lunedì 3 settembre 2007

SOGNO O SON DESTO?


Sudo. Tra lenzuola infuocate. Le persiane mollemente sbattono contro le finestre. Dalla cucina arrivano sinistri rumori di vetri scossi. Potrebbero rompersi sotto i colpi del vento o potrebbero essere ladri che provano a violare la mia intimità, ma io da questo letto non riesco ad alzarmi. Sono in quel dormiveglia in cui le visioni oniriche si confondono con la consapevolezza di essere svegli e con la voglia di ricatapultarsi nel sogno. Come calamite, i quadri onirici mi attraggono irresistibilmente. Come ubriaco, mi abbandono ad essi. Sto sognando di un’estate passata; di un’estate lontanissima, secondo le coordinate, non del tutto ortogonali, del mio sistema di riferimento spazio-temporale.


Era un agosto statico, dal cielo terso e col sottofondo di cicale. Era il solito agosto annoiato da far passare in fretta. Decidemmo di scuoterci dalla sospensione dell’anima e partimmo per Firenze con i compagni del circolo “Che Guevara”. Per noi quella città simboleggiava un punto cardinale. Rappresentava una realtà così diversa dalla nostra, quella di un piccolo centro del profondo Sud. Profondo non tanto per latitudine, ma per vitalità intellettuale e opportunità per noi giovani. Partimmo con i nostri zaini semivuoti. Alla ricerca di qualche speranza. E anche di un po’ di divertimento. Il viaggio in treno non lo ricordo, forse volammo. Talmente ci battevano i cuori. Le nostre pupille erano quasi fuoriuscite dalle orbite. Forse per correre in avanti a esplorare il nuovo mondo che ci aspettava. Ricordo l’arrivo in Santa Maria Novella. Ci attendevano Lapo e Margherita, i compagni empolesi che avevamo conosciuto al congresso nazionale qualche mese prima. Ci spiegarono subito dov’era la scuola in cui ci saremmo accampati. Non era lontana dalla stazione e ci si arrivava a piedi. Io a Firenze non ero mai stato e così ogni angolo mi sembrava un pezzo di museo. Ci infilammo in una stradina. Lapo ci spiegò che l’entrata principale della scuola, l’istituto tecnico commerciale Fibonacci, era su via de’ Martelli, una delle strade principali del centro, ma noi avremmo dovuto usare l’entrata “alternativa” ricavata sul retro appositamente per l’occasione. Ovviamente, non saremmo stati i soli a occupare l’edificio. C’erano ragazzi da tutta l’Italia e anche alcuni compagni stranieri.


Ora mi viene il dubbio che non sto più sognando. Sapete, è quella strana sensazione che si ha la mattina appena svegli quando si cerca di ricordare un sogno o meglio di ritornare a un sogno che si è appena fatto. Non sono ancora completamente sveglio. Non sono ancora uscito del tutto dal sogno. E ci posso rientrare quando voglio. Ma questo sogno mi sembra sempre più contaminato dai ricordi. E’, forse, una strana categoria di sogno autobiografico. Affondando la testa nel cuscino cerco di viaggiare indietro nei meandri della mente.

Salutiamo Lapo e Margherita e ci sistemiamo nella nostra stanza. O meglio nella nostra classe: la 4^ B. C’era odore di gesso e d’inchiostro secco. Dovevamo evitare di aprire le finestre, così spalancammo le porte e le vetrate che portavano al cortile interno. Perlustrammo la scuola come se fosse stata una miniera di diamanti. Bussammo a tutte le porte chiuse ed entrammo in tutte le aule aperte per conoscere gli altri compagni-coinquilini. Stringemmo amicizia, in particolare, con alcuni ragazzi di Reggio-Emilia. Fieri e portatori di storie lontane. Erano quasi tutti figli o nipoti di partigiani. E lo portavano scritto negli occhi. La notte, ascoltavamo ammirati le loro storie. E ci sembrava di essere nudi. Chi eravamo noi? Per cosa avevamo lottato? Per cosa avevano lottato i nostri genitori? Cosa ci facevamo lì? Il vino rosso e le canne allontanavano ogni domanda. Ogni tanto spuntava un gruppetto di secchioni con le poesie di Majakovskij o Neruda. O qualcuno non sazio dei comizi serali che aveva voglia di discutere. Di solito erano ragazzi delle mozioni di minoranza in cerca di consensi, che sistematicamente venivano zittiti o ignorati. Alla cultura e al dibattito politico erano già dedicati il pomeriggio e la sera. Dopo ci volevamo dedicare soltanto alle musiche, ai balli e agli … sballi! La Festa era organizzata veramente alla grande! Ricordo che le prime volte mi perdevo tra stand e palchi e cercavo riferimenti per orientarmi. Ero entusiasticamente disorientato. Era quella la vita che avrei voluto vivere ogni giorno. Era quella l’atmosfera in cui avrei voluto far respirare la mia anima. Lì sentivo concretizzarsi parole come condivisione, appartenenza, speranza. Il comizio più bello fu quello del segretario nazionale. C’era una folla immensa. Sembravamo un corpo unico con una voce sola. Un corpo con centinaia di teste e di piedi. Ci avvolgevamo nelle nostre bandiere e mostravamo vigorosi i nostri pugni chiusi quasi a voler sorreggere il vento delle nostre idee. Il segretario chiuse il comizio dicendo “compagni, se c’è un’alternativa a questa società la dobbiamo volere. Se c’è una alternativa a questa società siamo noi!”. In quel momento il ritmo cardiaco collettivo schizzò in aria e un sangue di urla e applausi approvò le parole del capo. Mi sentivo vivo. E parte di un qualcosa che mi apriva gli orizzonti. Mi faceva sognare paradisi in terra e l’abolizione del Vaticano. Tanto non ce ne sarebbe stato più bisogno. Ero un sacerdote - operaio di una religione da costruire. Insieme ai miei compagni. Giorno per giorno. Vittoria per vittoria.


La mattina ormai alta cerca di prendere il sopravvento. Ma non avrà la meglio ancora per un po’. La luce minaccia di far svanire la mia concentrazione. Ma resisto nel mio sogno. Voglio che continui. Vorrei poterci entrare come in un videogioco e controllare ogni scena, ogni azione. Vorrei poter modificare il corso degli eventi, come se si trattasse della realtà.

L’estrazione dei salami di Montespertoli era una delle attrazioni della Festa. I due ragazzi che gestivano lo stand erano simpaticissimi e molto abili nell’attirare l’attenzione del pubblico. Adescavano la folla con battutine nel loro genuino accento toscano di campagna. Abbondavano i doppi sensi, ma anche l’esaltazione delle virtù dei prodotti della terra. “Signore, venite a comprare il biglietto per l’estrazione dei salami di Montespertoli. Solo mille lire per un biglietto. Primo premio: tre salami di codeste dimensioni. Che i vostri mariti un ce l’hanno mica di siffatte lunghezze! Secondo premio: un salame e una bottiglia di Chianti, di quello bono. Terzo premio: un salamino. Venite signore, e anche voi signori. Vengano. Vengano. A mezzanotte l’estrazione dei biglietti fortunati. Avvicinatevi al nostro stand. Qui trovate i migliori prodotti della Toscana: Pecorino di Pienza, Lardo di Colonnata, Chianti del senese, e il mitico salame di Montespertoli. E poi ci sono gli assaggini a ufo!” A ufo, mi spiegarono voleva dire gratis. Era una delle tante espressioni colorite che condivano quelle serate. Adoravo i toscani, con quelle consonanti aspirate, quel sarcasmo ostentato. E mi piaceva la loro capacità organizzativa. Ogni sera c’era un concerto seguitissimo. Di solito si trattava di gruppi di compagni che suonavano gratuitamente. Nei fine settimana, invece, si esibivano gruppi più importanti. Fu una grande emozione quando toccò a noi. Eravamo saliti a Firenze senza gli strumenti e senza nemmeno immaginare che avremmo suonato. Ma i compagni ce lo proposero e noi cogliemmo l’occasione al volo. Il sangue mi si scioglieva al ritmo di “Corazza di pelle” e “Take life easy”. La musica mi rimbombava nello stomaco. Mi sentivo un tutt’uno col vento. Non avevo nessuno intorno e volavo libero sopra fiumi di persone e nuvole psichedeliche. Tremava la terra e ci trasmetteva una carica anarchica. Avrei mandato a fanculo anche il mare. La bacchetta era il prolungamento della mia mano. Ogni colpo che assestavo sul charleston mi sembrava una frustata che davo alla Terra per scuoterla. Avevo la sensazione di poter prendere il Mondo tra le mani e mettermici a giocare come fosse un pallone. Lo potevo far rimbalzare con un colpo inferto alla grancassa. Lo potevo far salire al cielo con una sferragliata di percosse. La batteria diventava la macchina del tempo. Lo potevo fermare. Quando suonavo nient’altro accadeva nell’Universo. Se non quei suoni. Che s’intersecavano a quelli degli altri strumenti in una composizione aerea che riuscivo a visualizzare. Era un mosaico impazzito e dinamico.


Mi sto agitando troppo nel letto. Sto quasi uscendo irrimediabilmente dal mio sogno. Ma con un ultimo sforzo resisto per rivedere lei.

Eccola che mi riappare proprio come mi si presentò quella sera. Sapevo che si nascondeva qui da qualche parte. Era una morettina delicata e forte allo stesso tempo. Aveva degli occhioni di un verde che era un miscuglio di prati inglesi e di mari caraibici. I capelli le accarezzavano appena le spalle. Il suo sorriso accendeva il sole, rischiarando anche la giornata più nera. La sua voce era armonia. Le sue mani erano pennelli. La sua pelle era candida come il latte e si arrossiva a ogni contatto. Mi capitò davanti come fa un’emozione, che ti penetra come un aculeo. E la scossa fu la stessa. Come se stessi accarezzando un lampo a mani nude e un incendio mi percorresse la schiena. Ballammo tutta la notte. Salsa, merengue, baciata. Sudati.


Sudato. Sono zuppo. Mia moglie mi chiama. Apre le finestre. Mi riporta sulla Terra. Nella mia stanza, nella mia vita. “Ugo svegliati! Devi andare a prendere Mario alla stazione, ricordi? Ugo? Ugo?”. Mi sveglio contento. Magari continuerò il sogno in macchina. Poiché la vita è troppo breve perché si sogni solo di notte.
Br1

lunedì 20 agosto 2007

BREVI COMUNICAZIONI VELOCI


BREVI COMUNICAZIONI VELOCI


Manuela, detta Manu, di Roma, IIIC, incontra all’aeroporto del luogo esotico dove ha trascorso un breve periodo di vacanza non divertendosi perchè insieme ai genitori, Valentino –in arte Vale, che ha passato alcuni giorni da quelle parti spassandosela moltissimo ma non acchiappando nessuna figa.
I due sono seduti vicino e cominciano a socializzare, poi c’è la chiamata del volo di Manu, i suoi vecchi rompono come al solito quindi i ragazzi si salutano, non senza essersi scambiati il numero del cellulare.

Aeroporto di Roma, cellulare acceso, finalmente!
SMS: “Bn Vgg, 6 xcchio sìmpa Mi piaci Xo (vuol dire bacetto) Vale.

Lei si illumina, un sorriso le corre tra i dentini bianchissimi e subito risponde.
SMS: Ake tu, molto sìmpa, pensto a te tutto il volo XXO (Due bacioni) Vieni a Roma ke ti porto in comitiva e ci ved presto Manù 

E poi torna a casa. E’ tutta allegra e i due vecchi si dicono: “Vedi, le ha fatto bene venire con noi alle isole….. è perfino contenta di essere ritornata.
Manu corre in camera sua, accende lo stereo con una vecchia canzone TU NON LASCIARMI MAI, si butta a pancia sotto sul letto, mantenendosi sui gomiti per non soffocare quelle minuscole cose che sono i suoi seni, ancora in via di sviluppo ma pompatissimi da un reggiseno push-up due misure più piccole.

Telefona alla sua amicadelcuore. “Franci, lo sai ho incontrato un tipo fighissimo all’aeroporto, mentre partivamo. Non abbiamo avuto che mezz’ora ma sono già stracotta. Si chiama Vale è di Torino, che dici lo chiamo, eh!? Che ne dici? “
“Ma no aspetta, fatti desiderare, non chiamarlo tu, ma non stare nemmeno immobile.
Fai così, mandagli la tua foto vis MMS e vedi che fa”.

Le si auoscatta con il top corto e scollato, il pantalone a vita bassissima e i laccetti del perizoma che escono sui fianchi.
La manda.

Un minuto dopo.
MMS: Provenienza Vale. Sei davvero karina. Guardo la tua ft e penso a te. Ascolto una canzone che mi parla di te: TU NON LASCIARMI MAI.
Penso ke verrò presto da te. Ntanto ti mando qst XOOO ++ (un bacio immenso con tanta passione)
Invia un cuore rosso con due ali d’angelo.


Due giorni dopo a scuola, squilla il cellulare, Manu innalza una barriera di libri e confabula veloce e silenziosa con la-Franci.
“Sorbetti, Emanuela facci partecipare alle tue conversazioni, visto che Leopardi ti interessa così poco.
Su dicci”
Gniiente Prof, Gniiente Prof, è che sono – risolino- cottastracottafusa… Ma voi Over non lo potete capire”
La Prof. Che si tiene il marito, l’amante e il fratello piccolo dell’amante quando è in licenza dal militare, alza lo sguardo su un punto della parete di fronte e si perde nei suoi pensieri. Lascia correre-


Poi è un traffico di SMS MMS:

SMS Vale Manu, stntt ti ho sognata, io qs cotto tu?
SMS Manu Vale, io e te 3 Mt sopra il cielo XXX+++ più un altro cuore rosso in volo.

Vale riceve lo short message, e prende a pugni il suo compagno di banco che risponde con una risatina e aggredendolo. Fanno una piccola lotta gioiosa.

