lunedì 28 gennaio 2008

LA FAVOLAMAGICASETTE


LAFAVOLAMAGICASETTE

In un villaggio di un luogo imprecisato dell’Europa orientale e in un altrettanto imprecisato tempo, ma molti secoli sono ormai passati, il rabbino, essendosi fatto vecchio pensava alla sua sostituzione.
Fu così che si isolò nel bosco per sette giorni e altrettante notti aspettando che l’ispirazione venisse a visitarlo. Alla fine del periodo di meditazione tornò allo Shtelt tutto felice, correndo e agitando le braccia.
“Ho trovato la soluzione! Riunite tutta la comunità che ho qualcosa da dirvi!”
Quando tutta la cittadinanza fu adunata nella unica piazza, avanti alla Sinagoga, il Rabbi così si espresse:
“Cari amici, mi sto facendo vecchio e sarei felice di morire sapendo chi prenderà il mio posto.
Per diventare il capo di questo popolo bisogna essere saggi e per essere saggi bisogna avere la conoscenza.
Per avere la conoscenza non deve mancare la memoria e siccome la memoria, più è lunga e più genera conoscenza quindi saggezza, decido che chi di voi mi mostrerà di avere la memoria più remota sarà designato a divenire Rabbi e quindi capo di questo villaggio”. ?!
“Chiunque si potrà presentare a sostenere la prova”.

I poveri ebrei si battevano i pugni in testa, si tiravano i ricci e la barba andando alla ricerca di un fatto remoto da raccontare al loro capo-villaggio per dimostrare di essere degni della successione.
Alla fine, nel giorno stabilito, si presentarono alle porte della Sinagoga sei tra i più anziani –quindi saggi- provenienti dai villaggi vicini e un ragazzo.
Il Rabbi li guardò a lungo e alla fine disse loro: - Tornate tra sette giorni e raccontatemi la cosa più remota che vi ricordate. Poi tornerete tra sette altri giorni e mi direte perché è la più vecchia-.

Si sciolse l’assemblea e ognuno corse a riferire al suo rabbino (ogni villaggio ne possiede uno) e a chiedere consiglio. L’unico che non potè farlo fu il ragazzo. Già l’altro suo concorrente si era rivolto al Rabbi del suo Shtelt e si sa: su una materia lui si può esprimere una volta sola.
Tornò alla sua casetta nel bosco e si affacciò triste alla finestra.
“Mio Dio, in che guaio mi sono cacciato! E adesso cosa gli dico tra una settimana? Gli altri sono tutti più vecchi e inoltre hanno l’aiuto dei saggi dei loro villaggi. Ma, se non dico qualcosa finisco che, non solo non divento il governatore ma addirittura finirò per essere lo scemo del villaggio…”.
Proprio in quell’istante passò Shloyme, il pazzo e lo salutò: “Perché piangi Yulke? Che ti succede?” “Lasciami perdere Shloyme, manchi solo tu..”
Passarono i giorni. Nelle case si vedevano uomini anziani seguiti da altri uomini anziani passeggiare intorno al tavolo da pranzo massaggiandosi le barbe, poi sedevano e consultavano grandi libri. Un uomo dietro a uno scanno parlava loro ininterrottamente. Sette giorni e sette notti, senza mai fermarsi.
L’ultima notte Yulke era alla finestra come al solito e , come al solito passò allegro Shloyme, salutandolo. Ma questa volta aggiunse. Fammi entrare; tu sai che non si può negare l’opsitalità e la carità a un mendicante. Fammi entrare dammi pane, formaggio e vino. Quindi sedette e mangiò e soprattutto bevve. Poi finalmente parlò con il ragazzo che per sette giorni e sette notti non aveva né mangiato né dormito e neanche questa volta fece eccezione.
“I vecchi saggi andranno domani dal Rabbi e gli diranno qualcosa, tu gli darai questo foglietto ma solo se mi prometti che quando ti recherai per la seconda volta gli passerai questi altri due. Tu promettimi questo e io ti prometto che sarai tu il successore”.
E’ scemo, pensò Shloyme. Ma accettò; almeno porto qualcosa.


Il giorno successivo nella piazza della Sinagoga c’era tanta gente.
Arrivarono tutti e si allinearono avanti alla poltrona del Rabbi.
Il primo disse: “Mi ricordo del giorno in cui la mela fu tagliata dal ramo”.
Grandi mormorii di approvazione; ecco un ricordo remoto!
Il secondo anziano: “Ecco un racconto che risale assai indietro nel passato. Io mi ricordo del giorno in cui ciò accadde, come pure della candela che ardeva”.
Ooohhh! Tutti furono d’accordo che quella era una storia ancora più vecchia.
Il terzo: “Io mi ricordo del giorno in cui il frutto si mise a crescere per la prima volta. Infatti, in quel momento il frutto cominciava a prendere forma”.
OOOooohh! Ecco una storia ancora più antica.
Ma il quarto meravigliò tutti coi suoi ricordi. “Io mi ricordo il giorno in cui i semi dovevano essere messi nel frutto e mi ricordo il saggio che concepì il seme, e mi ricordo il gusto che aveva il frutto prima ancora che il gusto entrasse nel frutto”.
Tutti gli ebrei salutarono il nuovo Rabbi, girando in tondo e saltando sui due piedi e battendo le mani. Stavano per arrivare i paesani con gli strumenti musicali per fare festa quando
Il quinto –furbo disse-: “Io mi ricordo l’odore che aveva il frutto prima ancora che l’odore entrasse nel frutto”.
Nacque una disputa su chi dei due avesse il ricordo più remoto e, mentre si prendevano a capelli e si tiravano le barbe e i riccioli intervenne l’ultimo anziano.
Il vecchio rabino era stato per tutto il tempo immobile sorridendo compiaciuto della grande saggezza del suo popolo.
Sesto anziano: “Io mi ricordo dell’apparenza del frutto ancor prima che esso fosse visibile e ero ancora bambino”.
Ecco il nuovo rabbino!! Finalmente possiamo fare festa e mentre si preparavano i banchetti nella piazza e si iniziavano a suonare flauti fisarmoniche e violini…

Il ragazzo si avvicinò al capo-villaggio e gli prose un foglietto, poi timidamente si pose nell’angolo più nascosto della piazza.
Legge il foglio, si alza, solleva le mani. Il popolo tace.
Ecco l’ultimo ricordo: “Io mi ricordo di tutte queste cose e mi ricordo ugualmente della cosa che è il Nulla”.
Rimasero tutti a bocca aperta. Immobili. Fulminati.
Il più giovane, un ragazzo. Neanche lo avevano notato….

“E adesso tornate ai vostri villaggi, pensate bene, consultatevi coi vostri saggi.
Avete sette giorni e sette notti. Allo scadere del tempo mi direte il significato dei vostri ricordi”.
Si allontanarono tutti battendosi in testa e lamentandosi hoihoihoihoi e corsero dalle loro guide. Li vedremo per sette giorni e sette notti girare intorno al tavolo della cucina massaggiandosi la barba e strappandosi i ricci inseguiti da oscure figure con grandi libri in mano.

Shloyme si pose alla finestra in attesa di Yulke. Ma non apparve. Per sette notti invece la sua finestra si trasformava in uno schermo e in questo apparivano le immagini delle case del villaggio, famiglie con i loro disagi, la miseria, la povertà, le speranze e la malattia, i timori, le nascite, le morti. I fidanzamenti, i corteggiamenti, i matrimoni. Gli amori infelici. Insomma Shloyme per sette giorni e sette notti ebbe la visione del suo villaggio e dei patimenti del suo popolo. Adesso sapeva che cosa avrebbe fatto se fosse diventato Rabbi.
Un’ora prima dell’incontro, lo scemo apparve. Era allegro e volle pane formaggio e vino. Per 49 minuti (7x7) mangiò, bevve e rise da solo. Poi dette al ragazzo due foglietti e gli ricordò la promessa.
“Va bene ma dimmi una cosa. Come mai sei così allegro tu che sei il più povero, il più idiota, non hai una donna, non hai un amico “
“Ma io rido perché sono pazzo e poi non sarà sempre così. Le cose cambiano”.


