con che cosa illumino il mondo?
Con una lampadina , risponde Luigi, con una lampadina grandissima.
E Dio disse: ci penserò, torna tra una settimana.

Prima settimana.
Luigi torna dal suo Dio e lui gli dice:
Va bene portami la lampadina più grande del mondo e io ti darò il sole che tu porterai sulla terra e metterai nella tua fabbrica.
Luigi torna in paese e prende una settimana di malattia in fabbrica per pensarci su.

Seconda settimana.
Luigi decide di parlarne con i suoi compagni. Loro lo ascoltano e dicono: Bello! Ma dobbiamo capire come si costruisce la lampadina più grande del mondo.
Allora, noi studieremo giorno e notte, riuniti in nel gruppo dei sette operai più saggi dei sette raparti delle nostre sette fabbriche. Studieremo per sette giorni e sette notti e poi ti faremo sapere come costruire la lampadina più grande del mondo che tu porterai al tuo Dio che lui sostituirà al sole che poi ti darà e che tu porterai in terra poi in fabbrica.

Terza settimana.
Luigi torna dai suoi compagni. Loro, riuniti in seduta straordinaria-plenaria-congiunta.
Il consigliodeisettesaggideisetterepartidellesettefabbriche, si espresse così.
Luigi, noi rifiniremo la lampadina che ti farà il vetraio. Lui costruirà l’involucro e noi metteremo i filamenti e il bulbo.
Così Luigi andò dal vetraio e gli disse:
Vetraio, mi costruisci un’ampolla da portare in fabbrica per fare la lampadina più grande del mondo che io porterò al mio Dio che lui sostituirà al sole che poi mi darà e che io porterò in terra poi in fabbrica. Vetraio, me la costruisci. Si?
Il vetraio ci pensa, poi dice: torna tra sette giorni e ti farò sapere.

Quarta settimana.
Luigi torna dal vetraio e lui gli dice: va bene ti costruirò l’ampolla più grande del mondo ma poi tu come la trasporti? Trovati un carretto altrettanto grande e fatti prestare il carretto adatto a trasportare un’ampolla da portare in fabbrica per fare la lampadina più grande del mondo che tu porterai al tuo Dio che lui sostituirà al sole che poi ti darà e che tu porterai in terra poi in fabbrica.
Luigi decide di prendersi ancora un’altra settimana di aspettativa e di pensarci su.



Quinta settimana.
Luigi dal trasportatore: trasportatore, mi presti il carretto adatto a trasportare un’ampolla da portare in fabbrica per fare la lampadina più grande del mondo che io porterò al mio Dio che lui sostituirà al sole che poi mi darà e che io porterò in terra poi in fabbrica. Trasportatore, me lo presti. Si?
Il trasportatore ci pensa un pò sù e poi gli dice che gli presterà il carretto, ma il suo più grande carretto non è abbastanza grande.
Quindi –gli dice-, vai dal falegname e fatti costruire un pianale di trasporto adatto.

Luigi va dal falegname e gli chiede: Falegname, mi costruisci un pianale per allargare il carretto adatto a trasportare un’ampolla da portare in fabbrica per fare la lampadina più grande del mondo che io porterò al mio Dio che lui sostituirà al sole che poi mi darà e che io porterò in terra poi in fabbrica. Falegname, dimmi che me lo costruisci. Me lo costruisci. Si?
Il falegname vuole pensarci un po’ su. Quindi gi dice di tornare tra una settimana.

Sesta settimana.
Luigi va dal falegname e questi gli dice che gli avrebbe costruito il pianale se egli gli avesse portato la legna necessaria per un’opera così grande.
Quindi Luigi si reca dai tagliaboschi e li implora. Mancate solo voi!!!!!
Tagliaboschi, mi tagliate tanta legna da portare al falegname in modo che lui mi possa costruire un pianale per allargare il carretto adatto a trasportare un’ampolla da portare in fabbrica per fare la lampadina più grande del mondo che io porterò al mio Dio che lui sostituirà al sole che poi mi darà e che io porterò in terra poi in fabbrica. Taglialegna! Non mi tradite proprio voi! Taglialegna! Dovete dire di si.
Mi dite di si. Si?
Torna tra una settimana e ti faremo sapere.

Settima settimana.
Luigi torna dai taglialegna che gli consegnano tanta legna da portare al falegname “In modo che lui mi possa costruire un pianale per allargare il carretto adatto a trasportare un’ampolla da portare in fabbrica per fare la lampadina più grande del mondo che io porterò al mio Dio che lui sostituirà al sole che poi mi darà e che io porterò in terra poi in fabbrica”.
Quindi Luigi si reca dal falegname che gli amplia il carretto che il trasportatore gli presta per andare dal vetraio e prendere l’ampolla di vetro che porta ai suoi compagni di fabbrica così gli costruiscono la lampadina.


Luigi e la lampadina più grande del mondo.
Ma come portarla in cielo dal suo Dio?
Pensa e ripensa ripensa e pensa, ripensa ripensa e pensa; si addormenta.
Angelo, mi presteresti
Le tue ali in modo che io possa trasportare la lampadina a Dio?