Allo stesso istante altro SMS Manu Vale io e te insieme fòrever TVTTTBB

Vale lo mostra a tutti e risponde così; TVTpBB Love Love Love

Manu chiama subito a la-Franci e le comunica la notizia.
“Franci Franci io e Vale stiamo insieme, sono fidanzata, mi sono messa con Vale!!!”
Poi abbraccia il cuscino a forma di cuore mette lo stereo a manetta e ruota come una pazza.
La mamma apre la porta per dirle di abbassare il volume e lei la prende tra le braccia e la costringe in ampi giri di valzer. “Mamma sono strafelice, mi sono messa con Vale, è trooppo fico!!!!”

SMS Manu stanotte alle 11.48 pensami, io guarderò stll e penserò a te Love Love Love

11.48 SMS Amore ti penso tanto, non vd l’ora di fare l’amore con te, Io pronta
11.49 SMS Amore domani corro da te. Love Love Love Kss
11.51 SMS Vale no! Aspetta, dicevo così. Non ven ke molto imp cn scuola. Appena posso dico ai vecchi ke vado da zia Firenze e ci ved llì Prendi una camera
XXXBB**
11.55 SMS per quella camera, facciamo tra un mesetto TVTppBN
11.58 SMS Aspetta per la camera te lo dico io qnd. ;
11.59 SMS Manu ma che succede il ns amore è bello e grande e nessuno può capirlo, io tvtttb e pns a te tutte le notti ke dormo ti sogno. Mandami una foto tua nuda. Smak

Panico. “Pronto Franci ho fatto un casino!! Gli ho detto che volevo fare l’amore con lui e lui voleva partire domani. Sono riuscita al fermarlo ma vuole una foto mia nuda”
“Ma lo sai che ore sonoooooooooo?
Ti prego ti prego, ti prego dimmi che devo fare, ti preggo..
“Mandagli una foto tua in costume e, soprattutto non chiamarmi più fino a domani. Digli che si accontentasse e per quello che ci deve fare va bene, il resto ce lo mette di fantasia. Buonanotte e Dormi!”.

MMS 01,20 foto di Manu in costume con scritta.
A’mo, ti amo tanto ma non mi sento ancora pronta, ho ttnt paura. Ti mando mia ft in costume Non lasciarmi sola in qst mnd crudele, mi fido solo di te. Io sola al mnd, nessuno mi kpisce , solo tu A’mo mi vuoi TnTT BBNN Ti amo e ti penso, ti strapenso ti strasogno; sognami e io ti sogno.

La mattina non va a scuola, a pranzo si presenta a tavola con un tatuaggio sul braccio: un cuore e dentro una V.
Becca uno schiaffo dal padre e batte i piedi a terra gridando “PAPI TU NON CAPISCI GNIENTE E NON CAPIRAI MAI GNIENTE, NESSUNO MI AMA IN QUESTA CASA E NESSUNO MI CAPISCE!!!
Sta per alzarsi da tavola ma il padre le molla un altro schiaffone e la costringe a finire la minestra che lei condisce con le sue lacrime amare di unica ragazzina incompresa.

Poi fugge in camera sua, si butta sul letto e comincia a piangere. Singhiozzando chiama Vale e gli racconta tutto.
“Vale, amore mio tu solo mi ami!!! Nessuno capisce questo nostro amore fatto di attimi e di momenti magici vissuti insieme. Io ti amo tanto e sono sniff gh. Voglio-fuggire-con-te.. ehh gheee, heggee gehhee!”

Finisce la telefonata lunghissima a spese dei genitori.
SMS Vale SMS +MMS.
Foto, il fascio di rose rosse.
Testo.Apri la porta A’mo Love Love Love”

Due ore dopo la mamma sale a consolarla. Ha fatto una cazzata e se ne deve rendere conto ma i ceffoni non aggiustano niente. Si aspetta di trovarla piangente sul letto invece lei balla con lo stereo a palla.
“Manuela è arrivato questo per te” E le offre un fascio di rose rosse giunto con Interflora direttamente da Torino.
Per la seconda volta si trova coinvolta in un ampio giro di valzer e la figlia che urla la sua felicità

CADUTA LIBERA.

Manu è fidanzata e si comporta come una che sta insieme. Non fila più i ragazzi, allontana l’amico confidente autista col motorino, dà consigli alle sue amiche che si devono ancora mettere con qualcuno e …aspetta.
Aspetta le sue telefonate, i suoi SMS le sue mail e le rose.
Per qualche giorno Vale non si fa sentire. Lei si allarma e chiede consiglio nel panico a la-Franci.
Franci la dà il divieto di telefonare. “Non devi fare gniente , Lui ti chiamerà, se lo chiami tu è finita. Se chiami tu non mi cercare più che non posso più aiutarti”.

Manu passa le giornate in camera sua col cordless tra le gambe, che stringe e allenta convulse. Ogni volta che squilla grida VADO IOO e poi tratta malissimo chi la chiama.
Ha uno sfogo isterico con l’amico confidente autista che –finalmente- la manda
affanculo. Non le interessa.
Poi in uno scatto scaraventa il telefono contro la parete.

SMS: Vale, Vale, A’mo, Vale, che fai non kmi +?? Io tanto triste e innamorata, km/mi subito àmo che altrimenti mi suicido.

La frittata è fatta! Non ha il coraggio di dirlo a la-Franci.
Infatti arriva la risposta.

SMS: Manu Ns amore trpp impegnativo per me mi sento soffocare in qs rapporto trpp intenso. Ns momenti bellissimi e indimenticabili.
Sii felicie come io sono
Ti mando foto di mia nuova ragazza.
Tvb
IO e te tre metri sotto terra

MMS con la foto di una puperottola biondacon la scritta LOVE LOVE LOVE

La crisi è spaventosa. E’ in un’apnea di pianto e sta pensando a come suicidarsi. Mentre distrugge tutto in camera sua e i suoi si tengono a debita lontananza, arriva un messaggino.

SMS TESTO: Ciao Manu, sono Enrico IVF tuo N dato Stefano. Ti ho vista in corridoio. Io cotto di te. Io e te 3 Mt sopra il cielo. Io SH azzurro. Ci ved domani all’entrata.
TVTBB innamorato pazzo di te. Cotto, stracotto, fuso.

SMS Enrico, ciao, mi ricordo di te, anke tu molto carino. Bello SH preferito. IO dopo brutta storia di amore. Andiamo piano, consolami. Domani 8,20 a casa mia per scuola, abito a via vieni con SH Love Manu

Poi corre al guardaroba e sceglie cosa mettersi domani.

Tre giorni dopo le arriva questo "criptato"
testo: "I+U 4ever 6 1ca 3MSC"

---

SMS SHORT MESSAGE SYSTEM



Rimane incancellabile il tatuaggio. Il padre ogni tanto che si ricorda, le molla uno schiaffo, giusto per rinnovarle la lezione e che non le venga in mente di fare la cazzata un’altra volta, e lei chiama Enrico piangendo.
Ma ha già deciso. Quando le chiederanno cosa è lei racconterà della meravigliosa storia d’amore con un ragazzogrande di Torino, finita tragicamente; lei si stava suicidando quando
SMS, Short Message System.


Col. Douglas Mortimer

venerdì 17 agosto 2007

PENSIERI E PAROLE


PENSIERI & PAROLE

La donna più bella del mondo giunge alla riunione del giovedì dove lei concede la sua presenza e il suo tempo fatto di ori fini, in quanto al momento, contro ogni regola del BOn-tON lei non ha il ganzo.
Al suo arrivo si diffonde nell’aria il profumo di maggio, con le rose, i gelsomini, l’aria tiepida e tutte queste cosettine che piacciono, secondo lai all’audience maschile.

Nessuno alza gli occhi ammirato e le liberano due sedie consecutive, unite e senza braccioli per contenere il suo enorme culo.

<em>“Adesso vado da qui dieci zappatori e gli faccio vedere io che cosa significa essere femmina. Guarda qua, sono così bella, sottile, un bel sedere a mandolino”.

Abbondante.

"Poi ho gli occhi verdi, questi bei capelli ricci e biondi, sono delicata, docle, piccola!
Adesso arrivo là e tutti quanti non riescono a staccarmi gli occhi dalle gambe. Poi nel punto più importante della conversazione, accavallo le gambe e mi godo la scena di panico generale".

Cosa che accade.
Lei si fa sistemare le due sedie di fronte alla platea maschile e improvvisamente con cattiveria nel momento di massimo impegno effettua l’operazione di accavallamento.
Certo, si aiuta con le mani, compie manovre ardite e la sedia protesta rumorosamente, ma ottiene uno stato di panico diffuso da parte degli esseri umani maschi che una cosa del genere (di quelle dimensioni) non l’avevano mai vista.
C’è chi si protegge con il giornale, chi finge di salutare qualcuno ed esce, altri si avvicinano al tavolo per sfuggire a quella visione.

Si allontanano tutti e la donna più bella del mondo pensa che non ci sono più gli uomini di una volta che facevano a gara sulla spiaggia per potersi sedere vicino a lei, che le portavano i regalini e le rose.
Lei stava sotto l’ombrellone e dirigeva il traffico del corteggiamento. Non ha mai avuto bisogno della patente perché aveva l’amico confidente-autista che la accompagnava ovunque per poi, arrivati nelle comitive, mettersi un po’ in disparte e lasciare che lei facesse la stronza con quelli di rango superiore. Ma in compenso lei gli raccontava poi tutto. Come il ragazzo al livello la toccava, la baciava le si infilava dentro,,, poi lei però ha pianto, e ha pensato a lui.

Adesso nell’attesa del Principe Azzurro che, non si sa come mai, tarda ad arrivare lei allena il suo potere seduttivo sui zappatori di un circolo di sinistra.

E’ stata vista passeggiare per il corso della città turistica con due esseri cupi e oscuri, allontanarsi un attimo, in prossimità del tabaccaio Un momentino solo!!
Poi è stata vista tornare con due baci Perugina “Mò gliela faccio vedere io che cosa è una vera SSIgnora; una che dovrebbe stare al Vomero non certo qua!! MA che Ci faccio IO qua?!”
Pensierino carino
“che bella voce musicale che ho!”
Si dice che i due tipi abbiamo afferrato il bacio (era la prima volta) che se lo siano magnnato cò tutta la carta senza dire niente, nemmeno una parola.
Lei sorrideva contenta. Portava i suoi protetti, quelli dello Zoo a passeggio. Le scimmiotte.

Ma un tempo non era così Lei passeggiava vestita Prada, con profumi costosissimi e scarpette bellell’ lungo il Corso principale all’ ora dell’aperitivo e tutti gli avventori dei caffè alla moda si fermavano nel loro sorbire il drink delle sette e seguivano con lo sguardo le sue evoluzioni in bicicletta; in realtà era un curioso ed attento esame di come potesse un sedere così grande stare in equilibrio su un sellino così piccolo; a volte si univano, al circolo degli astanti, anche alcuni fisici che cercavano di spiegare con qualche improbabile teoria della relatività il mistero di quell’equilibrio strano e fantozziano (vi ricordate Ugo che salta in sella alla bersagliera mentre cade il sellino?).
E tutti la ammiravano da sotto le tende dei caffè: lei concedeva uno sguardo malizioso ma casto, di invito e scandalo, di scherno.
“Si vieni che ti acolgo io tra le mie Virtù teologali” “Che donna che sono!”
“Ma cosa fai?, io sono una personcina perbene, all’antica” Come me lo sto girandoooo!!!
“Ma tu insinui i tuoi sguardi sotto le mie gonne” “Attenta adesso, adesso devi far vedere che ti scandalizzi!!””

- Il poveraccio voleva solo capire come è fatta la famosa donnacannone di cui tutti abbiamo sentito parlare ma che nessuno ha mai visto.

“Niò, Niò, Niò Niò e pppooiiNIO” “Ma io sono un'analista contabile laureata, una donna seria, vengo da un’ottima famiglia, vesto bene, sono bella, sono intelligente, ho una conversazione interessante e aggiungo un tocco di classe al menù”
Mica sono una di strada, sai

"Asesso, adesso, adesso, glielo devi dire adesso!!”

- Il poveraccio intanto non capiva più niente, sommerso da un torrente di parole, con un gomito di Esssa puntato sulla spalla e tutto il suo Peso gravato sul suo (di lui) baricentro ):

“Gurada, guarda, tu mi piaci un pochino. Oddio, una donna di classe (alta) come me, dovrebbe sposare uno cha abita a Vomero, e poi bellissimo, ma sia. Domani vieni a parlare con i miei, io cambio l’ arredo in casa tua -tutto moderno, essenziale, pratico, come bellezza basto io. Poi ci faccio la scrivania olimpionica, ci metto tutti miei libri, sono molto colta sai? Poi cambio tutti i tuoi mobili di famiglia e ci mettiamo cose moderne, belle che piacciono a me. Poi prendiamo i tuoi anziani genitori e li mettiamo nella cuccia dei cani, ma non fare quella faccia, la faccio allargare; a spese mie –Dio come sono generosa-; poi compriamo una cucina nuova da Tufano MobilE, poi andiamo a prendere la parete attrezzata coi faretti, poi mettiamo il plasma 42” _Che gusto che ho? A proposito che musica ti piace? No, non va bene, facciamo solo latinoamericano che mi piace a me, poi tu imparerai ad amarla per amor mio. Poi i film, lo sai io sono una specialista, capisco al volo quelli che mi piacciono, quindi scegliamo tutto quello che piace a me.
Poi andiamo a casa degli amici, io mi metto il vestitino bellillo e porto i dolci che li porto io che li scelgo io perché io lo so io che già so dove devo andare. Poi io mi siedo SEMPRE vicino a te così controllo quello che ti mangi e soprattutto quello che tu bevi, poi apriamo i dolci e io ti dico quello che ti devi mangiare perché è il più buono e tu imparerai a fartelo piacere per amor mio, poi parleremo e tu ascolterai la mia conversazione colta e illuminata, perché io sono una quota rosa. Non lo sapevi? Non lo sapevi? Ma davvero davvero? Che sono una che, siccome è così bella, intelligente, elegante, colta e di bella presenza, parlo bene ad aggiungo un tocco di classe al menù, tutti i partiti mi prenderebbero come presidentessa?
Vedi che fortuna? Cerca di meritartela eh?
D’accordo? Ci sposiamo tra un mese e tre giorni.
A proposito Come ti chiami e che professione svolgi?