Piazza, festa, banchetti musica e, soprattutto
Risposte.
Spiegazioni. Ecco la prima.

Primo anziano.
“Io ricordo il giorno in cui la mela fu tagliata dall’albero, ricordo il momento della mia nascita. Quando fu tagliato il cordone ombelicale”.
E si mise da parte sperando che gli altri non avessero spiegazioni. In quel caso avrebbe vinto lui.

Secondo anziano:
“La candela che ardeva era il bambino nel ventre di sua madre, poiché sta scritto nella Gemarà che nel momento in cui il bambino si trova nel ventre della madre una candela brilla sulla sua testa e lui sa tutto”.
Terzo anziano:
“Io ricordo il momento in cui il frutto si è messo a crescere. Ricordo il momento in cui le braccia e le gambe si sono formate nel grembo di mia madre”.
Quarto anziano:
“Io ricordo il momento in cui il seme doveva essere seminato, ricordo il momento del mio stesso concepimento”.
Quinto anziano:
“La saggezza creatrice del seme rappresenta il momento in cui il mio concepimento era solo un’idea”.
Ma il sesto disse:
“Il gusto anteriore al frutto è il ricordo dell’Essere. L’odore è lo Spirito, la visione è l’Anima.

E tutti salutarono in lui l’uomo saggio che li avrebbe guidati. Ma nel mezzo dei festeggiamenti il ragazzo si avvicinò al Rabbì e gli pose due biglietti dandogli istruzioni.
Fu così che per la seconda volta il vecchio si alzò allungò le braccia e stabilì il silenzo.
Le parole che il popolo udì furono queste.

“Il ragazzo ricorda il Nulla. Ricorda ciò che fu prima dell’Essere, prima dello Spirito, prima dell’Anima. Ricorda la Vita che aleggia sulla soglia dell’Eternità”.
Nella Gemerà è scritto. Il bambino nel ventre della mamma sa tutto e una candela brilla sulla sua testa. Quando nasce passa un Angelo, lo sfiora con le sue ali e immediatamente il bambino dimentica tutto. Passerà il resto della sua vita a ricordare.
In verità il più giovane di noi è quello che ha la memoria più remota perché più vicino al momento del suo concepimento. L’essere che ha memoria più antica è il bambino in fasce. Fin tanto che la sua memoria primordiale non sarà del tutto cancellata lui non potrà parlare. Nei suoi occhi leggiamo l’Infinito”.

Poi aprì il secondo biglietto e lesse ad alta voce:
“Io, Shloyme, sarò rabbino,
i sei anziani formeranno il mio Consiglio e,
poiché il numero della saggezza è sette
Yulke, lo scemo del villaggio, sarà il Primo Ministro”.

Favoletta ispirata alla tradizione ebraica raccolta ne Ben Zimet I racconti dello Yiddishland


Col. Douglas Mortimer

giovedì 24 gennaio 2008

RECENSIONE TRAIN DE VIE FILM

L’ OMBELICO DEL MONDO

Tutto il mondo si mantiene in equilibrio su una sola città.
Tutta la città è amministrata da una sola casa.
Tutta la casa si compone di una sola camera.
Nella camera c’ è un solo uomo,
è ebreo, è klezmita, è solo

.……e ride come un pazzo…….



Train de vie - Un treno per vivere

(Train de vie)
Un film di Radu Mihaileanu.
Con Agathe De La Fontaine, Lionel Abelanski, Rufus, Clément Harari, Marie José Nat, Bruno Abraham-Kremer, Michel Muller, Johan Leysen.
Genere Commedia,
colore
103 minuti.
Produzione Francia, Belgio, Romania, Germania 1998.

Anno 1941, Europa

Uno Shtelt, piccolissimo villaggio ebraico, dell'Europa centrale -romeno- quasi autarchico, retto da un Rabbi e sotto la guida spirituale di uno Schlomo, lo scemo il pazzo-del-villaggio, una figura tipica: “lo scemo del villaggio salverà il mondo”.
Dall’altra parte; la Grande Germania, un popolo improvvisamente impazzito, alla caccia dei “pericolosissimi Nemici della nazione” e sotto la guida di un certo Hitler, il pazzo del villaggio mondiale.

Stanno ormai per giungere.
Che fare?
Il matto ha un'idea: mettere insieme il denaro sufficiente per “costruire” un treno, travestirsi da nazisti e da deportati e tentare così di passare le linee.
Tutti gli abitanti dello shtelt prendono parte alla messa in scena: si comprano carrozze e locomotiva al mercato, si elegge comandante in capo, il saggio Mordechai (Rufus), si cuciono su misura le divise degli aguzzini.
L'impresa ha inizio tra consensi e dissensi (nasce persino un'agguerrita cellula comunista).
Si beffano i nazisti, si disorientano i partigiani, ci si incontra (sul piano umano) e ci si scontra (su quello musicale) con gli zingari.
Finché si giunge in una terra di nessuno. Ed è l'occasione per vivere, nonostante tutto
Ma sarà proprio così?

Film del romeno Mihaileanu, è una tragicommedia di viaggio sotto la triplice insegna dell'umorismo yiddish (condito di una grottesca ironia critica verso gli stessi ebrei, i tedeschi, i comunisti), di una sana energia narrativa e di un ritmo di trascinante allegria cui molto contribuisce Goran Bregovic, che attinge alla musica klezmer ebraica dell'Europa orientale.
Esilaranti intermezzi comici, struggenti incontri d'amore, attimi di esistenza purtroppo destinati a essere bruciati per sempre.
Mihaileanu gira un film che mescola ironia e profonda conoscenza della cultura ebraica, perché ha una musica travolgente e una dimensione poetica, incarnata in Schlomo (L. Abelanski), lo scemo del viaggio che funge da narratore.
L'inquadratura finale può essere la chiave di lettura a ritroso.


Dialoghi italiani di Moni Ovadia.
Premio Fipresci a Venezia 1998.
Premio del pubblico al Sundance Festival
David di Donatello per il film straniero.




Uno shtelt; LA CITTA’ DI KHELM
La città di Khelm in Polonia è nota da sempre per i suoi Khelmer Narunim, gli sciocchi che si credono saggi. – In tutta la Polonia soltanto la città di Khelm era dotata di un Gran Consiglio dei Grandi Saggi formato dai sette membri più anziani, più barbuti e più saggi della comunità.
Perché avessero più peso, le loro decisioni venivano prese solo al termine di sette giorni e sette notti di intensa riflessione, quando ciascuno dei sette saggi si metteva una mano sulla fronte e con l’altra si afferrava la barba, canticchiando una canzoncina khelmita”.

LA RICONCILIAZIONE:
“La vigilia di Yom Kippur (il giorno dell’espiazione) due dei maggiori saggi di Khelm, che si erano urtati qualche tempo prima, si incontrarono all’entrata della sinagoga.
-Eh si- disse il primo saggio – sono quasi due anni che ci siamo urtati per niente. Oggi è la vigilia di Yom Kippur, approfittiamone per riconciliarci-.
-Volentieri- rispose l’altro.
I due saggi si strinsero a lungo la mano e, come vuole la tradizione per questo periodo, formularono dei voti.
- Ti auguro felicità e salute-, disse il primo saggio.
- Anch’io ti auguro tutto ciò che tu mi auguri-, disse il secondo.
Improvvisamente furioso il primo saggio esclamò: Ecco, ricominci-“.