Così Luigi parte per il cielo con due ali bianche ed una lampadina al neon stretta sotto la pancia.
Dio sostituisce la lampadina al sole. Lo fa la notte e nessuno se ne accorge, manco le guardie notturne, perché lui sa il momento che escono dalle osterie ubriache. Eh! Lui vede tutti!!

Luigi torna in volo sulla terra con il sole tra le mani.
Si ferma dai taglialegna e gli lascia un raggio di sole per avergli tagliato tanta legna,
Si ferma dal falegname e gli consegna un raggio di sole per avergli allargato il carretto,
Si ferma dal trasportatore e gli regala un raggio di sole per avergli prestato un carretto,
Si ferma dal vetraio e gli dona un raggio di sole per aver costruito l’ampolla per fare la lampadina più grande del mondo che lui ha portato al suo Dio che ha sostituito al sole che gli ha consegnato per portarlo in terra ed in fabbrica.


Arriva in fabbrica dove lo attendono tutti gli oprerai suoi compagni e anche il consiglio dei sette saggideisetterepartidellesettefabbriche che per l’occasione si erano fatti crescere delle lunghe barbe bianche da parata e da attesa.
Così la fabbrica di Luigi ha un grandissimo sole alla parete.
Ma se contiamo le settimane sono sette, e nessun padrone accetta che un operaio non produca per sette settimane, anche se gli porta in cambio il sole.
Così, in una bella giornata di sole, Luigi riceve una lettera che si chiama “Lettera di messa in cassa integrazione”. In pratica “Tra sette settimane te ne devi andare!”.

Non tutte le favole finiscono bene e così, sette settimane dopo, la fabbrica, l’unica al mondo con il sole alla parete, riapre senza Luigi, e Luigi rimane disoccupato.

Ma non tutte le favole finiscono male. E così dopo una settimana di disperazione, in una bellissima giornata di sole, Luigi decide che oggi è troppo bello per avvilirsi, e che oggi, se lui si dispera avrà perso anche questa giornata che nessuno gli ridarà più.
Così decide di andare da tutti gli artigiani che lo avevano aiutato.

Quindi, siccome tutte le favole finiscono bene, Luigi passerà tutta la sua vita sette settimane con il vetraio, imparando a lavorare il vetro, sette settimane dal trasportatore, girando per i villaggi vicini e raccontando la sua straordinaria avventura, sette settimane dal falegname imparando a trasformare gi alberi in mobili e sette giorni tra i boschi con i suoi amici taglialegna.
E sette giorni tra i suoi amici i sette saggideisetterepartidellesettefabbriche
Che quando va lui si fanno trovare con lunghe barbe bianche di parata e Di noia?



Col. Duglas Mortimer

domenica 18 febbraio 2007

La Vespa ed il Vespino. Romanzo in 32.345 episodi. Primo episodio.


C'era una Vespa bianca, molto carina, di marmitta tonda e parafanghi molto sexy. Si chiamava Special ed era una 50cc. Tutti i giorni metteva in moto il suo scoppiettante motore e faceva un giro per Sorrento, bella, soda, agile con le sue tre marce....tutti i Vesponi quando passava lei si voltavano a guardarla, suonavano il clacson, sgommavano, e lei?... lei niente!! era già immotorata e non aveva occhi che per un Vespino rosso. Era un vespino mezzo hippy, la carrozzeria ammaccata in vari punti e un bel rosso fuoco, la sella sgangherata, le ruote ormai lisce per le mille avventure ma il motore era ancora ottimo e girava che era una meraviglia...a volte lo vedeva sfrecciare sulla statale con la sua canna di sae 20/50 in bocca, il fumo di scarico al vento....era bellissimo, ma lui non la guardava impegnato com'era nelle sue folli e libere corse. Avrebbe mai avuto l'occasione di scambiare due imballate di motore con lui?

Il prossimo episodio si intitolerà: Ma quando ti fermi una volta, mi prendi per la manetta del gas e mi porti a Massalubrense a fare una sgommata insieme?

sabato 17 febbraio 2007

77


“Distenditi, vuota la mente di tutto quello che la occupa, rilassa i muscoli, sciogli tutti i nodi. Respira profondamente. Senti il tuo respiro, seguilo, dentro le braccia, le mani, le gambe; senti come pulisce, porta via, risana. Immagina il tuo respiro che spazza via tutte le impurità. Lascia che ogni parte del tuo corpo sprofondi nel pavimento, lascia liberi tutti gli organi, immagina che i reni si adagino sul pavimento, fai si che la pelle sui fianchi si stacchi dalle ossa e nell’angolo interno dell’occhio lascia che sorga una profonda gioia. Lasciati andare. Sei disteso sulle ginocchia di Madre Terra. Resta lì, nello spazio dell’universo, senza fare nulla, senza pensare a nulla. Sciogli quel groppo che hai in gola per qualcosa che non sei riuscito a fare. Via, via, ammorbidiscilo. Sei felice anche se nessuno ti capisce. Sei tu che, con tutta la tua energia, lasci andare tutto ciò che ha preso posto nel tuo corpo, ma che non appartiene al tuo corpo. Via, via…. “
(Tiziano Terzani).