“Che tecnica!! Dovrei aprire una scuola di matrimonio”

Mentre lei prende fiato lui approfitta, finge di salutare qualcuno, si libera dell’opprimente peso che grava sulla sua spalla destra e cionco corre via. Ma ha la soddisfazione di gridare mentre si sente ormai al sicuro:
“Gennariello e faccio l’idraulico”

La donna più bella del mondo rimane un po’ perplessa, poi alza le “Spalluzze” graziose e volta lo sguardo in cerca di altre prede.
La stagione della caccia è aperta.


Giurano, ma io non ci credo.
Giurano che è stata vista in una bettola di pessimo livello con tre scimmiotte mentre diceva.
"Io sono bella, alta, intelligente, affascinante e delizisosa, leggiadra e magra, mi presento bene, conosco il galateo e dò un tocco di classe al menù",
Nessuno di quei tre cafoni ha alzato la capa dal piatto, dove con le mani e la faccia sporca di sugo se magnavano la pizza alla maniera della sinistra.
Questo è incerto ma
qualcuno l’ha vista sorridere benevola.

Col. Douglas Mortimer

giovedì 16 agosto 2007

PAROLADY, UNA DONNA DI PAROLA


Più che una donna dalle mille facce è una donna dalle mille bocche. Questa deformazione è secondo me l’unica spiegazione scientificamente plausibile che possa spiegare l’enorme quantità di parole al minuto che lei riesce ad effondere. In paese è conosciuta come parolady. Sia per il suo hobby preferito, quello di aumentare la temperatura terrestre a furia di emettere frasi a ripetizione, sia perché ama attirare l’attenzione maschile con i suoi abiti attillati e provocanti. E così una volta richiamata la preda, la stordisce a forza di discorsi interminabili, come un eterno comizio apolitico.


E’ una macchina sforna - parole perfetta. Riesce a parlare senza interruzione per giorni e giorni. Anche durante il sonno continua a parlare, con somma gioia dei mariti-martiri che si sono susseguiti nel suo letto. Vanta all’attivo ben 12 matrimoni, perché in fondo è una donna di chiesa e non si è mai concessa ad un uomo se non dopo un matrimonio celebrato a dovere. Dei suoi 12 mariti, 8 sono fuggiti senza lasciare traccia, 1 si è fatto prete asserendo di aver ricevuto un’improvvisa vocazione e gli altri 3 sono morti in circostanze più o meno misteriose. La gente, con un pizzico di cattiveria, insinua che i poveruomini si sono tolti la vita estenuati dal suo furore verbale. E, di fatto, il dubbio sorge spontaneo, come direbbe Lubrano.


Ippolito, il primo marito, è stato trovato la mattina del 25 dicembre, all’indomani di una veglia che doveva essere stata particolarmente lunga e stressante per lui, con un pancione enorme, disteso in cucina. Aveva ingurgitato 10 panettoni e bevuto tutte le bottiglie di spumante omaggio. Teodoro, esperto ciclista, è stato trovato in un dirupo con la sua bicicletta. "Tragico incidente di un ciclista imprudente", decretarono le autorità. "Gesto disperato di un marito estenuato", decretò il popolo. Nicodemo, navigato marinaio, cadde inspiegabilmente a mare in una giornata di bonaccia tutto aggrovigliato a degli enormi pesi da sub. Ma la nostra eroina non si perdeva d’animo. E dismesso uno strettissimo lutto (strettissimo ed elasticizzato) riprendeva la sua caccia, a base di sguardi ammalianti e frasi ipnotizzanti.

I suoi discorsi quasi mai sono caratterizzati da un filo logico, ma l’importante per lei è emettere parole. E’ come se si dovesse svuotare di un fardello. E per riuscirci ti deve fare una testa così di chiacchiere. “Na capa tanta”, per dirla con le parole dei suoi concittadini. I suoi discorsi si aggrovigliano in maniera inestricabile. L’inesperto malcapitato che si approccia a lei per la prima volta cerca di tener testa alle sue mitragliate orali. Ma ben presto deve arrendersi. Lei, non solo non da spazio alcuno di controbattuta (al limite puoi annuire con qualche cenno meccanico del capo) ma per di più accavalla i suoi racconti in maniera casuale, come nel gioco dell’associazione d’idee.


Mentre sta raccontando del padre morto cadendo da una scala, questo termine le fa ricordare di aver incontrato per le scale una sua vecchia amica che portava un cappello rosso … rosso come il fuoco … fuoco … incendio … “hai visto quanti incendi stanno scoppiando in questi giorni?” e, senza aspettare risposta, giacché ogni sua domanda è retorica, continua “ho conosciuto un pompiere che ha salvato un cane; ah sai il mio cane è stato avvelenato; sicuramente è stata la pescivendola, qualche volta va a finire a pesci in faccia con lei; a proposito quasi quasi faccio un pesce spada alla griglia per pranzo che non ho mai nessuna idea meno male che mi è venuta; che ti stavo dicendo? Ah sì … domani penso di andarmene un po’ da mia sorella è tanto sola su quella collinaccia sperduta; le vado a fare un po’ di compagnia e …


Tu intanto ti sei già perso sulla scala. Le sue parole ti hanno intontito al punto che le scale sono diventate scale mobili a chiocciola e inizi a sentirti girare la testa sempre più forte, sempre più veloce tanto che sei costretto a invitarla a sederti al tavolino di un bar. Lei senza risponderti, ma continuando la sua tortura di parole si siede. E’ la tua condanna! L’hai invitata tu e non solo devi pagare il conto ma sei costretto anche a far finta di andarle dietro con interesse. Quando lei si accorge che non la segui più si ferma per un attimo e tu in uno scatto di gioia involontariamente alzi lo sguardo verso di lei. Tac! Riattacca la macchinetta.

Mi hanno raccontato che parolady, di cui ormai in paese s’ignora il nome di battesimo, non è stata sempre così. Figurarsi che da piccola il suo gioco preferito era quello del silenzio e vinceva sempre lei. Era così taciturna che la maestra l’aveva soprannominata la muta. La maestra era una donna cattivissima, del tutto inadatta a ricoprire il ruolo di educatrice di bambini. Era una zitella acida, insoddisfatta del lavoro e della vita. Trattava i bambini malissimo, salvo che fossero figli del sindaco, vice-sindaco o del commissario di polizia. Addirittura, nell’ora di educazione artistica passava tra i banchi e stroncava le fantasie dei bimbi accusando i loro disegni di essere indegni scarabocchi sconclusionati.


Parolady faceva dei bellissimi castelli colorati con dame a quattro zampe e principi al galoppo di serpenti enormi. La maestra furibonda la sbeffeggiava impietosamente: “La muta ha anche il cervello che non funziona, ci manca solo il ciuccio che vola in questo disegno!” E tutti i bimbi a ridere a crepapelle. E’ lì che nacque la vendetta, secondo alcuni. L’offesa bambina meditava di fargliela pagare, alla maestra e a tutti gli abitanti di quel postaccio senza fantasia. E da allora rispondeva alle interrogazioni dell’insegnante con soluzioni scombinate ma proferite con tal eloquenza e con tono di voce così risoluto che fu sempre premiata col massimo dei voti. “Giulio Cesare chi era? Era quello che ha inventato il cibo in scatoletta per gatti, animali che amava tanto. Ma la moglie Caina, sorella minore di Caia, era gelosa dei gatti al punto che li avvelenò tutti. Allora il buon Giulio dovette andare a conquistare altri territori per trovare nuovi amici gatti ed è così che divenne imperatore. Che poi in latino significa colui che possiede tanti gatti. Poi un bel giorno Nerone, il suo gatto più bello, tutto nero, si trasformò in un uomo e …”


“Va bene, va bene. Basta così”. Rispondeva la maestra frastornata. E così andò proseguendo negli anni il suo delirio discorsivo. La sua ossessione per il monologo con pubblico non pagante, ma che pagherebbe volentieri per farla tacere. All’esame di licenza media diede il meglio di sé sfoggiando conoscenze interdisciplinari, che collegavano la scoperta dell’America al diluvio universale, l’impollinazione alla palpitazione, le equazioni all’equitazione. Il tutto condito con declinazioni nella cultura contadina di cui era fiera portatrice. E allora Cristoforo Colombo diventava un allevatore di piccioni viaggiatori che mandò una nidiata in giro per il mondo a spedire messaggi deliranti sulle rotondità della terra, finché Noé non fu incaricato da Monsignor
Ferdinando di allagare il mondo per dimostrare la sua piattezza e…

A parolady non fu possibile frequentare le superiori. Infatti, tutti i presidi del comprensorio si allearono, sotto la spinta del sindacato dei professori, per respingere la domanda dell’anomala studentessa. L’allora signorina si dedicò quindi alla ricerca di un marito che la sistemasse. Si piazzava ogni giorno al bar “La zavorra”. Ordinava un cappuccino, si sedeva a un tavolino, possibilmente il più centrale per tener sotto controllo la piazza, e scrutava il passeggio per ore e ore. Fu lì che conobbe Ippolito, giovane elettricista che stava montando le illuminazioni per la festa del patrono. Il giovane fu incantato dalle gambe sinuose di parolady, che accavallandosi e scavallandosi distoglievano l’attenzione del giovane dalle interminabili disquisizioni della ragazza. Purtroppo, di lì a poco il ragazzo avrebbe fatto la fine che vi ho detto.

All’inizio che conoscevo parolady mi capitò, imprudentemente, di offrirle qualche passaggio in vespa. Lei mi si avviluppava addosso per meglio raggiungere l’orecchio destro in cui sparare violentemente i suoi sproloqui. Come pietre lanciate da una fionda. Le prime volte abbozzavo anche un minimo di partecipazione. Ma lei stroncava ogni iniziativa alzando il tono della voce, che già copriva abbondantemente il rombo del motore e lo schiamazzo urbano. Mi bombardava, mi rincoglioniva. A tal punto che la vespa iniziava a sbandare. Io iniziavo a correre all’impazzata per poterla sloggiare prima possibile. E nella disperata corsa lei si aggrappava sempre più forte e mi strillava sempre più vigorosamente nell’orecchio, ormai anestetizzato, le sue frasi senza senso. La sua voce stridula mi dava ai nervi, più di un vigile urbano, più delle strisce blu, più del traffico e dello strombazzare delle auto.

“Ieri mi è capitata una cosa pazzesca. Ero dal parrucchiere … Ah, lo sai che lui si è rimesso con l’ex moglie. Ma io non mi capacito, quella l’ha cornificato con mezzo paese e lui ci si rimette insieme?! Ah, cosa avrà quella sciacquetta? Bah! Ti dicevo … ero dal parrucchiere, c’era anche la signora Filomena … che è di nuovo incinta. Con i tempi che corrono fare 7 figli è una pazzia. A proposito di pazzi sai che mio fratello è completamente impazzito: vuole vendere la casa a degli sconosciuti per 4 soldi. Ed io dove me ne vado a vivere? Con i prezzi che ci sono oggi in giro! Sarà colpa dell’euro? Fatto sta che non si può comprare più niente da quando hanno fatto st’euro. Solo i commercianti si sono arricchiti. Il mio salumiere s’è fatto una villa che non finisce più. Che poi la moglie, che è insegnante, guadagna una miseria. E che dovrei dire io? Con quel poco di pensione del mio caro estinto… Che poi le vogliono pure diminuire. Io la prossima volta non ci vado proprio a votare. Tanto, sono tutti una manica di mariuoli. Ah, guarda là c’è il sindaco… parli del diavolo e spuntano le corna. Che pure lui di corna c’è ne ha! Quello si doveva sposare con me poi ha trovato quella cosa di niente della figlia dell’armatore Russo. Che non è lo stesso che fa la pasta. No, te lo dico perché a volte uno si confonde. Quelli sono cugini, ma di secondo grado. Quelli della pasta si trasferirono a Gragnano dopo la guerra. Uh! Mò che mi ricordo che bel panuozzo mi sono mangiata l’ultima volta che ci sono stata. Però che traffico per arrivare. Non ti dico! Che poi fanno le domeniche a piedi. A che servono vorrei dire io? Qua nessuno va più a piedi. Solo io. Solo io. E tutti c’hanno due, tre macchine. Come la Cina. Quella si sta sviluppando e deve inquinare a noi. Non solo ci vengono a rubare il lavoro. Che mo’ tutte le maglie sono fatte dai cinesi. Io non c’ho niente contro questi qua ma mi fanno schifo e poi sono tutti uguali sembrano fatti con lo stampino. Se non che, ti dicevo ...


Olè, siamo arrivati! 5 kilometri ma mi sono sembrati 500! Anche la mia cara vespa è provata! Parolady mi ha raccontato tutta la sua vita e quella di tutto il paese. Ma come fa? E il bello è che pure una volta smontata dalla vespa continuava a parlare. Uno per educazione la lascia fare. Errore! Bisogna stroncarla. Lo imparai. E me ne schizzavo via senza manco salutarla. In lontananza la sentivo ancora dare fiato alle sue corde vocali.

Ma parolady ha raggiunto il suo obiettivo. Si voleva vendicare e ci è riuscita. Oggi in paese sono tutti pazzi. C’è Filodoro che gioca a monopoli con le sue 3 auto. Le sposta e le risposta. Le parcheggia nelle maniere più bizzarre e fantasiose possibili. Unico obiettivo: conquistare tutto il vico per poi lanciare la grande sfida alla Piazza. Geremia, lo schiattamuorti, a ogni funerale si veste da Zorro e spara fuochi d’artificio. Ma questo è il meno. Ogni volta che incontra un amico, sadicamente, gli chiede “Come stai? Ti senti bene? Memento Homo! Memento! Quia pulvis es et in pulverem reverteris!” E se ne va via sghignazzando. Rosamunda si è invaghita delle suore dell’Annunziata e le fa una corte spudorata. Regali, rose e serenate sdolcinate. E tra l’altro si dice che sia ricambiata dalle sorelle che, dal canto loro, se ne vanno in giro vestite come conigliette di Playboy con sai rosa e scollacciati. Agatina va camminando con le mani al cielo dicendo di aver visto la luce. Il marito, poveraccio, non può accendere una lampadina in casa ché la moglie sobbalza e urla “Ecco, di nuovo. Sia ringraziata Nostra Signora Vergine Enel!”. Eusebio, il capotreno, si diverte in dirottamenti e scherzi vari. I turisti sono le sue vittime preferite. Devono andare a Pompei? E lui li dirotta su Terzigno. Ognuno è stato colpito dalla maledizione. Parolady si voleva vendicare e l’ha fatto. Non c’è che dire, è stata una donna di parola!