CHI E’ IL PADRONE DI CASA:
C’era una volta a Khelm, un saggio che aveva sposato una megera. La moglie si prendeva gioco di lui tutto il santo giorno.
Una volta che alcune sue amiche erano venute a trovarla ella volle dimostrare a loro fino a che punto dominasse suo marito.
-Shemil- urlò- vai sotto al tavolo!-
Senza una parola il saggio si accucciò e scivolò sotto al tavolo.
- E ora vieni fuori!- gli ordinò sua moglie.
- No! Mille volte no! Non esco! – replicò secco il saggio. –Vedrai chi comanda qui!!!-


Da Ben Zimet: I racconti dello Hiddishland.



Col. Douglas Mortimer

RECENSIONE; IL SOLE E LO STAGNO LIBRO



IL SOLE E LO STAGNO
di Vicenzo Aiello.
Editrice Con-Fine. www.con-fine.com
Pgg. 64
Prezzo Euro 7.70
Reperibilità: Libreria L’indice di Luigi de Rosa Piano di Sorrento

Dello stesso Autore: Il nervo dell’odio per la casa editrice www.centoautori.it


Un viaggio nella provincia atipica del Sud Italia. La Penisola Sorrentina.
Tonino e Ubaldo, con lavori precari, deisderosi di contatti e di incontri stimolanti sia dal punto di vista culturale che da quello sentimentale o -più semplicemente umano- sono in continuo movimento entro il perimetro (tutto sommato angusto) della città di Sorrento e dei comuni limitrofi. Si muovono in un costante stato si insoddisfazione tra centri parrocchiali e movimenti giovanili ed ecologisti che non hanno forza né voglia di provare a fermare la continua espansione per creare posti letto nel tentativo di far entrare nella propria struttura ricettiva il famoso pullman (50 posti) ed inserirsi così nel grande giro dei tour operator esteri che propongono pacchetti tutto compreso di basso costo e adeguato livello.

In questa provincia chi non appartiene alle famiglie di albergatori o di ristoratori ha una vita che comunque gravita intorno a questi grandi attrattori economici, ma da comprimario, come Tonino che con un diploma di scuola superiore e un buon livello culturale attende di finire di consumare il meglio dei suoi trent'anni tra circoli parrocchiali, movimenti pacifisti e ecologisti (che di movimento ne fanno assai poco) già sapendo che alla fine farà il cameriere in qualche ristorante per 500 Euro al mese.

L'immagine mentale durante la lettura, è una sorta di quadrato, disegnato da Vincenzo Aiello, dentro il quale si muove l'esistenza delusa e deludente e priva di ogni futuro ma anche dell'immaginazione del futuro, della voglia di rompere, di spaccare e di crearsi un domani migliore. Dentro questo quadrato Tonino e Ubaldo consumano la loro gioventù, incontrando sempre le stesse persone, rincorrendo le medesime ragazze, pubblicando articoli, pensieri, poesie e recensioni sui giornali locali, per poi ritrovarsi il sabato sera a decidere dove andare a mangiare la solita pizza o il panino accompagnato dalle immancabili patatine fritte e piene di grasso.
I ristoranti storici e le cucine giapponesi o le Nuovelle Cuisine sono per turisti facoltosi e non per loro!

Non si sfugge al quadrato della vita di questa provincia atipica. Tutto si consuma tra le splendide piazze e i bei viali alberati dove basta alzare lo sguardo e notare il terzo piano moderno su una palzzina liberty o dove basta che arriva novembre e tutti i camerieri si trasformano in operosi-operai impegnati nella trasformazione di verande in camere doppie con aria condizionata e nella costruzione di nuove verande che diventeranno l'anno dopo camere doppie con aria condizionata.

Vite oziosamente senza futuro, quelle dei privilegiati che vivono a Sorrento anziché a Scampia ma che in comune con Secondigliano hanno la negazione di un futuro dignitoso e anche allegro, fantasioso, originale, giovane e diverso.
L'apoteosi è l'incontro alla Solara, luogo di raduno estivo di avvocati e giornalisti che sono cresciuti insieme e che hanno ormai da parlare solo del nuovo Governo quando non delle giocate al Totocalcio Totogoal, Superenalotto Tototredici.
Mi è piaciuta molto questa lettura, scivola veloce e sei alla continua ricerca di una novità che cambi la vita ai protagonisti. Già lo sai;
Qui non cambierà mai niente perchè niente deve cambiare, perchè ogni cambiamento sconvolge un ordine perfetto..

Tutto questo viene fuori nel racconto e la delusione di Tonino e Ubaldo è -forse- anche la delusione di tutti noi, abitanti di queste zone consapevoli che, una volta usciti fuori dai nostri giardini non riusciremo a trovarci e ad inventare; a portare avanti qualcosa di nuovo che probabilmente è già nelle nostre menti ma che abbiamo una enorme prudenza a comunicare, forse perchè sappiamo che, tutto sommato, è inutile

A quando la continuazione di queste due vite?
Quando un altro libro che ci dia uno spiraglio, la speranza di un futuro diverso, una nuova ricchezza che possa ragguppare le forze e i sogni così gelosamente custoditi dentro di noi?
Che cosa sarà? Una storia, un'idea, la musica, che cosa riuscirà a risvegliare questa sonnecchiosa provincia da domenica-dopo-pranzo e a mettere in moto gli animi, le energie e la fantasia di Tonino, di Ubaldo, di Francesca, di Porzio, di Marco che si sposa in Australia, di Tonino che vuole andare via, del giovane giornalista, del ragazzo che è venuto qui da poco, del Prof di lettere, dell'esperto di vini che disegna le astronavi, di Raffaele che si inventa una associazione, di Michele e la bicicletta, di Gegè con la sua Vespa, del postino, della casalinga, della signora che affitta la camera ai turisti “per conoscere gente di altri posti”, della bionda col cane, del cantante di cover di successo..

IL SOLE E LO STAGNO ci dice dove stiamo. e questo dovrebbe essere già un buon motivo per muoverci da dove stiamo...



Col. Douglas Mortimer

venerdì 11 gennaio 2008

TECNOMARIO SUPERSTAR



Mario Scapece, detto TECNOMARIO SUPERSTAR, è il tuttofare più conosciuto di Squalliano paesino dell’hinterland (già incute paura eh sto termine?) napoletano. Dategli un giravite e lui girerà il mondo! Se gli date un punto d’appoggio poi non so che vi combina. Lui è uno di quei tipi che in casa fa tutto da solo. Non ha mai chiamato un idraulico, un elettricista e nemmeno un muratore. Lui crede che le Pagine Gialle siano una serie di polizieschi edita dalla Telecom. Gli si rompe un tubo? E mica si fa prendere dal panico! Apre la sua valigetta piena di aggeggi e in quattro e quattro otto ripara tutto l’impianto idraulico del quartiere. Gli si blocca la motocicletta? Niente panico. Grasso e chiavi inglesi e sistema tutto. Per lui nessun bullone è invincibile. Nessun meccanismo ha segreti. Nessun intrico di cavi elettrici è inaccessibile.


Mario conosce l’essenza di ogni ingranaggio, di ogni scatola nera, di ogni marchingegno creato dall’uomo. Sia ben chiaro: dall’uomo. Eh sì, Mario è un bravo ragazzo ma è un tantinello maschilista. Pensa che le donne debbano occuparsi solo di ricami e merletti e non possano capire niente di meccanica e roba simile. Egli crede che ciò sia semplicemente il frutto della composizione biologica del cervello. Gli uomini avrebbero un cervello a forma di motore di F430 spider con al centro un grande basamento contornato da pistoni efficientissimi legati ad un albero motore della più alta fattura. Le donne, per contro, avrebbero un cervelletto ricamato su una tela di seta cucita su un cervello più grande costituito da una borsa Prada taroccata. Non so se ci crede davvero, ma fatto sta che quello che dice è coerente con questa descrizione. Forse tutto è originato dalla sua infanzia passata quasi interamente coi nonni. Nonno Gino, falegname, non stava più nella pelle quando seppe che gli sarebbe nato un nipote maschio dopo ben diciannove nipoti femmina. Nonno Gino portava sempre il piccolo Mario nella sua bottega piena zeppa di attrezzi di ogni sorta. Mario poteva giocare con arnesi veri, mentre tutti gli altri bambini dovevano accontentarsi dei meno divertenti aggeggi plasticosi della Mattel. Non poche volte Mario tornava a casa con un labbro sanguinante, un occhio bendato o qualche dita in meno. Tanto che la mamma era solita inventariargliele sempre al suo ritorno dal lavoro. Tuttavia, Mario si divertiva come un matto e il nonno aveva trovato una seconda giovinezza. Nonna Carmela dal canto suo aveva messo in piedi una vera e propria scuola di cucito con le sue diciannove nipoti. La più brava era Carmelina, sorella di Mario, che riusciva a cucire anche ad occhi chiusi e con le mani legate. Mario era gelosissimo della sorella che veniva apprezzata molto di più per i suoi lavoretti. Carmelina, infatti, regalava spesso alla mamma fazzoletti decorati, tovaglie ricamate e lenzuola merlettate. Mario ci provava a competere, ma i suoi aggeggi sgangherati trovavano tutti destino nei cassonetti della spazzatura.