77

Stamatina il cielo è così grigio che devo accendere la luce.
Sarà perché è ancora presto, ma questa giornata non promette niente di buono, almeno dal punto di vista atmosferico. E’ un cattivo augurio, quasi quasi rimando…..
Sento i soliti rumori in casa, attutiti dai tappeti, dai parati, le tende. Ceramiche e il metallo dei cucchiaini, l’odore solito di caffè, latte e cera per i mobili. La polvere e il respiro notturno nella mia piccola stanza.
“Valerio vieni è pronta la colazione, altrimenti farai tardi”: Mia madre mi chiama…
Raggruppo i libri sulla scrivania, li stringo nella mia molla arancione. Sopra c’è scritto grande e con la Bic Vc e il mio nome..
Li raggiungo in tinello. E’ una camera senza finestre e con sole tre pareti. La quarta è stata tolta per unirla direttamente alla cucina.
Mica andrai con la vespa? Non vedi che cielo, scuro ci sarà una tempesta.
E se è così mi riparo sotto un ponte, in un negozio.
Torno in camera e rimango indeciso avanti all’armadio. Oggi incontro Monica e glielo chiedo. Voglio essere carino. Decido per la felpa rosso scuro con Snoopy sul tetto della sua cuccia, il casco, gli occhiali da aviatore e le orecchie al vento: Barone Rosso.
La indosso, metto la mia bella giacca a quadri ed esco.

Che cazzo di giornata… Quasi quasi rimando….. Già piove e io sarò sulla mia vespa special a inzupparmi nel traffico del rione. Ma tra dieci minuti salirà Monica. Sentirò le sue tette attraverso il cappotto aperto, il maglione. L’ombrello lo manterrà lei e continueremo in questa mattina senza colore e senza ossigeno dentro al traffico verso il liceo.
La mia amica: color terra di katmandù, cioè marrone ma con una punta di rosso, il sellino lungo per sembrare più grande e il motore preparato. Non per correre….no. Per non passare da coglione.
Arrivo al portone del suo palazzo, non la busso, mi aspettava. In ansia più di me. Niente ombrello.
Quant’è carina! Piccola, biondina, ben piantata e solida a terra, ma non grassa. Ha i lineamenti marcati e la faccia gentile; belle gambe non troppo lunghe ma sode e doppie, il sedere un po’ grande, le tette piuttosto piatte e quasi inesistenti.
Porta gli occhiali cerchiati d’oro e i suoi occhi neri da miope sono ancora più belli. Quando parla si avvicina molto e questa è la sua arma segreta di seduzione. Chissà se ne è consapevole. Ha sempre la fascetta che le passa per la fronte e le scende nella coda di capelli biondi, alla fine delle perline brillano tra i suoi ricci. Porta vestiti indiani lunghi, a volte dei jeans strettissimi che le disegnano il bel culo, la sua parte migliore.
Oggi ha il suo pantalone nero fasciato che mi fa impazzire, il maglione del padre e niente reggiseno.

La reazione è immediata. Scendo e faccio guidare lei. Mi metto dietro e aderisco il più possibile. E’ bravissima sulla vespa, e va come una pazza per farmi stringere di più.
La pioggia calda e i suoi nastrini mi sferzano la faccia.
Le passo le braccia sotto il cappotto sui fianchi, poi un poco più su con una mano. Mi ha detto la verità. Sento le sue costole sotto il maglione leggero, poi la mano piano risale verso un lieve e timido gonfiore. Libero. Mi piego e poggio la testa sulla sua spalla.
- Fermiamoci. Dobbiamo parlare di noi, ricordi? Me lo avevi chiesto.
- Ma così farai tardi, che hai alla prima ora?
- Ma che ti prende Valerio? Prima tante storie e tanti misteri, e adesso? Ma cosa vuoi da me? E’ una vita che mi accompagni a scuola poi a casa, alla palestra, alle riunioni di collettivo. Ormai nessuno mi viene più dietro. Tutti pensano che sono la tua ragazza. E allora? Che vuoi da me?
- Monica mettiamoci insieme. Dai Monica davvero, mattiamoci insieme.

Com’era facile! E’ la prima volta nei miei diciotto anni che pronuncio questa frase. Avevo una paura fottuta e adesso l’ ho detto e mi sento libero.
Ma quale libero. Mi sono fregato. L’ ho persa. Adesso la perdo, la perdo. Mi manda affanculo e non sentirò più il suo profumo esagerato che rimane nei corridoi, il suo accento del nord, le sue perline, le sue mutandine bianche nella trasparenza dei vestiti indiani…. Dio mio che ho
- Ma porca puttana SI!!!!!!
Mi cade il mondo addosso. Mi inarco e mi stringo fortissimo a lei. Un bacio sulla sua guancia da dietro
-Ho idea che ci sono due o tre cose che ti devo spiegare, Valerio.
Dario ci affianca col suo mezzo.
- Mica entrerete vero? C’è la riunione giù in centro, dobbiamo accompagnare il corteo dei metalmeccanici, contano su di noi. Ci vediamo fuori per bloccare i cancelli. Vi eravate scordati, Eh?
- Cazzo, cazzo cazzo. Porca puttana, cazzo!!!. Monica a certe cose ci tiene molto….