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martedì 17 luglio 2007

NAUFRAGIO IN CALMA PIATTA


NAUFRAGIO IN CALMA PIATTA

Ci trovammo verso l’Equatore. Il vento calò e nessun santo o demone ci aiutò a portare avanti la barca e a giungere dove la follia del nostro Capitano voleva condurci.
I miei compagni di notte iniziarono a ballare e a finire bottiglie di rum, il capitano fisso sul timone cercava con occhi il suo spettro, la pazzia che lo aveva condotto. E noi con lui, fin lì-.
Lo fissava, ci parlava,ci faceva l’amore, lo corteggiava. E noi con lui, fin lì.

E il comandante è pazzo
E avanza nel peccato
E il demone che è suo
Adesso vuole mio.
Brinda con il sangue
All’odio ci convince
Che se è la sua la barca che vince
Dev’essere la mia.

La follia s’impossessava dei miei compagni al calare del buio.
Di giorno crollavano. E io con loro.

Eravamo stanchi del niente, le provviste iniziavano a diminuire e l’acqua che ci circondava a perdita d’occhio era diventata preziosa come qualcosa di cui cominciavamo ad avere una lontana memoria.
E pure era lì, ci guardava e ci invitava.
Niente.
Giorni senza movimento, la mattina che cedeva il posto alla sera che si allontanava al sopraggiungere della notte e nulla che ci facesse percepire un pur piccolo spostamento. La notte si spegneva e cedeva il posto al sole.
E noi lì.

E il vento non alzava
E il mare imputridiva
Legati ad un sol raggio
Tutti presi in ostaggio
Avanzavamo lenti
Senza ammutinamenti.

Improvviso iniziò l’affanno. Non mi ero mosso dalle sartie dove riposavo l’intero giorno eppure il cuore inizio a battere un po’ più forte.
Non ci feci caso.
Poi ancora di più. Poi ancora e iniziò l’affanno dopo una breve corsa. Ma non mi ero mosso.
All’inizio seguii curioso questo cambiamento come una novità ma poi mi premurai di allontanarmi, di sfuggire da esso.
Mi alzai e cominciai a camminare sul ponte della barca. Mi seguiva.
Più veloce, non mi lasciava di passo.
Correvo e gridavo, poi mi fermavo e il cuore continuava a battere forte. Allora mi fermavo e sedevo. Continuava.
La nave era ferma, immobile in un punto che non sapevamo non avendo più il movimento come coordinata di riferimento.
Il cuore si fermò. Caddi in un sonno buio come la notte. Senza sogni e senza stelle.

NAUFRAGHI.
Di nuovo quel battito e di nuovo alzarmi e camminare. Adesso gli avevo dato una veste, un’ufficialità. Lo avevo riconosciuto Adesso quel battito apparteneva a me, era mio e dovevo vincerlo.
Mi resi conto del poco spazio che avevo. Solo metri e poi il niente. Nessuna possibilità di fuga. Ero prigioniero, in un infinito mare, di poche tavole di legno marcio. E la follia dei miei compagni con me.
Camminavo e gridavo, mi tenevo la tesa, correvo. Mi seguiva.

Improvviso, nel cielo grigio di vapore, l’Uccello che Porta Bene.
Si alzò il vento, camminavamo di nuovo. Eravamo liberi. Ero libero.
Ma il cuore continuava a battere fortissimo, non so se per l’emozione di essermi liberato da quella prigione o per la paura di caderci di nuovo. Adesso avevo paura che si rompesse, di morire.
Gli altri erano felici e gridavano, il Comandante immobile con gli occhi di fuoco guardava la materia del suo odio divenuta carne che gli ballava avanti agli occhi, solo a lui.
Fissai i miei occhi nei suoi. Ebbi paura. Più paura adesso di prima, Adesso lo guardavo da uomo libero e avevo paura.
Chi era l’oggetto di tanto furore.
Il cuore batteva forte che si stava per rompere e la nave andava, quando per interrompere questo terrore lo colpii.
Colpii il domandante, l’alabatros. L’uccello cadde.

Mi sentii subito calmo, il cuore si era placato, i battiti regolari.
Rialzai gli occhi a quelli del mio Capitano e una cosa che non so si ruppe dentro.
Aria di fuoco nei polmoni, le gambe inanimate non mi mantenevano.
Ero io.
La materia di carne che quell’uomo odiava, solo che non lo sapeva ancora e aspettava che accadesse qualcosa per dare un volto all’immagine buia che lo tormentava da anni. E l’equipaggio con lui.

“E venne dall’acqua
Venne dal mare
La penitenza
Dall’amaro del mare.

E il comandante avanza
e niente si può fare
vuole la morte, la vuole affrontare.

E il comandante è pazzo
E avanza nel peccato
E il demone che è suo
Adesso vuole mio.
Brinda con il sangue
All’odio ci convince
Che se è la sua la barca che vince
Dev’essere la mia.

E si fermò il vento. La barca si arrestò e rimanemmo muti ad attendere la maledizione che presto giunse in forma di vela. Avevamo tutti paura, tranne uno, cieco di rancore.

Coro: Oh Matri mia
Salvezza prendimi nell’anima
Oh Matri mia
Le ossa nell’acqua


E giunse su un vascello nero nella notte più scura. Due figure.
Morte e Vita-in-Morte sul quel ponte a giocarsi il destino dei marinai.
Morte se li prese uno per uno lasciando solo me all’avversario Vita-in-Morte
Che decise dei miei futuri giorni.
Non un pezzo di terra, non un fiore, non una lacrima per loro. Solo i fuochi sull’alto del pennone, fuochi fatui. Fuochi Sacri.

E gli occhi non videro
Non videro la luce
Non videro la messe
Che altri non l’avesse.
E il cielo fece nero
E urlò la nube al cielo
E s’affamò d’abisso
Che tutti ci prendesse


E gli uomini spegnevano
Spegnevano il respiro
Spegnevano la voce
Nel nome dell’odio che tutti ci appagò.
Il cielo rigò
Di sbarre il suo portale
Il volto di fuoco dentro imprigionò.

Lo spettro vedemmo
Venire di lontano
Veinire per ghermire
Nero di Dannazione
Vita-in-Morte Vita-in-Morte
Quello era il suo nome.

Coro: Oh Matri mia
Salvezza prendimi nell’anima
Oh Matri mia
Le ossa nell’acqua

“Prendi anche me! Ti prego! Traversare il fiume dei dannati e andare incontro alla maledizione eterna, ma non lasciarmi qui!”
Rimanere da solo sul legno fradicio di queste assi nel mezzo del mare senza un alito di vento e senza acqua senza spazio o movimento a guardare negli occhi la mia maledizione, i serpenti che emergono dalle acque fino a vederli belli ad amarli e a pregare per loro.


Anime bianche
Anime salvate
Anime venite
Anime addolorate.

Che io abbia due soldi
Due soldi sopra gli occhi
Due soldi per l’onore
Due monete in pegno
Per pagare il legno
La dura voga del traghettatore.

Vieni Occhi di Fluoro
Vieni al tuo lavoro
Vieni spettro del Tesoro
La vela tende
Il vento se la prende
La vela cade le Erinni allontanate
E accesi sui pennoni
I fuochi fatui
I fuochi alati della Santissima
Dei Naufragati.

Coro: Oh Matri mia
Salvezza prendimi nell’anima
Oh Matri mia
Le ossa nell’acqua

Acqua, Acqua, Acqua in ogni dove
E nemmeno una goccia, nemmeno una goccia da bere

Questa è la ballata
Di chi s’è preso il mare
Che lapide non abbia,
né ossa sulla sabbia
né polvere ritorni
Ma bruci sui pennoni
Nei Fuochi Sacri
Nei Fuochi Alati
Della Santissima dei Naufragati


Coro: Oh Santissima dei Naufragati
Vieni a noi che siamo andati
Senza lacrime, senza gloria,
Vieni a noi per noi pietà.

Fino ad amare la maledizione a pregare per essa a vederne la bellezza. Solo allora sarò libero, ritornerò in terra a raccontare a voi, amico dello sposo, questa storia di vento e mare, di dannazione e di pietà.





Da
La ballata del vecchio marinaio 1798 S.T. Coleridge
S.S. dei Naufragati Vinicio Capossela
Col. Douglas Mortimer

martedì 10 luglio 2007

I DENSI VAPORI DI RHOSSILI BAY


Svegliarsi in un letto sconosciuto in una città straniera.
Sentire la forza dell’emozione scendere dal cervello verso le ginocchia e fermarsi nello stomaco. Quel attrazione irrefutabile verso il nuovo, l’immaginato, l’atteso, il sognato.
Nella mente iniziano a delinearsi paesaggi e profumi, visioni e sensazioni, calori e lampi, brividi e ansie, persone e colline, alberi e pietre. E’ questo il momento più bello del viaggio: la fantasia.
La costruzione casuale, irrazionale e passionale di aspettative sul luogo che ci si accinge a visitare. Il resto, la partenza, l’arrivo, la permanenza, gli incontri con cose, persone, cibi, e poi il ritorno, sono solo dettagli che si possono scomporre, rimuovere, ridefinire senza pericolo alcuno di vanificare il sogno. Le attese, certo, sono contaminate da informazioni inserite a priori nel disegno: una cartina, una foto scaricata da internet, un racconto, una lettura. E su questi pilastri il viaggiatore costruisce palazzi vetrati di mille colori, arredati con i divani più bizzarri e le tende più raffinate, scale contorte e portoni socchiusi. Su questa tela sfocata il viaggiatore intesse i suoi ricami ipnotici, con tratti discontinui, con mano intermittente, elettrica. La mente vola oltre le colline che s’intravedono dai finestrini sbiaditi di un treno silenzioso. Sembra che si viaggi sospesi sull’erba, senza attrito alcuno, senza concentrazione e premeditazione. Ma solo magnetismo e necessità. Lo sguardo sfugge dalle pareti cupe di stazioni insignificanti. Verso orizzonti lontani e coste scoscese. Il pensiero non resta imbrigliato in quotidiani gratuiti o nelle canzoni strillate da un ipod all’ultima moda. Invece, esso corre per labirinti elettrici, fatti di luci e scintille che trasmettono al viaggio delle cariche impreviste, sebbene inseguite. Durante il tragitto è impossibile dormire tant’è l’adrenalina che si affastella nel corpo e tiene sveglia fino all’ultima cellula. Non si dorme, ma ci si lascia cullare intontiti dal vagone ondulante che come un serpente metallico striscia a destra e a sinistra. E ad ogni oscillazione corrisponde un immagine. Ogni immagine si sovrappone alle altre in un quadro onirico che va perdendo sempre più i perimetri, che vede stingersi sempre più i colori, che vede mischiarsi in una macchia indistinta rocce, onde, boscaglie, casupole di legno. E il vento, sempre più vigoroso, mescola i colori, contorce la costa, alza il mare, fa volare la terra, disegna e ridisegna le spiagge. Confonde le persone, le frastorna in un vortice di percezioni che non si disgiungono più. Non si riesce più a capire dove finisce l’occhio e inizia la mente. Dove finisce il muro e inizia il quadro. Dove s’interrompe la scogliera e inizia il mare. Non si capisce neppure più se finisce il mare. Si ha la netta sensazione di far parte del quadro. Di essere stati disegnati da un pittore fiammingo stanco di tulipani e prati verdi.
E attratto dal fuoco. E sedotto dai ghiacciai. Qui il ghiaccio ribolle senza sciogliersi. Qui le vene s’intrecciano inestricabilmente coi rami e le radici. I piedi s’incollano al suolo che a sua volta si stacca dall’universo. Qui lo sguardo è ricacciato via dal furore dei venti, custodi di una bellezza suprema. Di una magnificenza che non è dato apprezzare se non per qualche istante, breve. Un’occhiata fugace. Tra una frustrata di acqua e uno schiaffo di vento. Uno sguardo lanciato con la coda dell’occhio. Uno sguardo a sinistra verso quell’isola temporanea e precaria. Soggetta alle maree e alle lusinghe delle sirene. E un altro sguardo a destra verso quella spiaggia rossiccia. Immensa, imponente, inospitale, inaccessibile. E, forse, per tutto questo suggestiva. Suggestione. E’ forse questo il termine che meglio di altri spiega la situazione. Uno si trova davanti ad un miracolo della natura. Sa di essere di fronte ad un’avvenenza irresistibile. E’ consapevole di stare ad un passo dal catturare in una foto un paesaggio sublime. E’ ansioso di assaporare ogni angolo, ogni cantuccio, ogni visuale di questo posto magico. E invece tutto questo è reso impossibile dalle intemperie. Dalle forze invincibili della natura che in uno scatto di possessività si ribella alla condivisione di questo tesoro con l’uomo. L’uomo che distrugge ogni giorno la natura. Che la violenta. Che la umilia. Quest’uomo non può pretendere di essere partecipe del più eccelso prodotto della natura. Quest’uomo non è degno di prendere parte alla festa, di essere partecipe dell’emozione, di condividerne la pienezza. Quest’uomo non può vivere nemmeno un momento in questo luogo. Non può pretendere di attraversare le soglie dell’inferno e del paradiso. Ma ci si può affacciare solo un attimo. Qui il paradiso e l’inferno sono un tuttuno. E forse l’unica possibilità che esista veramente un qualche paradiso è che questo sia intersecato ad un inferno che lo colori. E qui accade proprio questo: il paradiso sullo sfondo e pennellate d’inferno su e giù, da destra e da sinistra. Ma nonostante tutto non si rimane angosciati dal non potere guardare in faccia la luce, dal non potere fissare lo sguardo su quella testa rocciosa che portentosa spunta dalle acque, dal non potere accompagnare con una torsione del busto l’esplorazione della spiaggia circolare, dal non potere aprire le narici e ispirare la densità dell’aria, dal non poter sedersi e chiudere gli occhi per fermare quelle immagini per sempre. Quelle immagini resteranno invece per l’eternità confuse dentro il fortunato e impertinente osservatore. Confuse tra di loro. E confuse con tutto il resto che egli ha vissuto e che vivrà. Resta solo la sensazione di essere arrivato al capolinea e di non essere sceso dal tram per paura dell’abisso oltre le rotaie. Una paura fondata giacché il tram si chiamava desiderio.
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martedì 26 giugno 2007

Una giornata di sole

"
La vita è una gran cosa.
Lo dice la Leho,
Mia anziana parente e vicina di casa.