La sua prima “invenzione” fu la macchinetta automatica per il caffè. Era un congegno composto da un recipiente in cui si versava tutto il contenuto di una scatola di caffè da 250 grammi. Dall’altra parte c’erano due bottoni con su scritto “2” e “4” che andavano premuti a seconda di quante tazzine di caffè si volessero. La macchina prelevava automaticamente la quantità giusta di caffè e di acqua contenuta in un’altra scatoletta. Il risultato fu pessimo. Veniva fuori una sciacquatura di piatti che nemmeno un inglese di Manningtree avrebbe bevuto. Il “salvanonna” non ebbe riuscita migliore. Era una specie di collare che Mario fece indossare all’ignara nonnetta. Doveva servire per avvertire i parenti più stretti in caso di malore dell’anziana donna tramite SMS. Ma, caso volle che un difetto di fabbricazione facesse vibrare il collare con tutta la nonna ogni volta che questa si alzava, si sedeva o faceva un qualsiasi movimento brusco. Ci mancò poco che la vecchietta ci restasse secca. Allora Mario decise di mettersi a studiare seriamente. Dopo aver concluso la scuola serale per perito elettronico si iscrisse ad ingegneria meccanica. Dopo qualche lustro di fatiche, che quelle di Ercole a confronto furono passeggiate di salute, e qualche milioncino speso da CEPU riuscì a laurearsi col minimo dei voti. Lui dice sempre di essere un pratico e che i libri gli servono solo a sapere quelle poche cose che da solo non riesce ad intuire. Mi sono sempre chiesto come mai con una laurea in ingegneria e quella passione smodata per il costruire, il fabbricare, l’aggeggiare, il creare, il martellare, lo svitare, lo scartavetrare ecc. ecc. sia finito per fare il pasticcere. Ma quando ho visto le sue torte mezze storte o i suoi cornetti col buco a forma di cataclisma mi sono felicitato con l’umanità per lo scampato pericolo. Comunque, Mario continua come secondo lavoro a fare il tuttofare. Sul bigliettino da visita ha scritto
"Tecnomario di Mario Scapece – Ingegnere Pasticcere – Si eseguono lavori di idraulica, elettronica, impiantistica varia, falegnameria, ferramenteria e alta pasticceria".


Quasi tutte le famiglie del paese hanno usufruito dei servizi di Mario. Ricordo che mia zia lo chiamava spesso per farsi aggiustare l’antenna della televisione. Appena non si vedeva rete4 zia Filina, ammiratrice sfegatata di Emilio Fede, telefonava a Mario pregandolo di sistemarle repentinamente la faccenda. Mario si precipitava operoso con la sua valigetta piena di chincaglierie. Una volta mi trovai a casa di zia Filina mentre Mario era all’opera. Credo che impiegò un quarto d’ora per capire che il problema della televisione era che lo schermo era esploso per ragioni ignote. Io avanzai l’ipotesi che la causa potesse essere il lancio di oggetti a cui mia zia era dedita ogni qual volta apparisse in televisione una donnina poco vestita. Comprammo un televisore nuovo alla zia e la addestrammo a usare il telecomando per ogni evenienza. A casa mia, invece, Mario combinò un disastro apocalittico con l’impianto antennario. Il televisore era leggermente disturbato e Papà decise di dare una possibilità al buon Mario. Non l’avesse mai fatto. Se n’è pentito forse più del giorno in cui chiese alla prima moglie, poi fatta a fette, di sposarlo. Mario diede un’occhiata professionale al televisore, poi disse con tono enciclopedico “ho bisogno di operare sul luogo dell’antennamento ovvero, detto in termini non tecnici, ove l’antenna si loca”. Lo accompagnai sul terrazzo. Lavorò per quasi tre ore. Sudatissimo, scese a salutarci e a riferirci che era tutto sistemato. In effetti, la televisione funzionava a meraviglia … tranne per il fatto che rai2 non si vedeva più e canale5 si vedeva solo in bianco e nero. La sera, eravamo intenti a degustare il nostro brodino serale quando bussarono alla porta. Era la vecchina della porta di fronte che ci chiedeva se da noi si vedesse rai3. Era lunedì e lei non si perdeva mai una puntata dell’inquientantissimo “Chi l’ha visto?”. Siccome da noi rai3 si vedeva una meraviglia, come in ogni casa rossa, la vecchiaccia si autoinvitò a vedere il programma. Una volta tanto andai a letto a leggere un libro. Il giorno dopo ci chiamò l’amministratore chiedendoci se il nostro televisore avesse dei problemi. Mio padre attivava inconsciamente un tono lamentoso ogni volta che parlava con l’amministratore e gli relazionò dettagliatamente su tutti i difetti anche i più minuti del nostro televisore esortandolo a prendere, finalmente, adeguati provvedimenti … perché così non si può andare avanti! L’amministratore abituato a questa frase la prese come formula di commiato e cordialmente salutò. L’indomani fu convocata una assemblea condominiale straordinaria con ordine del giorno monosillabico: tv. Ogni condomino sviscerò i difetti del proprio impianto. La situazione più disperata era quella di don Saverio che appena si sintonizzava su radio Maria gli si accendeva la televisione sui canali satellitari porno. C’era Filippo il salumiere che invece aveva le immagini ribaltate; Santina la pazza che vedeva Mike Buongiorno coi boccoli verdi; ad Annunziata la sbattezzata le si erano fissate le immagini sulla messa della domenica; Gioacchino l’imbianchino non poteva più sintonizzarsi sul suo programma preferito, quello in cui Media Shopping reclamizza i rulli per dipingere senza sporcare. Quando si scoprì che la causa di tutto era stato il lavoro di Tecnomario i condomini chiesero i danni a mio padre, oltre a non rivolgergli più la parola giacché era ormai risaputo che il signor Scapece andava combinando un sacco di guai.


Il caro Mario durante la sua carriera di ingegnere pasticcione, come dice la gente, ne ha combinate davvero di cotte e di crude. Una tra quelle “cotte” che si ricorda in paese come l’avvenimento del secolo fu realizzata durante i festeggiamenti per la festa di San Michelazzo, protettore dei camorristi nonché patrono del paese. Il comitato organizzatore dei festeggiamenti esterni affidò l’incarico all’allora neolaureato ultratrentenne di occuparsi della sistemazione dell’impianto di illuminazione. La ditta fornitrice delle luci fu contattata dallo stesso Mario tramite il suo amico elettrauto Sasà o’morsetto (così chiamato sia per l’uso frequente dello strumento da parte del ragazzo che per il suo lo scarso sviluppo verticale). Mario diresse i lavori di installazione con risultati a dir poco spettacolari. Tanto per iniziare la scritta luminosa “Festa Patronale” era difettosa. Alcune lampadine rimaste spente lasciavano leggere un “Festa a nale” che risultava di cattivo gusto e quasi sacrilego. Le altre luminarie emanavano una luce tremolante tanto che i passanti si chiedevano se le luci fossero o meno volutamente intermittenti. Ma il disastro peggiore capitò durante la processione conclusiva dei festeggiamenti quando all’improvviso le lampadine presero a scoppiare ad una ad una come in un domino elettrico. Alcuni pali che reggevano le luminarie si spezzarono cadendo sui timorati e timorosi fedeli. Le fiaccole brandite dai devoti bruciarono i pali scatenando un terribile incendio che bruciò le preziose vesti settecentesche della statua del santo e quelle del sindaco, sempre in prima fila in questi eventi. Alcuni incolparono il sindaco stesso per aver ridotto i fondi per i festeggiamenti scatenando così le ire del santo patrono-boss.