Fuori scuola il solito casino di quando forse non si entra.
Già stiamo litigando e ancora non siamo arrivati.
– Ma non capisci? Io ho la maturità e non posso saltare le interrogazioni!
- Tipico dell’ individualista, ma bada che io ci vado al corteo..
- Si ma non col mio mezzo. Dietro a te mi ci siedo solo io.
- Perché tu credi che nessuno è disposto a darmi un passaggio, ad accompagnarmi?
- Và! vaffanculo Monica, ti vengo a prendere oggi per il collettivo. Io entro. Ti amo, credo.
- Anch’io, ma ne sono certa. E non passare da me, vengo con Elena, col suo Ciao. Ciao.
Stronza! E guai se non lo fosse!!! Bacio, lungo e plateale, avanti al liceo, perché dovevano vedere tutti e che la smettessero di ronzare intorno ad una ragazza impegnata.

Il pomeriggio passa Bruno da me. Andiamo allo scasso del quartiere per comprare un telaio di moto. Ne approfittiamo per prenotare anche le sospensioni anteriori e posteriori, e le ruote. Ci manca solo il motore, sellino, manubrio e serbatoio e abbiamo il nostro mezzo.
Passiamo da Ricordi. Abbiamo i soldi e dobbiamo comprare l’ LP per il gruppo. Dario ha messo di più quindi ha diritto a mantenere il disco e al nome in evidenza sulla copertina. Scegliamo RED dei King Crimson. Gli piacerà sicuramente quel lungo brano strumentale…. Abita vicino a me, quindi andiamo a prendere la mia macchina e a casa sua.
Nuova 500 è scritto in corsivo, io col pennarello avevo aggiunto “era”. L’auto di mia madre, del ’67. Dieci anni portati benissimo e adesso una specie di puttana. Passa facilmente di mano in mano e viene affittata agli amici per un paio d’ore.

- Auguri, Vally, so di te e di Monica
Dice Dario quasi a sé stesso mentre legge competente i titoli.
- Si, ma ho idea che le cose non si mettano un granchè bene. Mi sono fidanzato con lei per scopare un pò, ma mi pare che al di là di qualche bacio il maglione non va via, la gonna non si alza e io mi sento peggio di prima-.
Dario e Bruno sono una specie di santoni nel gruppo. Anche perché un po’ più grandi, con i capelli lunghi come tutti noi, ma con i baffi spioventi, il fumo, quello sicuro, e contatti con gli universitari, gli operai e, sembra, anche in ambienti extraparlamentari.
Comunque sono sempre loro che parlano, propongono e portano avanti il collettivo.

Si guardano. Glielo diciamo? Ma si, dai di lui ci si può fidare.
- Senti Valerio, con Monica e con tutte le ragazze del gruppo non avrai molto di più di quello che già stai ottenendo ora. Parlano, accorciano le gonne, urlano ai cortei, poi non la danno, ma neanche te la fanno vedere. D’altra parte vengono da famiglie come le nostre, e hanno il terrore del sesso. Si mettono con noi perché appariamo trasgressivi ed aggressivi, ma, in fondo siamo impauriti come loro. Le trovi a volte nello stesso letto. Dormono insieme, dicono, con la benedizione delle famiglie.
Fai come noi. Noi ci fidanziamo ogni tanto e scopiamo con le compagne del consiglio di fabbrica o con le universitarie, quando ne abbiamo voglia. –
Abbiamo una stanzetta, un bagno, un letto e i nostri dischi. Siamo fino ad ora sei, sette. Dividiamo il fitto e ci passiamo le ragazze, le canne.. Loro ci stanno sempre perché ad ogni donna piace essere insegnante, la prima; godono fino alla libidine al pensiero che sei lì, inesperto e loro sacerdotesse del sesso che fanno quello che vogliono.
E noi fottiamo anche loro. Diciamo a tutte che è la prima volta. Pensaci. Vienici-.
-Non adesso Dario, comunque grazie. Adesso c’è Monica.
Si guardano.

Pomeriggio, collettivo. La sede è il garage della nostra compagna ricca e chiatta, per cui nessuno se la filava, ma lei ha messo il garage, la base ed è diventata un mito. Paola, e tutto quello che fa viene imitato. I cento adesivi sulla sua vespa bianca, le pezze al culo del jeans, i maglioni rubati al padre, la cravatta ad uso di cinghia ecc.
Nel locale c’ è lo stereo di Selezione, un piatto e ben sei manopole. Spaziale! Ognuno lì vicino si sentiva il re dei DJ. Cuscini, il solito poster di Ernesto “il Che”, l’immancabile arcobaleno alla parete, la lampada architetto gialla sul tavolo da campeggio a doghe, cestini, il piccolo frigo. Facevamo volantini per tutti e ognuno ci doveva un favore.
Oggi dobbiamo decidere sull’occupazione del biennio. Le nostre richieste: abolizione del latino, lettura dei quotidiani in classe, introduzione di un’ora di teatro la settimana, lezioni di religioni e fine del monopolio della religione di stato. Autointerrogazioni e autovoto!