Lavorato sempre, mai preteso niente,
ha patito la fame e la miseria abbondante.
A parte la salute,
nessuna fortuna mai l'ha toccata mai.
Mai.

Eppure, se Dio le dicesse:
"Leho, torna laggiù, ti tocca tutto quello che ti è toccato fino ad ora"

Si illuminano gli occhi,
sorridono i pensieri nella mente
"Ci direi: Si Signore,
torno laggiù, uguale.
la vita è una gran cosa.
Mi basta aprire gli occhi su una giornata di sole
e tutto il resto io lo rifarei".
"

Marco Lindo Ferretti.

venerdì 22 giugno 2007

SCIENTIFIC TIME

Dear esconvueltos comme ca va?
Je peux voir con mucho gusto que el Coronel continues to produce sus fantastic short stories...
par contre messiesur le cavalier esta' desaparesido... comm maje?

You both are avise': le soussigne' big masters of cerimonies sera pronto on surretuuuuum screen...
4 the meantime I submit u cette pregunta:

What's the difference between a stoat and a weasel?

Si vous voulez la soluction haz clic on:

http://sconvolti.blogspot.com/

vos brone

martedì 19 giugno 2007

CADOPANNO SULL'OCEANO


CAPODANNO SULL’OCEANO

La nave ha attraversato le colonne ed è entrata nel Atlantico. Mancano poche ore all’anno nuovo e siamo tutti qui, in questo Salone delle Feste, talmente elegante che mi ricorda quei ristoranti di provincia creati apposta per i matrimoni. E’ arredato come una famosa piazza italiana di cui porta il nome, caratteristica e vanto di tutte le navi della Compagnia Armatrice. Cascate multicolori, ascensori di vetro, giochi di luci e qualche candelabro barocco di Silver-plate.

Usciamo dal Mediterraneo per un breve giretto, giusto per dire che abbiamo festeggiato il Capodanno sull’Oceano e ritorniamo.
Il cameriere del mio tavolo ci serve frettoloso e distratto e cerco di allontanare quel senso di scontento e di soffocamento andando fuori sul ponte di sinistra.

Nel nero assoluto noto dei punti luminosi avvicinarsi.
Ci raggiunge; è una bella nave di quelle antiche; una ciminiera, e tante lampadine fioche sui vari ponti che provengono da lumi di ottone e creano coni di luce gialla e insufficiente, regalandomi un effetto magnifico nella leggera nebbia che sale dal mare.
E’ talmente armoniosa ed elegante che mi dà l’impressione di essere parte naturale dell’ Atlantico.
Ocean Princess scritto in corsivo e con calligrafia infantile sulla fiancata. Niente nomi al neon e solo lo stemma dell’armatore. Ci raggiunge e ci sorpassa nel silenzio assoluto, quasi neanche notata dai croceristi, tutti presi dalle liturgie della serata; mangiare, ridere forte, criticare la cucina e tentare di toccare le cosce ben esposte delle vicine di tavola. Togliere la giacca dopo un quarto d’ora, esporre per bene l’ultimo tipo di Motorola. Menomale che almeno nessuno grida”Viva gli Sposi!” !



Sono in una sala ampia e illuminata da grandi lampadari fatti di giri concentrici di cristallo.
Non ci sono neon o faretti, giochi di luci e cascate colorate o ascensori di vetro, i saloni hanno i nomi dei grandi tenori e baritoni italiani e una orchestra suona discretamente ai piedi della maestosa scala di marmo della Ocean Princess.
E’ una musica jazz sui temi delle più famose canzoni americane. Improvvisazioni.
Mi accompagna una donna con un vestito arancione; ha un profondo decoltè e le spalle scoperte, mentre il vestito le copre appena gli avambracci e si chiude con dei nastrini che le scendono sui gomiti. Pochi centimetri scoperti poi dei lunghi guanti avorio che le fasciano le mani. Su di essi lei indossa degli splendidi gioielli luminosi, mentre il collier si appoggia sulla pelle nuda e ne illumina lo sguardo. Il vestito scende chiudendosi in vita con un’ alta fascia e poi si apre in una cascata fino a terra. Di tanto in tanto la punta delle scarpette di vernice fa capolino dalla campana della gonna.
Lei parla ma non mi arriva la voce, come non mi giungono le parole e le risate sommesse degli altri tanti commensali. Sono molti i tavoli, tutti tondi, da due, per gruppi e ad ognuno dame vestite come la mia guida ma di colori differenti che vanno dall’azzurro al bianco a tutte le sfumature di rosso, mentre gli uomini sono tutti uguali, ingessati in una rigida camicia bianca con un gilet e un abito scuro di taglio perfetto.
Nell’aria aleggia a mezz’altezza un gradevole profumo di tabacco e mi sembra di camminare in un film degli inizi ‘900 di cui non mi arriva il sonoro.
Al posto dei rumori e delle voci, solo la musica prodotta dall’orchestra e il rumore monotono e discreto che parte dalla pianta dei piedi, quello del motore e del movimento sull’acqua.
La pareti sono interamente rivestite di legni in differenti sfumature di giallo e attorno ai tavoli si muovono, come se danzassero, perfetti damerini completamente bianchi, con strette e corte giacche a doppio petto e quattro bottoni e con un tovagliolo cremisi sul braccio al quale appoggiano ampi vassoi d’argento contenenti creme e gelatine multicolori.
Ad ogni tavolo il flute per lo champagne e brocche di cristallo con mille sfaccettature che prendono luce dai lampadari centrali. Candelabri a quattro bracci con candele color panna al centro della tovaglia.

Accompagnato dalla mia guida arrivo al salone principale; è una sala da ballo con tavoli laterali e l’orchestra alla base della doppia scala di marmo. Una decina di elementi in tutto; piano, fiati, contrabbasso, percussioni e quattro giovanissime ragazze, vestite di piccole lame luminose, in piedi di fronte ai loro microfoni ad asta formati da tre cerchi; il primo per catturare la voce, il secondo per amplificarla, e tra questi e il terzo il nome dell’Armatore.

Costantemente qualcuno si alza, si avvicina ad una signora e la invita a ballare. Lei si appoggia al braccio e, come tutti, tentano di raggiungere il centro della sala dove ognuno li potrà ammirare. Poi si pongono uno di fronte all’altro, le mette una mando all’altezza del fianco e lei gira il braccio dietro le sue spalle. Si prendono per mano e cominciano a girare, su sé stessi e per un percorso che stabilisce la loro intimità e la loro passione.
Il grado di attrazione lo riesco a vedere da come lui le stringe la mano, e dalle dita che entrano tra quelle di lei, se le piega il braccio portando la mano sotto il suo mento, se parlano o meno. Se si mantengono nel loro posto, allora è una cosa privata, un dialogo intimo e già consumato più volte, mentre se la porta volteggiando per il salone, allora a lei girerà la testa e alla fine si appoggerà a lui stabilendo un contatto che poi il cavaliere, se è bravo, svilupperà nel corso della serata.
Qualche dama scende la scala di marmo lentamente nella segreta e, sempre delusa speranza che tutto il salone per un attimo –un solo istante- possa trasalire e rimanere estasiato ad ammirare la sua bellezza e la sua laboriosa acconciatura..
Come di consueto nessuno la nota.

Salgo al piano superiore ed esco sul ponte della passeggiata. Ancora tante coppiette. Lei affacciata alla balaustra, lui elegantemente appoggiato sul gomito. Prende il protasigarette d’oro e gliene offre una. Lei la infila in un lungo bocchino mentre lui galante le porge il fuoco, poi con uno scatto, le allontana la mano mentre stava fumando, la attrae a sé e la bacia. Lei oppone una resistenza puntando i pugni sul suo petto. Cederà e approfondiranno quel bacio più tardi nella suite di lui o nella cabina della ragazza.

Mi appoggio alla ringhiera all’altezza del raggio di luna. E’ una striscia geometrica e bianca
nell’ assoluto blu notte di quest’ Oceano straordinariamente calmo e complice.
Mi viene in mente quel giochetto che faccio d’estate sull’aliscafo. Vado sul ponte prendisole e guardo l’albero e il cielo. E ho la sensazione che stiamo fermi.
Adesso mi sembra che questo raggio luminoso eserciti sulla nave uno straordinario potere: fermare il tempo e arrestare il movimento. Mi basterebbe abbassare gli occhi verso la schiuma per riprendere il senso del nostro andare ma non lo faccio.
Rimango in estasi con la vibrazione lenta del motore che sale dai piedi e il suono lontano dell’orchestra, mentre per il resto continuo a trovarmi in un film muto.

Mezzanotte. Come gli altri scendo nel salone principale. Sono tutti in piedi. Il cavaliere è affianco alla sua dama e le pone una mano aperta dietro la schiena all’altezza dell’insellatura delle reni. Da quel punto lui può ascoltare i suoi pensieri, percepire la più piccola emozione e qualsiasi suo movimento. Anche una variazione del respiro la si può cogliere da quel luogo preciso del corpo di lei.




Il bravo presentatore con la giacca scintillante conta i minuti al rovescio.
“meno 2 meno 1 1935!!!!
Deliziose Signore e Cortesi Signori mi è gradito porgere a tutti Voi l’ augurio di un Buon Anno dalla Direzione della Ocean Princess Shipping Cruise!!!!”




La bella nave è ormai un punto lontano quando scendo nel salone delle feste, mentre già stanno facendo il conto alla rovescia.
“Meno 2 Meno 1 2007 tanti Auguri a tutti quanti! Evviva!!”

Si stappano le bottiglie , qualcuno mi viene a baciare, e poi è un’orchestra di cellulari che suonano e che messaggiano sui toni delle canzoni di successo.


Col. Douglas mortimer

mercoledì 6 giugno 2007

L'OMBELLICO DEL MONDO

L’ OMBELICO DEL MONDO

Tutto il mondo si mantiene in equilibrio su una sola città.
Tutta la città è amministrata da una sola casa.
Tutta la casa si compone di una sola camera.
Nella camera c’ è un solo uomo,
è ebreo, è kehlmita, è solo

.……e ride come un pazzo…….


Antica massima ebraica

martedì 22 maggio 2007

"Piccadilly" CIRCUS


Immagine tratta dall'Album Il circo di Darix Togni.

L’aria è bianca e piena di polvere. Il sole dell’ora meridiana ti acceca se non hai gli occhiali scuri.
Alle due di pomeriggio in piena estate nella provincia di Agrigento la vita si prende una lunga pausa prima di risvegliarsi nella semioscrurità della notte.

Nel niente e nella sabbia, si intravede muoversi per l’effetto della calura, il tendone circolare a strisce bianco e rosso.

CIRCUS

Lo spettacolo pomeridiano si deve tenere per forza la domenica e molte famiglie approfittano dello sconto e rinunciano a dormire. Quindi, vestiti a festa, coi pargoli lieti e le nonne al seguito, a gruppi seguono l’Uomo di Casa verso il circo.

Entra il presentatore-padrone. Bianco d’età, vestito come un damerino dell’ottocento con la tuba in testa e il frustino dei cavalli, introduce i suoi artisti alla maniera araba!!!
“Buon pomeriggio Signore e Signori benvenuti al più grande spettacolo. Tigri, leoni, cavalli ed elefanti, uomini e donne volanti, la donna cannone e i giocolieri….”
E per la gioia dei piccoli… i Pagliacci!
Per primi entrano i cavalli. Sollevano la polvere beige nella loro inutile corsa. Pensano che sarebbero stati meglio addirittura sotto i quranta gradi e il sole a picco, piuttosto che fare per due volte al giorno la figura dei coglioni a due a due e per giunta con le penne sulla testa. L’unica buona è la femmina quasi nuda che salta sulla groppa. Ogni volta che cade è un …piacere….
Poi elefanti e deodoranti e una tigre vecchia e piena di droga che non mangerebbe una bistecca, figurati un uomo vivo. Per poi sputarne anche i vestiti.
I bambini sulle ginocchia dei genitori non stanno fermi un attimo. Non importa che sudano, loro in questa domenica vedono che le favole alla fine, sono vere.
Esistono veramente gli animali fantastici delle giungle e delle savane e quello con la tuta e la frusta lunga lunga, sarà un parente di Sandokan? E poi come faranno a mandarsi i cerchi e i birilli e prenderli tutti?
Trombe e tamburi ritmici e i piatti delle bande dei paesi. Entrano i pagliacci.