Una volta presi un passaggio in moto da Mario. Lui è un fanatico di moto. Mi fece montare e mi iniziò a spiegare dettagliatamente tutti i pregi della sua fantastica CSK-250. Motore a 4 tempi, turbo-benzina, deflagratore calibrato, serbatoio in pelle di mulo afgano, cuscinetti zincati, pistoni pistolanti. Credo che mi disse anche quanti bulloni reggessero la sua moto, i nomi di ognuno di essi e le loro beghe familiari. Scesi dalla moto un po’ rincitrullito dalla lezione di meccanica e mi accomiatai con un gesto oscillante dell’avantreno … ops del braccio. Mario non riesce proprio a capire che i suoi discorsi così tecnici non solo non possono essere seguiti da tutti ma sono anche terribilmente noiosi. A me, per esempio, ogni volta che parlo con Mario mi si scatena un mal di testa incontenibile.


E’ impossibile passeggiare con Mario per più di due minuti senza incappare in qualcosa che non gli faccia iniziare un’interminabile disquisizione tecnica. Una volta eravamo al Parco della Cicerchia. Passeggiavamo immersi nella tranquillità del verde. Mi godevo attimi di silenzio, il vocio dei bambini, il volo casuale di stormi di uccelli, una leggera brezza, i riflessi di timidi raggi di sole sulle acque placide di un laghetto artificiale. Malauguratamente qualcosa attirò la sua attenzione nel laghetto. Si trattava di un’innocente vela guidata da una ragazza in muta. Io ero intento a godermi i sinuosi ondeggiamenti della ragazza che disegnava nell’acqua percorsi immaginari che seguivo ipnotizzato. Il romanticismo di quel quadro lento si infranse ben presto sotto il peso metallico della visione tecnica delle cose che ha Mario. Egli scruta le cose e ci penetra affondo. Le scompone immaginariamente e le esamina nella loro composizione materiale. Come se fosse un meccanico marxista, elimina ogni sovrastruttura mettendo a nudo la cruda realtà dell’esistente. Mi disse che quella ragazza aveva sbagliato la partenza. Il movimento per la partenza, cosiddetto della fisarmonica, doveva essere realizzato con una repentina flessione di 45 gradi del busto seguita immediatamente da una torsione in avanti inferta con un deciso colpo di reni. La biondina aveva sbagliato di almeno 10 gradi e la sua spinta era insufficiente a raggiungere una velocità congrua. La ragazza ignara dei commenti di Mario ondeggiava soavemente mentre io non riuscivo più a perdermi nella foschia della mia immaginazione che svaniva velocemente sotto lo sguardo clinico di Tecnomario. “La vela è del tipo a triangolo. E’ composta di vetroresina, materiale molto leggero e resistente allo stesso tempo. La tavola invece è abbastanza scadente. Trattasi di una banale tavola di resina adatta per principianti, ma non di certo per eseguire movimenti più complessi”. E’ incredibile di quante cose sia appassionato Mario. Ha mille passioni ma non ne esercita nessuna perché non ha i soldi sufficienti per farlo, a suo dire.


Un giorno ci trovammo a passare davanti una vetrina che esponeva telescopi di diversa grandezza. Vidi il suo sguardo illuminarsi. Si avvicinò alla vetrina con la bramosia di un bambino mentre scarta un regalo. “Sai ho una forte passione per l’astrologia”. E te pareva. Mi venne da pensare. Ma mi fece piacere notare che aveva detto di essere appassionato di astrologia e non di telescopi. Forse questa è la sua passione per qualcosa che non sia un aggeggio, pensai. Ben presto mi dovetti ricredere. Mario attaccò una lunga trattazione sulle caratteristiche tecniche di un telescopio, tanto che mi sembrò di parlare con un libretto di istruzioni.


“Devi sapere che la fondamentale caratteristica del telescopio è una maggiore capacità di raccolta della luce rispetto alla pupilla. Il telescopio è uno strumento che permette di amplificare il potere visivo aumentando la capacità di distinguere come separati due oggetti che abbiano una piccola separazione angolare. Esistono fondamentalmente due grandi famiglie di telescopi, a seconda che siano basati sulla rifrazione o sulla riflessione della luce. Nel primo caso vengono utilizzate delle lenti e si parla di telescopi rifrattori, nell'altro si usano degli specchi. Ovviamente esistono anche combinazioni delle due tipologie fondamentali, ovvero telescopi che sfruttano contemporaneamente sia la riflessione che la rifrazione e si dicono catadiottrici, rappresentati ad esempio dagli Schmidt, o dagli Schmidt-Cassegrain. L'elemento fondamentale e caratteristico di un telescopio è il suo obiettivo, che indica la capacità di raccolta della luce e di conseguenza le prestazioni ottiche che esso può raggiungere, anche in combinazione con altri elementi ottici quali gli oculari…”


Mi illustrò in modo particolareggiato la classificazione degli oculari in diotteri, pipotteri e chesoio. Mi illuminò sui materiali con cui vengono costruiti i tubi del telescopio. Mentre parlava io restavo in silenzio. Sempre più attonito e stordito mi chiedevo come facesse a non rendersi conto che a me non importasse un fico secco di sapere come è fatto un telescopio. Semmai mi interessava sapere le emozioni che si provano ad impugnarne uno scrutando il cielo stellato. La sensazione che si prova nel guardare da vicino una stella, una costellazione. Perdersi nel buio dell’infinito. Restare catturati da una flebile lucina proveniente da chissà quale galassia eternamente lontana.
Ieri Mario mi ha telefonato. Era alquanto deluso. Si era iscritto al concorso “tecnica, design, arte e talenti vari”, bandito dalla Regione per l’incentivazione dei sempre giovani talenti nostrani. Si era, ovviamente, iscritto alla sezione tecnica presentando la sua ultima invenzione: la macchina pela-arance. Durante la dimostrazione, però, qualcosa era andato storto. La macchina si è inceppata. L’arancia è rimasta metà incastrata nella macchina mentre l’altra metà usciva penzolante formando una specie di spirale. Fu squalificato seduta stante. Fato volle, però, che gli abbiano conferito il premio per la migliore opera di arte contemporanea. Sogh!



Br1

sabato 29 dicembre 2007

GIRO D'ITALIA

Una mattina di primavera
partii per bordighera
ma alla fine del mese
mi spostai a termini imerese
e incominciò così il mio viaggio lungo il bel paese.