Ciclostile, testo.
Il Collettivo studenti in lotta per il liceo collettivo Punto Rosso
“Chiama tutti gli studenti e i professori e i genitori alla lotta per l’occupazione del liceo dello stato padrone e servo delle potenti multinazionali.
Lottiamo dunque, per l’autogoverno del nostro Istituto affinché diventi veramente uno spazio aperto di aggregazione e di vita vera per tutte le generazioni che si vogliono confrontare ed esprimere tra loro!
Abbattiamo i potentati e le gerarchie, fermaimo lo strapotere dello stato demagogico e democristiano e prendiamoci la nostra scuola, e che sia davvero nostra!
In particolare.
Ore 17.00 incontro ai cancelli dell’istituto e entrata di forza abbattendo le ipocrite recinzioni che ci separano da una scuola che già è degli studenti
Entrata in scuola e assemblea permanente in palestra con lettura dei punti all’ordine del giorno.
Spazio libero a tutti i compagni per un dibattito formativo su: autogestione, autointerrogazioni ed autovoto .
Presìdi saranno predisposti ai cancelli ed un bivacco sarà organizzato nella scuola. Portatevi i sacchi a pelo. Abbasso il vicepreside, e
Hasta la victoria. Siempre!!!”

La sera ci ritroviamo con altri gruppi in un locale autogestito. Tavolacci, neon, panche. Tanta luce e poca pulizia. Pizze e panini. Beviamo birra e mangiamo qualcosa. Ma prima di tutto, giriamo tra i tavoli e incontriamo amici, scambiamo esperienze, impariamo la chitarra o il flauto e ascoltiamo gli altri suonare. Scambiamo spartiti.
Monica è vicina a me, col suo vestitino indiano e quel profumo, sempre un po’ esagerato. Scherziamo, ci provochiamo, ogni tanto un bacio, siamo abbracciati. Poi andiamo via, e nella 500, sotto casa sua allungo una mano sotto la sua gonna, tra le sue gambe. Si avvicina, ci baciamo, siamo stretti e io risalgo. Mi lascia fare ma non partecipa. E’ a disagio, scontenta e prova a trasformare quella esplorazione in un gesto d’amore, con i suoi baci, con le sue carezze e tante inutili parole d’amore. Le sue mani, quelle mi parlerebbero d’amore, non mi cercano piuttosto si aggrappano con la scusa di stringermi cercano un porto, una difesa.
Continuo, entro dentro, o almeno tento attraverso le calze, gli slip, ma lei improvvisamente stringe.
-Aspettiamo, Valerio, non ora.
–E quando, ma ti rendi conto, stiamo o non stiamo insieme?
-Ma non sono ancora pronta, mi vergogno, non mi trovo, qui in machina in mezzo alla strada, come - Come che? Sei una ragazza fidanzata, hai sedici anni, non possiedi una casa, che pensi stiano facendo le tue compagne eh? E dove, secondo te, e poi sai quante tue intime amiche già sono state in questa macchina? –
Piange. Mi abbraccia e piange. –Non ora, ti prego, se mi vuoi bene…-
Non volevo arrivare a questo ma la desidero, e lei lo deve accettare, per me è l’unico modo.
- Dobbiamo provarci Monica, e ci riusciremo, come tutti gli altri. Tutto sta a trovare la nostra strada, l’intimità che ci manca ora.
La bacio piano, poi con passione e la mano già scende….Mi ferma, sorride. E’ contenta. Un altro piccolo bacio. Ciao.
Chissà che staranno facendo Dario e Bruno! Dove saranno ora!
Nessuna del collettivo è mai entrata nella mia 500, se non per farsi accompagnare a casa.
Che fare? Torno a casa, mi fermo in salotto con mio padre, guardiamo un film. Gli vorrei chiedere: come hai fatto tu a diciotto anni? Quale espediente, che strategia, e se piangeva poi, che dicevi? Guardiamo il film, poi buonanotte. Ma con dolcezza.