Gli Angeli Volanti avranno trent’anni per uno. A stento finite le medie. Fidanzati da piccoli e prossimi al matrimonio, quando lui si deciderà…..
Salutano il pubblico e si appoggiano al loro ascensore. I bambini si chiedono come fanno a sollevarsi in cielo solo tenendo le mani su quella fune. Se lo domandano sempre, anche nello spettacolo pomeridiano.
Salgono lì e nessuno li sente. Tutti li vedono ma gli Angeli Volanti possono anche urlare.
E’ il loro posto più intimo.
Sono anni che fanno questo. Perfetti come una espressione algebrica con una unica soluzione.
Precisi come matematica o come il tempo esatto del minuto, sul quadrante dell’orologio.
Né un secondo più né uno meno.
Lui si appende a testa in giù lei gli affida i suoi trent’anni. Tutti i giorni. La domenica due volte.
Avete mai conosciuto un amore più grande?
Più perfetto o più bello?
E in quell’assoluto che conosce solo la verità, nell’intimità dei mille occhi su di loro lui le parla d’amore. Lo fa per amore e per rassicurarla. Sempre con lo stesso trasporto da anni senza sbagliare mai. La loro vita dipende dalla fiducia di lei e la sua fiducia dipende dalle parole e dalla passione di lui che non deve cedere mai.
Le racconta di fiammiferi che si accendono quando viene l’amore e poi tutti insieme una volta sola nella vita, quando per la prima volta la vedi e sai, lo sai! Che non te la scorderai mai più.
E quando si accendono tutti insieme tu hai l’immagine del punto esatto dove ti trovi nella tua vita.
Le parla dei polmoni quando soffi le parole d’amore e l’aria dentro diventa come la primavera nel mio giardino.
E dei seni riempiti di vita per il solo sguardo dell’uomo che passa.
ADESSO! !
E lei salta, le sue mani l’afferrano il pubblico applaude e i bambini succhiano il lecca lecca muovendosi frenetici sulle gambe di nonna (ci è andata apposta).
Salta come una geometria, un miracolo, la prova che Dio esiste e che il diavolo è, in fondo un incapace.
Lui le racconta del sole e la luna che si rincorrono da anni, lui insegue e lei scappa. Non fanno l’amore mai. Ma lui le corre dietro proprio perché quella non ci sta.
A volte è arrabbiato altre lei piccola, a volte bellissima. Ma non sempre.
Come le donne che possono far fermare la vita di un albero centenario solo toccandolo, lei può far salire il mare….
Poi il sole la prende, la luna. Succede una volta ogni mille anni. La terra diventa nera e gli umani rimangono tutti col naso per aria, fermi nel loro isterico movimento.
E guardano. E non capiscono. Non capiscono che nel loro letto succede esattamente questo, ogni tanto.
ADESSO! !
E lei salta. La sua scommessa-vita è vinta anche stavolta e il pubblico, sudato è in delirio.

E’ molto galante l’Angelo, non passa mai prima per una porta e al ristorante entra a vedere se l’ambiente è buono per lei. Un signore con la terza media.
Quindi quando decide di chiederla in moglie lo fa nel suo modo, da gentleman.
E lo fa nel posto più intimo al mondo. Sul trapezio, trafitto da mille sguardi di umani che gli danno coraggio, come una posizione scomoda, come gli spilli al sedere, o il peperoncino.
Ci mette l’anima e le dice parole bellissime tra un salto e un
ADESSO! !|
“Se tu volessi accettare la mia candidatura, io sarei il tuo accompagnatore e compagno, marito fedele e amante generoso e fantasioso e da anziano ti dedicherei, volentieri, tutti i restanti giorni della mia vi

La frase come la vita si spezza all’improvviso, a metà.
La tensione stavolta era troppa.
Temposbagliato.
Questa volta Dio era distratto.
Tempofinito.

CIRCUS

Ma se torniamo indietro nel tempo e la vediamo da un altro punto di vista

Hanno superato da un bel po’ la cinquantina e sono uomini normali nella loro vita borghese.
Uno alto e rotondetto, l’altro magro e basso e con pochissimi capelli a chierica. L’esatto contrario di Stanlio ed Ollio. Come lavoro fanno i pagliacci e col calore secco e feroce di quel pomeriggio siciliano preferiscono rimanere nell’ombra del telone a vedere quello che già sanno a memoria piuttosto che nel sudario che è il loro letto, sotto le lamiere del carrozzone.
Finito il loro spettacolo si trattengono ancora vestiti e guardano leoni e tigri, domatori e Donna Cannone, Angeli Volanti e giocolieri.
Sono vestiti come dei pagliacci, con le scarpe a sfilatino e la giacca che si alza dietro, con le lacrime finte e il cerone che si scioglie per il caldo e col sorriso rosso pittato sulle loro bocche brutte di barba mal fatta, di denti (pochi) gialli e di alito cattivo.

Osservano stanchi lo spettacolo scambiando qualche parola di tanto in tanto.
Poi rimangono perplessi al numero degli Angeli volanti. Non è come il solito.
Non si capisce cosa ma sta accadendo qualcosa di importante là su. Qualcosa di nuovo.

Il tempo di aprire e chiudere gli occhi.
Questo è il tempo che gli occorre per vedere che loro per aria non ci sono più.
Il tempo per capire che quello che doveva succedere, prima o poi, è successo.
E tu pensavi che mai….

“Sul sangue buttarono rena. Ed entraron di corsa i pagliacci!” *

Ridere, far ridere, ridere, ridere ridere. Ridere della morte, della paura.
Dello sgomento.
Lo sgomento silenzioso e assurdo che ha avvolto in un colore incolore tutto il circo. Pubblico, presentatore-padrone, bella in tutù, donna cannone e cavalli compresi. Tutti con gli occhi sugli Angeli ex-Volanti. Adesso tutti sui pagliacci.
Fanno tutto il numero velocissimo. Sembra il contrario della moviola o quegli effetti comici dei film, solo che non riescono a far ridere.
La velocità è data dall’affanno, dall’apnea del pianto che si è sciolto nel momento sbagliato. Dalla tosse umida di qualcosa di umido che esce dai polmoni ma che non è più pianto ma è il bel mare di Agrigento. Salato.
Fiumi e sudore freddo corrono per il cerone e il bianco e il rosso e creano delle maschere, finalmente buffe. Grottesche.
Ma il pubblico ride.
Forse pensa che quello di prima era un effetto spettacolare e il corto e il chiatto ristabiliscono finalmente il buonumore del

CIRCUS

L’applauso è fortissimo, libera! E’ finita. E’ scordata.

Il pomeriggio di un giorno come gli altri, la carovana si muove. Carri di lamiere e legno trainati dagli stessi cavalli che adesso non hanno le piume ma il pesante giogo delle case ambulati.
Partono le “villette” verdi con le tendine allegre alle finestre, le carrozze degli animali e quelle della tenda e degli attrezzi.
Vanno verso un’altra provincia agrigentina, lontana dal mare.
Qualche bambino coi calzoni corti, la fionda e le calze abbassate rimane seduto sul cumulo di carte, ruote di legno e pezzi di ferro arrugginito. Mangia il gelato al limone guarda lo spettacolo del circo che va via.
Domani si monta, dopodomani si prova e poi via. Uno spettacolo al giorno, due domenicali perché c’è la pomeridiana per le famiglie povere.

A cassetta della loro strana dimora, due uomini che hanno passato la cinquantina, non hanno nessuna voglia di ridere e nemmeno di parlare.
Guidano i cavalli che già sanno dove devono andare e che in fondo sono più contenti di questa loro occupazione.
Guardano avanti e forse, pensano alla loro vita. Quindi hanno paura di guardare avanti e si volgono verso dietro.
Questo il pubblico non lo deve sapere.
Ridano gli altri perché Ridere li facciamo noi.
Ridano pure di noi. Ridano adesso per noi.



Col. Douglas Mortimer
Vinicio.

domenica 13 maggio 2007

IL GORGO

IL GORGO.


Nostro padre si decise per il gorgo e, in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii che avevo nove anni ed ero l'ultimo.
In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra di Abissinia, quando nostra sorella, penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ne capiva niente, chiamammo il mendico di Morazznao e anche lui non ne conosceva il male, venne quello di Faesoglio e tutt'e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza.
Deperivamo anche noi accanto a lei e la sua febbre ci scaldava come un bracere quando ci chianvamo su di lei per cercar di capire a che punto era.
Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via, ma lei durava, solo più grossa un dito e lamentandosi sempre come un agnello.
Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio del quale non ricevevamo più posta.
Tutte le mattine, correvo in canonica a farmi dire dal parroco che cosa c'era sulla prima pagina del giornale e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi Mori le più grandi battaglie.
Cominciammo a recitare il Rosario anche per lui, tutte le sere con la testa tra le mani.

Uno di quei giorni, nostro padre, si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: scendo fino al Belbo a voltare quelle fascine che m'hanno preso la pioggia.
Non so come, ma io capii a volo, che andava a finirsi nell'acqua.
Mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione, nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo, come se fosse il primo dei suoi figli. Eppure non diedi l'allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me.

Gli uscii che, lui, pigliato il forcone cominciava a scendere dall'aia.
Mi misi per il suo sentiero ma mi staccava al solo camminare e così dovetti buttarmi ad una mezza corsa.
Mi sentì, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa con una voce rauca ma di scarso comando.
Non gli ubbidii.
Allora, venti passi più sotto, mi ripetè di tornrmene su, ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli più grandi quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa. Mi spaventò ma non mi fermai.
Lui si lascò raggingere e, quando mi sentì al suo fianco, con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbattè tre passi su.
Mi rialzai e di nuovo dietro.
Ma adesso ero più sicurto che ce l'avrei fatta ad impedirlgielo.
Mi venne da urlare verso casa ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lì intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: "Voi, per carità, parlate a mio padre, ditegli qualcosa", ma non vedevo una testa d'uomo in tutta la conca.
Eravamo quasi in piano dove si sentiva già chiara, l'acqua di Belbo correre tra le canne.
A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo, come si fa con le bestie feroci.
Non posso dire che faccia avesse, perchè guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto e, soprattutto perchè non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo.

Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle di un serpente.
Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo,e allora allargai il petto per urlare. in quell'attimo lui ficcò il forcone dentro nella prima fascina.
Le voltò tutte, ma con una lentezza infinta, come se sognasse.

E quando le ebbe voltate tutte, tirò un sospiro tale che si allungò di un palmo, poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da in festa, con una sbronza fina.

Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi di un passo.
E mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone e ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica,
Tra i due nervi che abbiamo dietro al collo.


B. Fenoglio.

mercoledì 9 maggio 2007

si comunica (o più che altro scomunica) alla signorina vostra
che l'isola ha ripreso ha funzionare per la predicazione della
religione della sconvolgenza.
per info cliccami

sabato 28 aprile 2007

Gueules Noires

Gueules Noires
Autrice: Monica Ferretti
Editore: Nonsoloparole
RISCRITTURA ED ADATTAMENTO TEATRALE: Col Douglas Mortimer
I scena: Domenica 27.05 ore 21.00 Ass. Culturale Tiriciclo Piano di Sorrento
II scena: 20 Luglio parco giochi Piano di Sorrento via delle rose ore 21
III scena: 23 ottobre Teatro Mio Vico Equense ore 21
IV scena: CPS omunità Promozione e svuluppo via S. Vincenzo 16 Castellammare ore 21


8 agosto 1956, ore 8 del mattino:

Testuale:
“Quando è successo avevo appena caricato i vagoni,. Avevo fatto due cariche, come mi era stato detto, dopo mi sono spostato per spostare un vagone di ferro mentre l’altro amico che è rimasto con me è rimasto là. Se ha avuto una telefonata io non lo so.
Quando sono tornato ho trovato l’ascensore là e ho chiesto: Posso caricarlo l’ascensore? E lui mi ha detto; si, lavora. Perché lui era incaricato più di me, perché lui parlava bene il francese e io no. Poi lui se n’è andato al telefono.
Nello stesso tempo che lui era al telefono ho cominciato a caricare, appena ho messo il vagone dentro che non è andato regolare, l’ascensore è partito ed è rimasto incastrato.
Un attimo dopo ho visto che scendeva fumo, fiamme e scintille…
Sono scappato subito dalla parte dell’altro ascensore, nello stesso tempo il mio amico che lavorava con me è scappato dietro i vagoni vuoti. Io mi sono diretto alla porta per andare all’altro ascensore per dare l’allarme e avere l’opportunità di salvarmi….Io, gli altri….
Quando sono arrivato all’altro pozzo ho suonato per avere l’altro ascensore ma non me lo davano perché era occupato. E mentre aspettavo ho visto il fumo venire verso di me e ho pensato che l’affare era triste…. Avevo chiuso le porte perché sono fatte per non far passare l’aria, ma il fumo è passato lo stesso sotto di loro.
Ho dovuto aspettare che l’ascensore facesse due viaggi prima che si fermasse. Dentro c’erano due meccanici che venivano a lavorare dove ero io. Ho detto: restate dentro l’ascensore che dobbiamo rimontare perché qua è triste. E anche loro hanno visto che da dentro veniva il fumo e anche loro hanno avuto paura. …
Sono salito e siamo dovuti scendere prima a 1.035… quando siamo arrivati prima ancora che l’ascensore si fermasse abbiamo detto agli altri uomini: non caricate la gabbia che siamo in pericolo.. anzi cercate di liberarla per salire il personale se possibile così tutti restano salvi.---
Poi siamo rimontati. .-.”

Antonio Iannetta, operaio italiano, minatore ha cominciato il suo turno verso le ore 7 la mattina dell’8 agosto.
E’ uno dei tanti emigranti che l’Italia scambia con carbone. In Belgio nessuno vuole scendere a lavorare alla Mina, e quindi il Governo ha stabilito accordi commerciali con i vari paesi più poveri dove abbonda la disoccupazione e da dove sta iniziando una particolare migrazione interna. Dalle campagne alla città, alla fabbrica, inseguendo il sogno di un impiego meno faticoso, di un guadagno più alto, di condizioni di vita più umane.
50.000 operai doveva fornire l’Italia, in cambio avrebbe ricevuto 2.500 tonnellate di carbone ogni mille minatori inviati.
Questo accordo si chiama Protocollo d’Intesa italo-belga ed entra in funzione nel 1946.
Ed è così che sui sagrati delle piazze dei più lontani paesi, da Bolzano a Trapani, vengono affissi manifesti che raccontano della possibilità di farsi una piccola fortuna andando qualche anno a lavorare in miniera e tornando poi in paese finalmente benestanti.
E tanti partono nella speranza di ritornare di lì a qualche anno, portandosi dietro qualche soldo e prendere in gestione il bar della piazza.
Sarebbero stati raccolti in caserme per passare le visite mediche e poi spediti in treno alle varie destinazioni.