E da quel momento… vageggio per viareggio... e cazzeggio per correggio e vado e vengo...e salò e scendei...e mi inerpico per serpico...me ne resto tra le lenzuola se mi trovo a fiorenzuola...ma se mi sposto a sovicille allor son tutte scintille... ad arzachena ballo la macarena… a cantagallo già mi spunta qualche callo...ad altopascio mi scompiscio... a quarrata mi vien da far una pisciata... a mondragone ho da far un cacatone... mi ubriaco se passo pe' subiaco... me ne vo contromano quando guido a calenzano... faccio un bel bagnone ogni volta che devio per pizzighetone… me ne sto seregno e muggiò muggiò mentre pascolo per orgosolo... assago una gorgonzola mentre scorrazzo per imola... mi fa male il canino quando sosto a portofino… e mi batte forte il cuore quando mi fermo a salsomaggiore… mi scolo un botticino di vino ogni volta che parcheggio a luino… e ci metto pure una scorzè di limone se capito a corleone

Ma un bel giorno… ad amantea conobbi una riccia… così alta che mi serviva la scalea… quando la vidi sentì uno squillace di tromba… quant’era bella!… aveva laterza, il naso di gesso e un cugino, cirò, molto noto, camminava di belpasso, aveva uno sguardo che gela… la madre faceva un sacco di capizzi… allora le dissi… patti chiari e concordia lunga… sennò mi prendono i nervi, lei le busca, si fa un gran chiasso, ti metto in un cantù e si finisce a carte bollate

…ma poi finì l’amore
mi dolse molto il crevalcore
le regalai anche delle tende
chissà quando me le rende?
e così ripresi il viaggio
da un albergo di casteggio

da quel dì… a camaiore passo sempre belle ore... invece a cogne incappo sempre e solo in rogne… chiamo gianni se mi trovo a chianni...ma preferisco lorenzana dove mi incontro con adriana... a matera ci passo solo quando è sera… a chivasso mi sconquasso… a montescaglioso faccio il dispettoso… a predappio mi vien voglia di mettere a qualcuno un cappio… divento capalbio, cavezzo e frontone se sto più di due minuti a gorgoglione… non vado mai ad orbetello dove mi sta antipatico anche il bidello… e nemmeno a gradisca d'isonzo dove conosco solo uno stronzo… evito venafro perché lì mi prude il mafro… e non parliamo di mulazzo dove ho passato una gran giornata del cazzo... ma per farmi passare il quarto me ne vado per pisciotta abbracciato alla cucinotta... se passo per pieccioli mi vien da prendere a calci i piccioli... mi vien da far un rutino e mi sento uno svampito se mi perdo per melito... mi sento un po’ ermafrodita se passeggio per pescosannita... rivive in me l'eroe dei due mondi a guardia sanframondi... a pietralcina mi sembra di stare in cina...e a puglianello mi riparo sotto un ombrello...ad arcidosso non so su chi star addosso... ma poi mi viene una gran fame che mangerei anche un bovino al deliceto nel miglior ristorante di san giovanni in persiceto… però così divento tanto grassano da non entrare più nemmeno a saviano… allora è meglio un capaccio di albanella… che mi fa venir la baricella… e allora prendo la medicina fatta con l’erba di palestrina

…che misero che sono…
da anni vo ciarlando per l’Italia di girare…
e invece da casa non mi son mosso…
del paese lo zibello son diventato…
mamma me lo diceva di non dire le bucine
ma a scansano di equivoci …
devo dire che comunque sono belgioso
e a tutti raccomando…
abbiate brianza!!!

br1

lunedì 26 novembre 2007

EBANO




ebano

Liberamente tratto da Un anno senza Janet di Luca Musella, Ed. Nonsoloparole

Inserto tratto da Gomorra di Roberto Saviano Ed. Mondatori
Inserti tratti da Il Mattino di Napoli Cronaca - Taccuino
Inserto finale tratto da Medicina Democratica Sanità Storia di Genet
Immagini Archivio del Film Muto



TRACCIA 1 6.30min in ingresso



Il tempo è incerto questa sera a via Ghisleri. Forse piove.
Il gruppo accorda gli strumenti. Suonano musica popolare.
Chitarra battente, chitarra arpeggiante, la fisarmonica, la tromba, diverse tammorre la voce femminile, il leader del gruppo. Ai piedi del palco, i bottari, facce di quartiere.
Il cielo scurisce ma continua ad arrivare gente e tra poco inizierà lo spettacolo.
Il palco è illuminato dalla solita filiera di fari colorati e da cornice fanno tre palazzoni grigi con molte verande e antenne paraboliche. Nello spiazzo, macchine parcheggiate, alcune bruciate. Motorini sparsi, tutti fiammeggianti e metallizzati.

TRACCIA 2 inizio sottotono, da sfondo alla lettura
All’interno del palazzo da sfondo. Terzo piano, un pianerottolo qualunque, un alloggio come gli altri. Tre camere semivuote. Quelli della paranza stanno ancora avanti allo schermo; fumano, annusano, bevono. Oggi è il giorno e devono “trovare il coraggio”.
Poi cominciano a vestirsi. Pantaloni di pelle o jeans, magliette, giubottoni neri per nascondere il ferro, scarpe da ginnastica, caschi integrali.
E’ il loro lavoro.


La gente arriva, si comincia con una Tarantella del Gargano, poi subito la Tammurriata Nera, per scaldare gli animi. Le ragazze scendono tra il pubblico e non hanno difficoltà a trovare qualche partner che insegua i loro passi nelle danze popolari.
Il brano inizia lento, un lamento, chitarra arpeggiante e voce, poi sale e entrano gli strumenti. La chitarra battente e timidamente i tamburi, poi la fisarmonica. Cresce e le ragazze aumentano la velocità dei giri, poi ancora.


L’obiettivo è ancora dietro al banco. Negozio TIM. Il padrone è diventato suo socio.
Sposi da quattro mesi. Otto ore al negozio, poi in un call center, ma alla fine un premio, il ritorno a casa. Il Paradiso, la Fortuna nell’inferno del “Rione Terzo Mondo”, 70 metri quadrati di delicatissima e dolce felicità, per poche ore è vero, ma tanto basta. Solo qualche parente stretto o amico che non sarà invidioso può entrare nel regno.
E un giorno arriverà il regalo che attendono da sempre il loro Angelo.
Questa sera aspetta solo di chiudere. A casa ci sono i ragazzi con cui è cresciuto, anche loro con le famiglie.
Ceneranno insieme, poi qualcuno aprirà una bottiglia di spumante. I bambini faranno rumore e, se si affacceranno alla veranda potranno vedere il concerto.


Polizia da tutte le parti.
Il ritmo cresce e adesso suonano tutti gli strumenti in orchestra. Alla voce femminile fa da controcanto il coro, quando tacciono è il tempo della tromba. La gente smania. Il ritmo è un’onda che sale su dai piedi.
STOP: silenzio.
Si ferma all’improvviso. Quelli più avanti possono capire, gli altri no.
Il direttore dei bottari si allontana, il coro lo guarda fisso. Pronti.
Silenzio. Tempo sospeso.
Temporale in arrivo.
Il ragazzo allarga le braccia e fissa i suoi percussionisti che lo guardano di rimando.
Salta. Cade, sbatte le braccia, e riprende la musica al ritmo delle botti e delle tianelle.
Adesso è fortissimo, con la potenza e la velocità dei bassi… le botti donano alla tamurriata una gravità, la pesantezza e il senso del dramma.
I ragazzi percuotono folli, in trance; prima con il destro poi col sinistro, il direttore li incita mimando il gesto di chi non sente bene.
Si riprende l’armonia degli strumenti, tutti.


Escono. Sono quattro. Hanno due enormi scooter, di quelli che se li vedi ti scansi perché fanno paura. Neri e cromati. I due dietro sono armati. Partono velocissimi, investendo la gente sotto il palco.
Polizia dappertutto. Le botti suonano ancora più forte, per coprire il rumore di quelle moto o perché qualcuno ha capito e rende col suono il senso del dramma che si racconta sul palco e che si consumerà -come al solito anche oggi-; periferia di Napoli.
“Figli di zoccola….” Poi abbassa lo sguardo sulla botte grande e riprende a percuotere ma con più violenza, con rabbia.