Ore 17 cancello, scuola. Siamo già in tanti. I grandi, venuti da fuori ci incoraggiano e ci dirigono coi loro megafoni. L’alfetta blu chiaro col lampeggiatore ci spia e vorrebbe intimidirci.
La tenaglia forza il lucchetto, il vice (quel gran nazi) ci guarda in posa mussoliniana, parla al telefono e si tiene ben protetto nel suo ufficio. Entriamo. Mi fa specie il casino. Lo stesso della mattina alle 8.30. La stessa mandria che entra belante infelice ed allegra, parlando ad alta voce, per vincere l’angoscia delle cinque ore… Sottobraccio i sacchi a pelo, in mano i nostri volantini.
Il servizio d’ordine, esterno, ci guida nella palestra. Me l’ero immaginata diversa questa occupazione. Sembra quasi che non ci appartenga più. Tutto dei grandi.
Ci sono operai, universitari, addirittura un sindacalista. Il prof di filosofia. Mi avvicino a lui, ho bisogno di sentire che qualcosa in questa avventura è mio. Ha i giornali e mi sorride, pensa le stesse cose, ma è lontano. Per lui questo è lavoro; il suo particolarissimo concetto di scuola, ma sempre scuola, lavoro.
Gli altri, loro sono i padroni! Si muovono come a casa e noi a capannelli parliamo ad alta voce e ridiamo forte, appoggiati ai muri. Ci guardano come cose, le cellule, la massa, siamo gli studenti, i liceali, i contenitori vuoti che ora saranno riempiti di sogni (gli stessi validi per tutti), di ideali (unici ed universali) di bene, da contrapporre al male, di colore rosso…
Per il resto tutto come me lo aspettavo. Neon, palestra, pavimento nero, tavoli messi ai margini. Ragazzi che collaborano: Il “banchetto” del caffè. Quello dei panini, un improvvisato fornellino con la pentola per la pasta e fagioli, poi il banco della birra, lo stereo Selezione, le casse Montarbo, quelle dei concerti e il vinile, Inti-Illimani, Nueva Cancion Cilena 2 a volume altissimo. Scommetto che dopo verrà Contessa. Luca IVd dietro il giradischi, con un cuffia fantastica di essere un DJ.
Il palco, e tutti noi seduti per terra, appoggiati al compagno di dietro. Io sono sulla gonna di Monica sdraiato sulla sua morbidezza: ventre, pancia, tette. Mi carezza e mi pettina. Prova, Prova, SA SA SA, e parole in distorsione.
Nessuno le ascolta. Per noi è come un party, solo che non siamo a casa di qualcuno con le sedie alle pareti, lo stereo sul tavolo tondo, le patatine, i panini e le luci psichedeliche.
Siamo a scuola, ma ci comportiamo come ad una festa. Non li capiamo e così li snobbiamo. COMPAGNI, AMICI, FRATELLI, e tanti urli, minacce, intimidazioni per richiamare la nostra attenzione. Volumi altissimi, parole e musica che non riescono ad uscire dalla palestra, rimbombano sui vetri e ci ripiovono addosso. E noi che non capiamo un cazzo, ridiamo e ci divertiamo come pazzi.

Non nominare il nome di Dio,
Non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
Gridai la mia pena e il suo nome.
Ma forse era stanco, forse troppo occupato,
E non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
Davvero lo nominai invano.

Già a questo siamo persi.
Sono stretto in un gruppo di ragazzi seduti sul pavimento di questa palestra, siamo sudati e felici. La musica porta l’estasi il fumo apre i cuori e la mente alle parole della canzone più bella: “Il testamento di Tito”.

Primavera ’77, occupazione del liceo. Le parole dovrebbero arrivare dritto al cuore, le prendiamo e le perdiamo, persi noi stessi nella confusione e nella delusione del nostro essere, dei nostri sogni confusi e romantici, delle nostre ragazze così emancipate e tanto impaurite, nella desolazione di sentirci grandi ma ancora così legati alle famiglie , alla scuola, smarriti negli schieramenti, bloccati dalle bandiere e dalle nostre ideologie che fanno passare per una strana censura ogni pensiero alla ricerca di una condivisione globale prima di diventare parola..
Naufragati tra la musica psichedelica e il rock romantico, i testi, gli spartiti, i collettivi e le riunioni, i pomeriggi nelle stanze pregne di fumi dolciastri di una canna passata di mano in mano, di bottiglia in bottiglia, mentre una chitarra prova timidi accordi di una canzone di protesta..
Abbiamo un’idea che ci unisce ma non sappiamo qual è.

Ma nel vedere quest’uomo che muore,
Madre! io ho provato dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
Madre! Ho trovato l’amore.

Inatteso arriva il silenzio. Guardiamo tutti il ragazzogrande che canta. I fidanzati si abbracciano alcuni si prendono per mano. Un brivido corre per tutte le nostre schiene.
Con la testa poggiata sulle tette di Monica seduta dietro me, mi addormento profondamente.


Col Douglas Mortimer

venerdì 16 febbraio 2007

SAPORITI SONO I SIGARI FIORITI

SAPORITI SONO I SIGARI FIORITI

No grazie, il Bentelan non lo voglio!
Come stai? C’è vita a Palazzo?
Forse la logica del rovescio
Essendo esente da conseguenzialità
È più diretta.
Che sollievo non essere così responsabile!

Attingere direttamente dall’incoscienza
No, non è stata una via semplice….

No, non lo è stata per niente.
La paura mi ha attanagliato per molto tempo .
La paura di non molare le redini,
La paura di perdermi, di cadere, di morire.

E adesso?
Com’è leggero l’abbandono al battito cardiaco collettivo!

Saporiti sono i sigari fioriti!
Prezioso flusso di follia, argento vivo di diretta esistenza.

Il Santone che bussava alle porte per dirci
Che il sacrificio è il seme della spiritualità,
ieri era in osteria.
Bevevo vino nascosto dietro il suo cappuccio.
Mi ha detto che non era vero niente –ma io lo sapevo già-.
Per questo me lo ha detto.

Saporiti sono i sigari fioriti.

Sta solo fingendo di dirti che sei bella anzi bellissima.
Perché te la prendi? Dovresti essergli grata del suo preoccuparsi di evitarti
Ogni piccola sgradevole realtà.
Qualcuno che ti filtra la vita attraverso un poliedrico motivo deformante.

Grazie amico che ti prendi la briga
Di digerire la realtà al posto mio.
Le tue parole sono rassicuranti e di bello aspetto,
Le tue parole fanno bella figura,
Le tue parole sono profumate,
Le tue parole sono…
…Gradevoli…
…Seducenti…
…Avvolgenti…
….Mielose, sotto sotto un po’ striscione.