L’accordo prevedeva anche le mansioni degli operai italiani; ad essi sarebbero stati affidati i lavori di fondo, ovvero quelli che si svolgevano a maggiore profondità nel sottosuolo e che esponevano i minatori a rischi più elevati.
Il contratto aveva una durata minima obbligatoria di un anno, anche se generalmente la media era di cinque ed il permesso di soggiorno era legato a quello di lavoro. Quest’ultimo era contrassegnato per tutta la durata del contratto dalla lettera B. Questo significava che il possessore del documento non poteva essere impegnato che in miniera.
Diventava così praticamente impossibile cambiare mestiere per anni e anche tornare a casa non era facile.
Naturalmente vi erano coloro che avrebbero preferito rinunziare ad un lavoro tanto duro e pericoloso prima della fine del contratto, ma esistevano metodi piuttosto convincenti per frenare le defezioni:

Nel 1948/49 quando venivano qui gli immigrati andavano alla mina, scendevano un giorno o due e, vedendo quanto brutto era il lavoro, rimontavano e chiedevano di non scendere più. Ma non potevano ritornare in Italia: li prendevano (10,15,20 minatori alla volta) e li portavano a Bruxelles, come in un campo di concentramento.
Era una casa dove ti facevano stare 28 giorni, dopo venivano a chiederti hai deciso quello che vuoi fare? E uno si diceva: torno in Italia a fare che?Non ho lavoro, non ho niente… e molta gente tornava in miniera. Hai capito? Ti tenevano un mese in prigione per costringerti a lavorare.

Quando dalla Sicilia, dalla Calabria, dagli Abruzzi o anche dal Veneto, un emigrante partiva, portava con sé il vestito che aveva indosso e poche altre cose. Questo lo faceva essere in balìa delle organizzazioni del lavoro. Se non rimaneva con loro non poteva neanche avere da mangiare.
In Belgio venivano trasferiti in massa al Petit Chateau, un vero e proprio campo di concentramento.

Negli anni ’40 e ’50 coloro che attendevano lì per poter tornare a casa –ufficialmente i tempi di attesa erano collegati alla necessità di raggiungere il numero sufficiente di uomini per giustificare un treno-, non restavano inattivi, dovevano guadagnarsi il loro mantenimento. Pertanto venivano impiegati nella realizzazione di opere pubbliche in città. L’unico salario percepito in cambio del lavoro era costituito dal vitto e dall’alloggio forzato al petit Chateau.




8 Agosto 1956 mattino presto.
Intorno alle sette, dai pozzi di Bois du Cazier cominciano a risalire gli uomini del turno di notte e a scendere quelli del turno del mattino.
Alle otto sono tutti ai loro posti:

1 addetto alle pompe a 170 metri.
27 minatori a 715/765 metri
89 a 835/907 metri
149 a 975/1035 metri
9 a 1100 metri.

Più una trentina di cavalli adibiti al trasporto del vagoncini e distribuiti sui vari livelli.
Il lavoro inizia normalmente e niente fa presagire ciò che accadrà tra poco. Le gabbie degli ascensori salgono e scendono, i martelli pneumatici frantumano le pareti delle taglie, il carbone viene caricato sui vagoncini gli zoccoli dei cavalli rimbombano sotto i soffitti delle gallerie….



Arrivavano in treni su vagoni di terza classe dopo aver viaggiato per giorni 8 per scompartimento e su panche di legno.
Questi prigionieri in vacanza, una volta giunti alla loro destinazione finale, trovavano alloggio nelle cantine o mense dei minatori, spesso gestite da emigranti come loro. Lì cominciavano a indebitarsi per pagarsi il posto letto che comprendeva: un materasso (usato) le coperte e le lenzuola (usate pure quelle) e gli attrezzi per la miniera (una pala, un piccone, un’accetta, un casco di protezione, il contenitore per il caffè). Una volta pagati i debiti, tolto il denaro necessario per assicurarsi il vitto e il posto letto, cercavano di risparmiare il più possibile per offrire il viaggio alla famiglia.
Infatti chi aveva con sé la moglie ed i figli poteva usufruire degli alloggi alle Coron.
Le abitazioni alle Coron avevano una forma semicilindirca, la cui parte curva, tetto e pareti laterali, era in lamiera, mentre le due estremità erano chiuse da muri di mattoni nei quali si aprivano porte e finestre.
Non è difficile immaginare le condizioni di vita all’interno, il caldo torrido quando il sole arroventava la lamiera del tetto e il gelo che nessuna stufa riusciva del tutto a combattere quando, in inverno la temperatura scendeva sotto lo zero.
Le Coron erano spesso luoghi separati dalle città e dai paesi abitati dalla popolazione locale e si trasformavano facilmente in ghetti chiusi, i contatti con l’esterno ridotti al minimo indispensabile.

Quando siamo venuti qua era triste, dicevano, -spaghetti, macaoni, rubate nelle nostre case…-

Naturalmente c’erano anche i Consolati e le Associazioni Sindacali.

Si andava al Consolato e bisognava fare la coda come cani Quando sono arrivato nel ’48 dovevo rinnovare la carta d’identità ogni sei mesi e mi costava 150 franchi, io ne guadagnavo 152…

C’era un’assistente italiana tra i caporali, gente fetente, quando ci hanno dato la colazione si è persino fatta pagare il tè.

Le visite mediche non si facevano solo prima di scendere in miniera, dovevamo subirle una volta all’anno.
Se non eri più idoneo il centro medicale ti poteva anche fermare e dire: -lei domani non scende più-.
Però ti fermavano solo due o tre mesi prima di morire… fino a che non eri pieno fino a qui di polvere…

Data la situazione la famiglia diventava il punto di riferimento primario per questi uomini., risparmiavano tutto quello che avevano per farsi raggiungere il più presto possibile … ricreando uno spicchio del proprio paese natale in una terra straniera e rendendo possibile la sopravvivenza delle proprie tradizioni e della propria cultura.




8 Agosto 1956 mattino presto.
Al livello 975 cominciano ad arrivare dalle taglie i carrelli pieni, alle gabbie vi sono due minatori: Antonio Iannetta e Gaston Vausort, belga. Iannetta parla poco il francese, è arrivato da pochi mesi, perciò è Vausront che risponde al telefono e riceve le direttive dalla superficie. In questo caso gli viene detto che “al giorno” stanno già lavorando con un altro livello, quindi le gabbie che si dovessero fermare a 975 metri non devono essere riempite.
cronologia
Dalla superficie arriva l’ordine di non caricare la gabbia. Vasrount avvisa il collega Iannetta che non obbedisce o forse non capisce. La sua padronanza del francese è molto limitata, forse scambia quel “Non caricare” con qualcosa come “Sbrigati a caricare”. Forse non si dà nemmeno la pena di cercare di decifrare quello che gli viene detto, è talmente abituato a sentirsi dire di lavorare più in fretta, da dare per scontato che le parole del collega sono un’ennesima sollecitazione. Forse, indipendentemente da quanto gli viene detto fa di testa sua, cerca di portarsi avanti col lavoro, lo fanno in molti là sotto.



La miniera è una città sotterranea che si esprime in verticale in modo del tutto speculare ad una città fatta di grattacieli. I pozzi scendono in profondità per centinaia e centinaia di metri, intersecati alle varie quote da gallerie che si inoltrano nel terreno per chilometri. L’attività è continua, si lavora 24 ore su 24 suddivisi in turni.. C’è un gran via vai di ascensori che portano su e giù il personale e i vagoncini, sia quelli pieni di minerale sia quelli vuoti da caricare.
La miniera è un luogo rumoroso, il carbone viene frantumato con i martelli pneumatici ed il loro frastuono si trasmette di galleria in galleria, sommandosi al suono degli zoccoli dei cavalli sulla roccia, allo sferragliare dei carrelli e delle gabbie, alle voci degli uomini, alle bestemmie. …

Benché fatta di roccia viva non è nemmeno un luogo stabile. E’ soggetta a crolli, frane, esplosioni ed all’azione dell’acqua. …


12 Dicembre 1958 in un’altra miniera:
I nuovi piani della miniera non portavano al pozzo chiuso cent’anni prima e in questo frangente di tempo il pozzo si era riempito d’acqua, era da giorni che si lavorava nell’acqua.
In quel tratto della taglia, solo in quel tratto, usciva acqua dal carbone, cioè di lato, dal tetto dal pavimento.
Quel giorno, il 12 dicembre del ’58 un mio collega siciliano che si chiamava Pasquale, mi ha detto: Che ora è?
E io che avevo l’orologio dentro un barattolino perché non si riempisse di polvere gli ho risposto: le undici meno venti. Aveva venti minuti di vita quel poveraccio.
Alle undici precise ci fu un’esplosione, si è allagato tutto. Pasquale è morto perché l’esplosione l’ha preso….

Questo tipo di incidente è molto comune nelle miniere, una sacca di grisou, infiltrazioni d’acqua, vecchie armature di sostegno che possono cedere all’improvviso. I corpi dei minatori si trasformano in mappe viventi che narrano ognuna di questi avvenimenti: ossa fratturate, dita mancanti e, naturalmente cicatrici di ogni sorta. Spiccano sulla pelle come geroglifici indelebili di una lingua morta.

Quando tornavo dalla miniera e prendevo il tram, anche dopo essermi lavato, spesso nella zona degli occhi il nero rimaneva e le donne, vedendomi così si alzavano e se ne andavano… stavano in piedi piuttosto che sedersi vicino ad un minatore.


Parlando di cavalli e vagoncini, si può avere un’idea errata anche degli spazi, ritenendoli più vasti di quanto in realtà non siano. Se è vero che le gallerie principali sono abbastanza ampie –circa tre metri di larghezza per due metri d’altezza-, i cunicoli che portano alle taglie (i punti d’estrazione vera e propria) sono molto più angusti. Le taglie, poi, seguono l’altezza delle vene di carbone e queste vanno dai trenta centimetri al metro e venti. La taglia può distare dal pozzo principale anche dieci chilometri ed essere lunga qualche centinaio di metri. Lì lavorano tra i venti e i trenta uomini, un enorme utero affollato di feti dai volti anneriti.

Quando si lavorava nelle vene più basse, si doveva scegliere se entrare a pancia in giù o, al contrario, con la faccia rivolta verso l’alto. Una volta deciso era impossibile cambiare idea e dovevi rimanere in quella posizione per otto ore.

I minatori, quindi, non camminano, strisciano su gomiti e ginocchia. In questa posizione frantumano, spalano, trasportano carbone. Tutto questo mentre un vento instancabile li schiaffeggia incessantemente e scaglia sui loro volti, polvere, sassolini, detriti… Più è stretto il cunicolo più il vento sarà forte e fastidioso.
Il sistema di ventilazione, in funzione continuamente, deve essere molto potente per arrivare fino in fondo ai pozzi ed ai chilometri di gallerie da lì dipartono. Di conseguenza, il vento sotto terra non cessa mai.
Nelle taglie, lungo i cunicoli, per le gallerie, non era facile trovare un connazionale col quale scambiare qualche parola, anche perché, raggruppare gli uomini per paesi d’origine non era tra le priorità della Direzione della Mina.
Quindi per otto lunghe ore, il minatore si trovava a dover lavorare nella taglia completamente isolato senza capire neanche un segnale, l’avvertimento per un pericolo.
Ci volevano, infatti, almeno sei mesi per imparare, “… una parola al giorno”.

Era terribile sentir parlare e non comprendere una parola di quanto dicevano.. Vi fù chi si trovò davanti al pericolo e non potè evitarlo perché non capiva quelle grida che gli dicevano di fuggire dalla frana.




E’ a questo punto che succede qualcosa d imprevisto. Quando la gabbia dell’ascensore arriva al suo livello, Iannetta comincia a stiparvi dentro i vagoncini; uno di questi si incaglia e, mentre il minatore sta tentando di disincastrarlo, la gabbia parte all’improvviso ed il vagoncino, ancora sporgente, strappa tutto ciò che trova sul suo passaggio: cavi elettrici, fili del telefono, condotte dell’olio e persino le guide dello stesso ascensore. Saranno proprio le guide divelte a bloccarne la corsa. In pochi secondi tutto quello che era alloggiato all’interno del pozzo viene sradicato, le scintille causate dall’attrito del metallo sul metallo, entrando in contatto con l‘olio innescano l’incendio.
Cronologia:
Carica all’insaputa del macchinista che, quando il personale di superficie ha finito di scaricare i vagoncini giunti dal livello 765 (quello con cui stanno lavorando in quel momento), in perfetta buona fede, aziona l’argano facendo partire anche la gabbia ferma a 975 metri, con il suo carrello ancora incastrato, provocando il cassage.
Secondo la testimonianza di Iannetta, Vausront va al telefono mentre le operazioni di carico sono già cominciate. Forse dalla superficie si sono dimenticati di avvisare il livello 975 che la gabbia deve restare libera, forse se ne sono accorti solo dopo che Iannetta aziona la campana per far salire l’ascensore di un piano. A quel punto sono corsi al telefono e, non immaginando che un carrello fosse rimasto bloccato, hanno ordinato a Iannetta di interrompere il lavoro, riprendendo poi il lavoro che stavano svolgendo.


In ogni pozzo di estrazione vi sono due ascensori a più piani, comunemente detti gabbie. Funzionano con un sistema a bilanciere per cui, quando una gabbia sale, l’altra scende. Discesa e risalita sono gestite da un macchinista in superficie il cui compito consiste nell’azionare un potente argano a bobine al quale sono collegati entrambe gli ascensori.
Il macchinista non può sapere a che punto sono le operazioni di carico all’interno dei pozzi, senza un sistema di comunicazione il più possibile veloce e funzionale, e infatti il fondo comunica con il giorno attraverso un sistema di suonerie. Per chiamare un ascensore o per avvisare che questo è pronto per la risalita oppure per farlo risalire di un piano alla volta, fino a quando tutti i vani non saranno riempiti, il personale del pozzo usa queste campane secondo un codice prestabilito.