Tre quattro colpi, l’ interruzione di frazioni di minuto poi di nuovo, altri tre quattro colpi e poi via. E’ pesantissimo, veloce, tremendo e affascinante e tutto allo stesso momento e adesso non puoi proprio stare fermo. Le ballerine danzano veloci, la voce racconta la solita storia della ragazza che seduce il ‘mmericano E lievt a pisotl down, lievt a pistol down che mò vene a Big Mama, lievt a psitol down.
Il gruppo segue il coro e il coro segue il ragazzo magro e attentissimo che ha in mano la musica.
Salta, vibra teso come una sartia nel mare in tempesta, smania, poi un salto a piedi uniti apre le mani, salta di nuovo, cade, STOP.
Finisce tutto. Silenzio Stop. E’ finito il brano.
Applausi, fischi, bottiglie che volano, vetri rotti sull’asfalto. Il pubblico approva.


L’obiettivo è al banco occupato nelle ultime cose. I numeri da ricaricare, il registratore da chiudere, i registri da compilare, poi spegnere computer e luci, chiudere bene e prima telefonare a Lei per sapere il gusto del gelato che dovrà comprare poi portare a casa.

Buio e silenzio in strada.
Il gruppo è fermo, le luci sono basse. Aspetta.
Poi una ragazza comincia a girare come posseduta da un Demone. E’ una villanella, è stata morsa dal ragno, ha il veleno più seducente e femminile nel sangue.
E’ vestita di nero con una lunga gonna aperta. La musica la trasforma, rende affilato il corpo, tonde le anche aperti e liberi i seni. I capelli le scivolano sulla fronte, in bocca, poi tornano dietro. E tutto è in penombra, lentissimo, quieto.
Il leader, anziano e famoso, si avvicina, come medico e scruta la ragazza, che intanto è caduta, la studia e la incita con la tammorra a sonagliera, lei smania da terra. Quelli dietro, come al solito non vedono niente.
Arrivano i motorscooter silenziosi come ombre, agili e veloci “planano”, aspettano alla guida col motore acceso, si guardano attorno, i due dietro camminano senza produrre rumore, entrano nel locale; negozio TIM.


Sale il ritmo mentre la ragazza inizia a contorcersi. E’ avvelenata e deve fare uscire le tossine attraverso il sudore. I contadini suoi vicini sono accorsi alla casa della tarantolata e suonano, suonano, suonano anche per tutta la notte per far ballare la ragazza. Lei si dimena come in preda al Diavolo, e mostra così le sue bellezze ai paesani. Non potrebbe in uno stato di normalità, ma in fondo questo è un messaggio da giovane alla carne giovane: “Chi entrerà nelle mie grazie entrerà nel mio corpo segreto”.
La tarantolata, ha licenza di fare cose che altre non fanno.

La ragazza si alza ha uno scialle rosso e attrae a sé il musicista.
La musica sale, entrano gli strumenti; la chitarra battente al massimo, le percussioni, le voci che raccontano in un dialetto arcaico con vaghe mescolanze mediorentali…
Il capocoro è attentissimo e pronto, i bottari guardano il direttore che guarda i bottari.
Quindi salta ed entrano le percussioni.


L’obiettivo non ha neanche il tempo di dire che è chiuso che vede un lampo e sente, con stupore più che con rabbia o dolore, un corpo estraneo entrare veloce nel petto.
La rabbia arriva alla seconda esplosione. Lampo, luce, pugno pungente che trapassa il petto e un urlo furioso, acutissimo. Poi la mossa di avventarsi contro quelli sciacalli, ma ritorna lo stupore quando sente che il corpo non risponde.
Poi è tutta la solitudine e tutta l’angoscia che mai aveva provato quando ritira dal petto la mano inzuppata del suo sangue. Allora alza lo sguardo che adesso è incredulo, chiede a loro spiegazione, aiuto.
Riceve altri colpi di pistola.
Cade supino. Il cuore batte acuto e punge come le tianelle dei bottari, poi profondo e cupo come la botte grande. Irregolare. Quattro colpi, pausa, ancora qualche colpo che scuote il suo corpo, la terra, gli animali e la natura delle cose, tutti i Santi e le Madonne, questo Dio che deve pur vedere che sta accadendo…

Quattro colpi rabbiosi e violenti una pausa, seguendo i gesti del direttore del coro e riprende.
Quattro colpi forti una lunga pausa dove è tutto nero, poi gli occhi riescono ancora a vedere la chiavetta che dondola appesa alla chiavetta della cassa; l’ultima immagine.
Nero.
Ancora colpi, ma ormai l’obbiettivo non li sente più.

Hanno il fiatone, come se avessero corso. Gli vanno vicino e continuano a sparare, -gratis- come quelli dei film americani, tenendo la pistola con due mani.
La ragazza è in piedi, abbandona il paesano. Adesso ha scelto, quel gesto col fazzoletto rosso era per segnare la sua preferenza su chi cadeva. Adesso deve dimostrare al villaggio che è indemoniata, non puttana.
E la ballerina abbandona il leader e danza sola, mantenendosi la veste. E più gira più si trasforma in lunatica dea. La musica è al massimo della velocità. Un tempo talmente sfrenato da perdere di tanto in tanto il ritmo.
I bottari percuotono fortissimo.
I due guardano poi fuggono, raggiungono le moto e spariscono nel nero che li inghiotte e se li porta via.


Intanto la ballerina/malata, rinsavisce. La musica termina stavolta lentamente alla casa della tarantolata e nella piazza, dove la donna si riprende e rientra nel contesto del suo gruppo.
La gente la guarda con stupore e applaude un poco attonita.
La gente guarda con stupore e un poco attonita, ma neanche tanto, il consueto spettacolo al negozio TIM.
Tra poco inizieranno i rilievi poi una mano neutra passerà acqua e candeggina sul pavimento.

Gli amici bussano alla porta.
I due si sono cambiati poi sono tornati, mischiati con la folla, sono andati a vedere lo spettacolo da loro stessi prodotto. Stanno prudentemente dietro e allungano il collo.
Poi uno dei due chiede ”Che è stato?”.
tempo (coincidente con la lettura più coda parlata fino a: ragno letale )
Napoli, 2005. Comincia a piovere.
TRACCIA 2 FINE 13.08 min
































“Sono nata dove la pioggia
porta ancora il profumo dell’ebano,
una terra là dove il cemento ancora non strangola il sole.
Tutti dicevano che ero bella
come la grande notte africana
e nei miei occhi splendeva la luna.
Mi chiamavano la perla nera”.
TRACCIA 3(1) 1.25min.

Hasan Kalif Odan lascia la sua casa e la sua terra, la Somalia, e raggiunge l’Italia perché le hanno detto che lì può realizzare i suoi sogni.
La cosa non dovrebbe essere così difficile; è bella anche se di statura minuta.

Arriva a Napoli e inizia a frequentare i locali.
1995, giugno.
Accetta un passaggio da un ragazzo all’uscita di un locale. Un giro in machina in tre e poi la riporteranno a casa.
L’auto corre veloce, per non darle neanche il tempo di aprire la porta e cercare di buttarsi giù. Entra nel paese di S. Antonio Abate, lo supera, si dirige verso un casolare. E’ notte.
La tirano giù e la violentano a turno; uno la mantiene mentre l’altro la stupra, poi si danno il cambio.
Arrivano altri venticinque compari.
La trascinano dentro al casolare.
La legano, torturano e violentano. Sono ventisette.
Ci rimarrà diversi giorni attaccata al carro, seminuda, sporca.
Le sue urla richiamano l’attenzione di una pattuglia di ronda.
Gli agenti non la toccano. Per loro la prima cosa è prenderli.
Si nascondono.
Lei continua ad urlare, il sangue che corre nelle tempie. Il cuore batte come il tamburo di grancassa. Cupo e forte e a volte pungente; salta ritmicamente il corpo nudo legato sulla terra nuda. Lo sguardo fisso alla porta, aspettando che tornano. Lacrime e sudore le colano sul collo, in bocca in gola.
TORNANO!
Sparano, gli altri rispondono al fuoco tentando di fuggire. Li prenderanno tutti.
Lei rimane legata alla ruota del carro, seminuda, sporca con i proiettili che le fischiano nelle orecchie e nemmeno le mani per difendersi. Gambe idratate di sudore e imbrattate di sangue, sperma, terra.