Saporiti sono i sigari fioriti.



Melusina

LA BILANCIA DELL'AMORE DEI GATTI



Disegno a mano-estemporanea (su carta riciclata)



La bilancia dell’amore dei gatti.

Ieri ero da Mariolina, la mia amica gattofila.

Aveva litigato con Lei poco prima del mio arrivo.

Eravamo nel suo salotto, su due divani ad angolo, parlavamo di gelosie feline e cercavamo di interpretare i loro comportamenti, tentando di aiutarci a trovare delle soluzioni.

Lei è uno splendido gioiellino nero; piccola di statura con due grandissimi occhi gialli.
Di certo più bruttina dei meravigliosi gatti d’angora, bianchi e neri che Mariolina ha.

Lei era seduta su un tavolino al lato del mio divano con le zampe anteriori allargate, gli occhi bassi.
Sembrava decisamente assente; era presa da profonde e privatissime riflessioni ed intense meditazioni.
Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso.
Sembrava stesse organizzando qualcosa.
Noi parlavamo e lei era sempre lì, ferma, con il suo piano. Aspettava che arrivasse il momento giusto.

Improvvisamente e senza nessun motivo apparente Lei si muove.
Viene sulle mie gambe, ma non si siede. Rimane in piedi e guarda Mariolina.
Doveva fare qualcosa di molto importante e voleva prendere la forza da me.
Poi passa sui braccioli dei nostri divani. Le manine su quello di Mariolina, i piedini sul mio.
Era l’ultima esitazione. La guarda fisso negli occhi.
Ora non può più tornare indietro.
Velocemente passa sulle gambe di Mariolina e scappa via dall’altra parte del divano.
Poi guarda Mariolina per vedere se ha capito.

Voleva dirle:
Va bene abbiamo litigato, mi sono offesa ed ero arrabbiata con te.
Adesso mi è passata e ti puoi riprendere il mio amore.
Adesso non ti do il mio amore.
Adesso ti do il permesso di provare a riconquistarlo.

Lei si chiama Sabina.



Col Douglas Mortimer

giovedì 15 febbraio 2007

LA QUESTIONE ORTOFRUTTICOLA

(foto tratta dal sito di Angie, grazie ad Angie..)

LA QUESTIONE ORTOFRUTTICOLA


Città/ANNO 1950
Nome dell’alunno-a


Problema

Levatosi di buon’ora, il contadino Giacomino s’incammina per il mercato ortofrutticolo con i suo carretto, il cavallo e tre grossi sacchi pieni di 357 mele il cadauno.
Saluta la moglie, si mette a cassetta e si avvia.
La notte prima ha piovuto abbondantemente così sulla via per la città grande il carretto sobbalza nelle buche coperte dalla pioggia e dalla fanga.
In una di queste, perde l’equilibrio e si apre un sacco, facendo cadere N° 28 mele annurche. Il contadino Giacomino si ferma e torna sui suoi passi tentando di raccoglierne alcune. Possiede solo il grembiale per poterle trasportare, così ne riesce a prendere due terzi.
All’avvicinarsi del mercato, il contadino Giacomino incontra il bandito Ciruzzo Parascandalo –napoletano-, detto ‘O Raggiungere.
Il bandito Ciruzzo Parascandalo ferma il carretto e impone al contadino Giacomnino una tangente di circa tre ottavi del carico che riuscirà a vendere al mercato.
Mesto per quest’ incontro il nostro colono continua il suo viaggio, fermandosi all’osteria per consumare la sua colazione (pane e frittata) ed un bicchiere di buon vino rosso insieme ai suoi compari, raccontando loro la sua sventura con il bandito e della tangente che grava sul carico.
I commensali sono sette e lui regala a coloro, tre mele il ciascuno.

Nel contempo, ‘O Raggiungere si avvicina al carretto di Giacomino e sottrae dai due sacchi intieri N° 27 frutti.
Poi fugge, si nasconde tra gi sterpi e si gode la faccia di Giacomino quando si accorge del maltolto.

Cammina, cammina tra buche e pozzanghere , riesce a giungere al mercato.
Vende N° 20 Kg mele circa da ciascun sacco, per un soldo e cinque lupini ogni etto, e il rimanente – il 39.8% lo ripone in un unico contenitore, quindi ricarica il carretto e prende la via del ritorno.

All’incrocio detto dei Bravi, incontra Gennarino Parascandalo che esige il dovuto, quindi, con ogni forma di seduzione lo convince a comperare per 36 soldi e trecento lupini un biglietto della riffa al vicino mercato del bestiame.
Il povero Giacomino vi si reca convinto di poter vincere Sofia Loren (primo premio) ma quasi viene arrestato per possesso di biglietti falsi della Lotteria del Regno e ci vuole tutta l’abilità dell’Avv. Postiglione Travaglio-Intruglio per cavarlo dai guai.
Nel frattempo ‘O Raggiungere prepara un altro scherzetto al nostro simpatico villico:
Si traveste da gendarme e, con un rotolo di pergamena ferma il povero all’incrocio detto dei Capponi.
“Sua Maestà Serenissima, Reclama, Esige e Pretende un Dazio Reale di un soldo e tre lupini per ogni mela trasportata sul tuo carretto! Questo è detto”.
Al nostro eroe non rimane che pagare mentre il bandito intasca i soldi sghignazzando.