Quando al giorno, l’ascensore carico di carrelli vuoti viene fatto scendere al livello desiderato, l’addetto alle gabbie provvederà a sostituirli con quelli pieni di carbone che arrivano direttamente dalle taglie.
L’addetto alle gabbie provvede a far combaciare il piano dell’ascensore con la pavimentazione della galleria attraverso un equilibratore idraulico poi, spingendo all’interno il carrello pieno, quello vuoto esce automaticamente dall’altra parte.
Naturalmente un vagoncino può incastrarsi senza riuscire ad andare più né avanti né indietro. Sono contrattempi banali, succedono spesso e, in teoria, sono facili da sistemare. L’addetto alle gabbie non deve fare altro che rimuovere l’ostacolo e disincagliare il vagoncino prima di dare il via libera alla superficie per far rimontare la gabbia.


In questo caso, però, l’ascensore è partito all’improvviso, senza aspettare il via libera, senza dare a Iannetta il tempo di disincastrare il carrello.


Ipotesi, supposizioni, non vi è niente di certo su quel che accadde quel mattino. Grazie ad autorità che avevano troppa fretta di chiudere il caso ed a un processo che non ha fatto nessuna chiarezza.
Indagini approfondite avrebbero messo a nudo la totale mancanza di sistemi di sicurezza all’interno delle miniere, e condizioni disumane in cui i minatori erano costretti a lavorare ed avrebbero creato un pericoloso precedente, considerata la frequenza con cui gli incidenti si verificavano.
Ancora oggi i familiari delle vittime attendono una verità ufficiale che non è mai arrivata né dal Belgio né dall’Italia



Ore 8 del mattino.
Un attimo dopo ho visto che scendeva fumo, fiamme, scintille… Sono scappato dall’altra parte dell’altro ascensore nello stesso tempo il mio amico che lavorava con me è scappato dietro i vagoni vuoti…

Nelle gallerie si fa buio all’improvviso (si spengono le luci). L’incendio, alimentato dallo stesso carbone di cui è fatta la miniera infurierà senza trovare ostacoli. Le porte taglia-fuoco, essendo di legno (!!!) non potranno contrastarlo e il fuoco si diffonderà in pochissimo tempo al secondo pozzo –distante dal primo solo 27 metri – bloccando l’unico ascensore ancora in funzione.
Il fumo si propaga molto più velocemente delle fiamme e raggiunge anche i livelli non ancora interessati dall’incendio.
I minatori che raggiungono gli ascensori per tentare la risalita scoprono che entrambe i pozzi sono bloccati.
Un ascensore bloccato, l’altro irraggiungibile.
Chi prova a chiamare la superficie si trova tra le mani un telefono muto.
Ognuno cerca scampo come e dove può. I più cercano di ripararsi nelle gallerie più interne, incalzati dal fumo, dal calore, sempre più intenso, dai primi crolli.
Alcuni cominciano a correre di qua e di là in preda al panico, altri sono letteralmente bloccati dalla paura e non sono capaci di muoversi, altri ancora mantengono la calma e trovano un rifugio, anche precario, che li protegga temporaneamente dalle scintille e dalle frane.
Tutti sono comunque certi che i soccorsi non tarderanno ad arrivare.

Ed infatti le operazioni di soccorso sono già cominciate.
Al giorno si sono accorti che qualcosa non andava, qualcuno uscito pochi minuti prima dal fondo è andato ad avvertire la direzione proprio mentre si verifica l‘esplosione.

Testimonianza fuori testo:
Alle 7 circa del mattino sono sceso con il turno mattuttino fino al livello -850 metri.
Sono stato pregato dai miei compagni di riferire alla Direzione che avevano bisogno di più aria per respirare meglio (l’aria veniva pompata giù dalla superficie). Se sarei riuscito nell’intento mi sarebbero stati davvero grati, anzi mi avrebbero fatto un monumento.
Sono risalito quindi in superficie intorno alle 7.30.
Nella risalita ho avuto la sensazione che la gabbia dell’ascensore facesse attrito ogni tanto con qualche cosa provocando anche alcune scintille. Mi ricordai che qualche giorno prima anche altri minatori parlavano di questi attriti nella risalita della gabbia. Pensai non fosse una cosa normale che in una miniera ci fossero scintille….
Arrivato in superficie mi recai subito negli uffici della Direzione della miniera e ho esposto i problemi di quella mattina (più aria sotto in miniera e le scintille dell’ascensore). Sa quale fù la risposta che ottenni (soprattutto riferita al problema dell’ascensore): Stieltjes, impicciati degli affari tuoi!!! Le scintille saranno un semplice contatto tra la gabbia e le guide dell’ascensore che non influiranno minimamente sulla sicurezza!
Fu in quel momento (alle 8.10) che sentimmo una forte esplosione sotterranea e l’impressionante colonna di fumo che usciva dal pozzo 22…
Io da quel pozzo ci ero uscito circa mezz’ora prima…
A tragedia avvenuta come arrivò la notizia in superficie? Cosa successe nei minuti successivi alle 8.10?
Guardi, ci sono stati attimi di smarrimento. Minuti nei quali non si sa cosa fare, da dove in iniziare.
Si chiamarono i soccorsi… Arrivarono le ambulanze… Ma per fare cosa? Dove erano i feriti?
Dopo il primo smarrimento ricordo di essere andato via dagli uffici e poi dalla miniera.
Era successo una cosa spaventosa che sarebbe stata ricordata come la “tragedia mineraria di Marcinelle”.
Ho perso in un solo momento tutti i miei amici di lavoro e da allora vivo nel loro ricordo.

Sig. Stieltjes, responsabile delle comunicazioni tra i minatori e la direzione (interprete).



I pompieri mettono subito in funzione gli idranti per tentare di spegnere il fuoco dalla superficie e gli ingegneri stanno studiando il modo per scendere a fondo nella carboniera.
Si fa un primo tentativo di utilizzare il pozzo per l’entrata dell’aria ma è un lavoro lungo, ci vogliono ore per mettere in funzione un ascensore quando l’altro è bloccato.

Quando, finalmente una squadra composta da tre uomini può tentare la prima discesa, scopre di non poter andare oltre il 170 metri di profondità a causa dell’enorme calore che si sprigiona dall’interno del pozzo.
Si tenta un’altra possibilità. Poco più a Sud dei due pozzi in fiamme ve n’è un terzo ancora in costruzione; gli ingegneri, studiando le planimetrie della miniera hanno individuato una galleria in disuso che può essere usata da collegamento tra il nuovo pozzo e gli altri due. Nessuno sa che quella galleria è ostruita da un muro spesso un paio di metri – costruito, pare, per motivi di sicurezza-, e che l’unica via d’accesso è un passo d’uomo del diametro di circa 30 centimetri.
Impossibile passarvi, impossibile allargarla.

Ai cancelli si è andata ammassando una folla enorme, che attende notizie dei familiari intrappolati nelle gallerie del Cazier.
Sul piazzale della carboniera si accalcano giornalisti e fotografi, ma anche ambulanze della centrale di soccorso e anche un distaccamento dell’esercito, tutti pronti ad intervenire con la massima tempestività non appena si cominceranno ad estrarre i primi feriti.
Passeranno l’intera giornata oscillando tra paura e speranza, ma tenendo ancora ben lontana la disperazione.

Nel pomeriggio altri sei minatori usciranno vivi dalla bocca del Cazier, sommati a quelli risaliti subito dopo l‘incidente, a fine giornata si conteranno tredici superstiti in tutto.


Duecentosessantadue uomini (tra cui 7 ragazzi minorenni) sono ancora prigionieri all’interno della miniera.

In serata giungono al Bois de Cazier le più alte cariche dello stato belga, l’ambasciatore italiano e lo stesso re Baldovino. Saranno anche gli unici ai quali verrà confessata la verità: le speranze di trovare altri superstiti sono scarse se non addirittura nulle.
Intanto l’Italia che fa le prove generali di quello che sarà il boom economico e si prepara a consumare le sue prime “feriediagosto” , si blocca nelle salette dei bar, avanti ai televisori comperati dal gestore col sistema del “lungo respiro” sperimentando per la prima volta il dramma in “presa diretta”.

Il 9 agosto i tentativi di scendere ai livelli più bassi della miniera proseguono incessantemente.
L’incendio è scoppiato a circa 900 metri di profondità e fino ad ora non ha permesso alle squadre di soccorso di scendere oltre gli 835 metri.
Vengono battute palmo a palmo tutte le gallerie ma, a parte pochi superstiti trovati il giorno prima a quota 765, non vi è traccia di sopravvissuti. Vengono rinvenuti soltanto cadaveri, perlopiù uccisi dal fumo o dall’ossido di carbonio.
Quando finalmente viene raggiunto il livello 907, i soccorritori trovano la strada sbarrata dal calore ancora troppo intenso e dalle frane che continuano a susseguirsi e non possono proseguire.
10 agosto. Passano altre 24 ore. Frane, fumo e calore continuano a rallentare i soccorsi. Alle dieci di sera il livello 907 viene finalmente raggiunto e in parte esplorato. Ma l’unica notizia che i soccorritori portano in superficie è che l’aria in quel livello è respirabile.
Nei giorni successivi si recuperano soltanto cadaveri, non si fa alcun progresso sul fronte dell’esplorazione di quelle parti di miniera che ancora non sono state raggiunte.
13 agosto. In serata viene diffusa la notizia di altri 80 morti rinvenuti al livello 835.
Si arriva così al 17 agosto senza che un solo sopravvissuto venga ritrovato, eppure la direzione della carboniera continua a rilasciare comunicati rassicuranti.

Accanto alle autorità schierate in prima fila c’è l’intera popolazione della cittadina che, lasciati da parte i contrasti dovuti ad una spesso difficile convivenza, si stringe nel lutto. Quello, almeno è privo di nazionalità e ha lo stesso colore per tutti.

Le operazioni di soccorso non sono rese difficili soltanto dalle frane, dal grisou e dal fumo, ci sono i corpi di 30 cavalli e di un numero ancora imprecisato di minatori che si vanno decomponendo nelle gallerie. L’odore è intollerabile, alcuni vomitano nelle maschere dei respiratori senza tuttavia poterle togliere –il rischio di asfissia è tuttora altissimo-, e semi-incoscienti vengono riportati in superficie dai loro compagni. Il tempo di riprendersi e scendono nuovamente.

Il 22 agosto, nella notte, la squadra dell’ultimo soccorso trova finalmente un passaggio per il fondo della miniera. Quando gli uomini sbucano nella galleria, trovano soltanto silenzio. Non c’è il disordine di una fuga impazzita, non ci sono frane o crolli visibili, non c’è fuoco; solo la quiete immobile di un luogo abbandonato.

Da quel momento in poi non si parlerà di operazioni di soccorso ma di operazioni di recupero.
Man mano che i resti dei minatori vengono riportati al giorno dopo la terribile incombenza dell’identificazione, i parenti delle vittime lasciano i cancelli, la folla si assottiglia, gli ultimi giornalisti se ne vanno.
La Croce Rossa lo farà il 19 settembre,
Il 28 verrà ostruito il pozzo dell’aria nel tentativo di spegnere definitivamente l’incendio.
Il 17 dicembre il Cazier restituirà le sue ultime vittime, ma a quel punto di Marcinelle non si parla quasi più, queste notizie non sono altro che brevi trafiletti nelle pagine più interne di qualche quotidiano.


Lì sotto c’era un padre di famiglia che aveva due figli -14 e 18 anni-, loro facevano la scuola come ingegneri della mina. Lui ha detto ai suoi figli: “Venite con me perché ho parlato con l’ingegnere e mi ha dato il permesso di farvi scendere a vedere le vene del carbone”.
Quel giorno si era portato dietro i figli.

Il 22 agosto, nella notte, la squadra dell’ultimo soccorso trova finalmente un passaggio per il fondo della miniera. Quando gli uomini sbucano nella galleria, trovano soltanto silenzio.
Si procede lentamente, con attenzione fino a quando la squadra trova una porta taglia-fuoco chiusa sulla quale è stato inciso un messaggio;
“Fuggiamo davanti a fumo. Siamo una cinquantina e andiamo verso la taglia Quattro.
11.15
Gonet”

Gonet era il caposquadra padre di Willy e Michael . Quel girono, dopo essersi reso conto di quanto stava accadendo, aveva guidato i suoi uomini verso il punto che riteneva più sicuro, chiudendosi le porte taglia-fuoco alle spalle.
Queste, di legno, non sarebbero servite a molto contro l’incendio ma, pensava, avrebbero protetto i cunicoli più interni dal fumo.
I soccorritori si rianimano: se quegli uomini dopo più di tre ore dallo scoppio dell’incendio erano ancora vivi e se hanno trovato un luogo sicuro, potrebbero avercela fatta…
Si lanciano lungo la via indicata dal messaggio, nella speranza di cogliere un grido un lamento, un qualsiasi rumore che potesse indicar loro la presenza di sopravvissuti.
Dopo una cinquantina di metri la galleria fa una svolta e, poco più avanti, quasi inciampano in un gruppo compatto di minatori –e due ragazzini-, rannicchiati gli uni contro gli altri, quasi abbracciati tra di loro.
L’ossido di carbonio li ha uccisi pochi minuti dopo aver lasciato il loro ultimo messaggio, mentre ancora correvano in cerca di un rifugio.
Fulminati senza nemmeno rendersene conto.


E' stato un tempo il mondo
giovane e forte,
odorante di sangue fertile.
Rigoglioso di lotte, moltitudini,
splendeva, pretendeva molto.
Famiglie, donne incinte, sfregamenti, faccie, gambe, pance, braccia.
Dimora della carne, riserva di calore,
sapore familiare, odore.

E cavità di donna che
crea il mondo, veglia sul tempo lo protegge.
Contiene membro d'uomo che,
s'alza e spinge, insoddisfatto poi distrugge.


Il nostro mondo adesso è debole e vecchio,
puzza il sangue versato infetto.
Povertà mangànìma, malaventura,
concedi compassione ai figli tuoi.


Glorifichi la vita e
Gloria sia!
Glorifichi la vita e
Gloria è.

E' stato un tempo il mondo giovane, forte, sorride confidente il giovine guerriero, in una vecchia foto. tra le mani una treccia.
Ora, cranio rasato, celebra la sua prima sconfitta.

Prezioso,
il luogo, il tempo,
dovuto al Silenzio!
Qua. Ora.
Io taccio.

(CSI tratto dall'album: Noi non ci saremo)