Finalmente torna a casa, depone il carretto, bestemmia le strade, la pioggia, il re, la riffa e Sofia Loren, poi sfoga la sua amarezza sulla moglie, rompe tutti i piatti tirandoglieli contro, prende a calci il cane, si ubriaca e, finalmente il nostro simpatico eroe si addormenta con la testa sul tavolo.


Problema

Adesso, miei cari piccoli bambini, prendete il lapis blu, la matita rossa la gomma da cancellare e la biro e scrivete sul vostro quaderno di aritmetica; dopo aver fatto le cornicette:

Quante mele ha venduto il contadino Giacomino?
Quanti soldi e quanti lupini riesce a portare a casa?
Quante mele gli sono rimaste da vendere? (considerando che i tre quinti di un sacco lo ha dovuto lasciare all’Avv. Postiglione Travaglio-Intruglio)


E, soprattutto
Di chi figlio è il bandito, Rag. Ciruzzo Parascandalo?
(Luogo ed orario di lavoro della mamma …tipo di pneumatici usati…)

Svolgimento



Città (piccola mela) /ANNO 2010
Nome dell’alunno-a

Problema

Il Rapper Jack, siccome è piccolo di statura detto Jack ‘o Min appena terminato il suo ultimo pezzo, si mette il berretto al contrario, prende il suo >Scooter modello >Monster e s’incammina verso il mercato delle masterizzazioni e della diffusione al nero.
Durante il tragitto incontra il noto mafioso Ciruzzo Parascandalo –figlio, detto ‘O raggiungere, del Clan dei PIcciottidiferro.
Il camorrista gli impone la tangente del 27,36% sul venduto al nero e quindi lo lascia andare.
Il nostro Rapper riprende il viaggio fermandosi per un >Brunch al >McDonald’s on the road, ma Ciruzzo entra nel locale mangia tutti i tipi di panino e tutti i gelati alla macchinetta e poi esce lasciando il conto da pagare al povero musicista.

“Un’altra bella giornata!” pensa Jack, e riprende il suo viaggio.
Arriva al mercato e, dopo un >Breefing col >Sales Manager e il >Target Chief duplica e vende 237 copie, guadagnando Euro 2,35 a copia, di cui deve il 27% al centro di masterizzazione clandestino, nella persona del cinese Fu-Chin-Chin.
Il suo pezzo, dal titolo
“SE-DIO-POSASSE-IL SUO-SGUARDO-BENEVOLO-SU-DIME-AVREI-LA-FIDANZATA-FORMOSA-E-BIONDA-NATURALE-MA-DEVO-ESSERGLI-ANTIPATICO-PERCHE’-LA-MIA-DONNA-E’-UN-WATER/CLOSED-GIALLO-PLATINATO-E-PURE-LESBICA-; E’-FUGGITA-CON-UNA-CULTURISTA-E--IO-COME-NE-TROVO-UN-ALTRA? RRAAPP”
Sottotitolo “MENOMALE-CHE-NON-BESTEMMIO-E-VADO-A-MESSA RRAAPP”
Viene diffuso, con tecniche di >Marketing sul mercato “parallelo”.

Al ritorno Jack-‘o Min incontra Gennarino Parascandalo che esige la sua tangente e tenta di vendergli per 75 Euro il biglietto per la riffa del vicino paese dove il primo premio è Sofia Loren.
“Ma non mi piace, c’ha quasi 80 anni…” Ma Gennarino –furbo-, lo convince dicendogli che lei è in un carrozzone da luna park e che gli farà provare “cose nuove…” >Happy Hour!!!
Poco dopo il rapper si trova coinvolto in una vicenda di biglietti truccati e di concorso illecito e ci vuole tutta l’abilità dell’Avv. Postiglione Travaglio-Intruglio per cavarlo dai guai. Costo 123 Euro.

Arrivato a casa Jack trova sul >Web la notizia che Gennarino Parascandalo lo ha denunciato per aver diffuso illegalmente la sua musica, ha ritirato il CD campione, lo ha registrato sotto il nome ParascandaMusic e ne ha venduto 350.000 copie a 17 Euro l’una portandolo a Sanremo.

Poi si mette alla tastiera e scrive un pezzo neomelodico dal titolo:
‘O latitante che fuje doppo ch’ha SCANNATO ‘o Raggiungere”

Problema

Adesso, miei cari piccoli bambini milanesi, prendete il lapis blu, la matita rossa la gomma da cancellare e la biro e scrivete sul vostro quaderno di aritmetica; dopo aver fatto le cornicette:

Quanti centesimi di Euro è riuscito a portare a casa Jack’oMin?
Quanti milioni di Euro ha ricavato il rag. Parascandalo?
Quanto è costata la cura dei nervi del simpatico ometto?

E, soprattutto
Di chi figlio è il bandito, Rag. Ciruzzo Parascandalo?
(Luogo ed orario di lavoro della mamma …tipo di pneumatici usati…)

Svolgimento






Col. Douglas Mortimer