Quando la slegano è calma.

Al pronto soccorso i suoi occhi sono fissi sui tubi bianchi dei neon che le corrono sulla testa. Alcune facce la scrutano. Odore di disinfettante che stordisce e rianima,
La dimettono.

Nei giorni che seguono il paese di S. Antonio Abate organizza una fiaccolata.
In difesa degli stupratori!

Da quel giorno dimentica per sempre il suo nome. Non riesce a ritrovare la via di casa, non ha documenti con sé, nessuno la può aiutare.
A chi glielo chiede risponde Jasmine, Janet, Nadia.
TRACCIA 4 -5 Ebano


Da “Un anno senza Janet” di Luca Musella Ed. Nonsoloparole.


2002 Inverno
Janet passava sempre all’angolo di via Toledo dove Nicolino, quando ha genio, mette la bancarella.
-Tu non hai pazienza. Scappavi appena iniziava a parlare. Io l’ascoltavo. Per ore. Mi parlava di un uomo che l’avrebbe salvata. Non capisco da cosa. Aveva una lingua strana, incomprensibile.
Beveva, beveva anche di mattina presto. A volte era intollerabile e dovevo allontanarla. A volte puzzava. Sembrava pazza, completamente fuori.
C’erano associazioni che volevano aiutarla. Ma per capire devi avere un linguaggio, un codice su cui intenderti.
Janet era così: un giorno beveva e malediva il mondo, un altro beveva e lo amava…-

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Da Gomorra di Roberto Saviano:

24 gennaio 2005
Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di nascondersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a nulla ma magari ha sperato segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente.

Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il “servizio” sono usciti, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino…

Attilio è lì. Sangue ovunque . Sembra quasi che l’anima gli sia scolata via da quei fori di proiettile che lo hanno marchiato in tutto il corpo.

Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un call center. Ha creduto buona cosa diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. ..Si fida del suo socio, una lontana parentela con il boss di Bacoli. Gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere faticando molto, troppo.


Il corpo di Attilio è ancora a terra quando arrivano i parenti. Due donne. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare…

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2002 inverno.
Samuele è un barbone marocchino, compagno di sbronze di Janet.
Soffre di crisi di epilessia. La prima gli è capitata alle tre del mattino in piazza Castello. E’ rimasto due ore per terra duro. Il sangue gli usciva dalla testa, dal naso.
Ha un braccio rotto, un occhio malandato un ginocchio andato, pochi denti tutti doloranti.
La testa rotta in più parti, l’asma.
Ha smesso di bere e di prendere caffè, ma non basta; il medico gli ha detto che deve allontanare la rabbia.!.
Quando piove dorme nell’androne del palazzo di Naldi, il presidente della Società calcio Napoli. Il patto è chiaro: deve entrare dopo le venti e uscire prima delle sette.
Un bel gesto, tutto sommato.
Venendo in Italia,aveva avuto la sensazione di essersi ripreso la vita, adesso è un fantasma senza età. Per sopravvivere fa la colletta a via Toledo. Ha bisogno di almeno 16 euro al giorno per le medicine e se gli stringi forte la mano strilla per il dolore.

- “Ho conosciuto Janet nel 1995.
Eravamo alla discoteca Buca Nera. Una sera un ragazzo la invitò a fare un giro, lei accettò.
Da allora il nulla. Elemosina e alcool. Aveva anche un marocchino alle costole, non riusciva a liberarsene, forse non voleva. Lui la picchiava gli rubava i soldi delle elemosine. si approfittava sessualmente di lei, del resto non era il solo.
Era capace di venire al circolo e di bersi tutti i soldi di Janet ma di lasciarla fuori.
Gli ha rotto una mano, aveva sempre gli occhi gonfi e neri, graffi, una volta l’ha gettata per le scale del colonnato di Piazza Plebiscito”-.

-“Ragazzetti, bianchi, vecchi benestanti, altri africani. A Janet La picchiavano tutti.
Solo l’alcool era il rimedio. Sempre l’alcool.
Aveva crisi di nervi violente, era epilettica. Dimagriva, non mangiava quasi mai.
Bevevamo insieme. Con me si sentiva sicura, arrivava in mezzo a noi all’improvviso.
Buttava i soldi per terra per dividerli con noi. Della violenza non ha mai voluto parlare. Anche quando scompariva per qualche giorno per tornare tutta livida, non diceva niente”-.

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25 gennaio 2005 Il MATTINO Cronaca di Napoli
Il lamento di una mamma rompe il silenzio. Hanno ucciso suo figlio, colpendolo anche in volto, nemmeno lei lo riconoscerebbe, i carabinieri non le permetteranno di vederlo. Umana pietà. Lei grida. «No, Attilio no. Non è lui, non può essere lui». La donna barcolla mentre ripete il suo lamento, la reggono, ma si divincola, la tengono, ma rischia di cadere in quel dondolio ossessivo e consolatorio.
…Per lei una sedia, gliela trovano in un negozio vicino, la sistemano alla meglio in un angolo riparato della scena del crimine.


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- Janet “Voleva solo bere. Gli serviva. Ma la notte gridava nel sonno. Erano urla di terrore. Cercavamo di consolarla ma lei si girava su un fianco e continuava a dormire.
Per Janet era normale gridare da sola”-.
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Febbraio 2002
METEO: Una perturbazione a carattere temporalesco. si addensa sul Centro-Sud Italia portando instabilità, aria umida e piogge sparse lungo le coste
Temperatura in diminuzione nei valori minimi.


E’ difficile dormire all’aria aperta. Senti tutta l’umidità nelle ossa come fosse acqua.
Ci si addormenta tardi la notte e ci si sveglia prestissimo. Alle sei sei già in piedi.
A quell’ora però è facile fare solo i propri bisogni.
C’è chi si adatta a farli in una busta di plastica per poi gettare il fattaccio in un cassonetto.
C’è chi non ha questo spirito ecologista e lascia tutto per strada. Janet apparteneva a questa categoria. Quando era sbronza era capace di farlo avanti a tutti.
Dalle sei alle otto è il momento più duro della giornata. Fa freddo, si hanno dolori ovunque, è tutto chiuso.
Se si ha tanta fame si divide il pasto coi cani. Ci sono sempre tre o quattro vecchiette che portano gli avanzi ai cani. Spesso è roba saporita, quasi mai calda.
Alle otto e mezza si inizia a fare l’elemosina. Qualche bar dà via i cornetti avanzati del giorno precedente e ti fa anche un cappuccino in bicchiere di plastica.
La giornata trascorre più o meno così: si beve e si fa l’elemosina.

I volontari consegnano cibo e coperte solo la sera.
Verso sera qualcuno raggiunge le varie mense qualche altro è raggiunto dai volontari.
Molti si fottono.


Marzo 2002
Meteo: “Piogge leggere interesseranno la Campania per le prossime 48 ore.
Tendenza. Peggioramento del tempo a causa di una perturbazione proveniente da Nord Est che porterà un brusco abbassamento delle temperature.


La vita di Janet, negli ultimi tempi si volgeva entro un perimetro abbastanza chiaro. Una specie di triangolo che aveva come base il tratto di strada che va da piazza del Plebiscito a piazza Castello, come altezza il primo tratto di via Toledo, come vertice vico Maddalenelle ai quartieri Spagnoli, una delle zone più malfamate della città.

Janet si svegliava all’alba: Tremava come una foglia. Aveva bisogno di una o due birre per calmare il tremito. A quell’ora ci sono poche persone in giro ma tutti le davano qualcosa e, appena apriva un bar riusciva a comprarsi due Peroni grandi. Acquietato il tremolio si sedeva su una panchina sotto il comune e riposava un poco.
Poi si dirigeva verso via Toledo dove faceva l’elemosina.
Ogni volta che metteva due euro da parte, se nel frattempo non era venuto il marocchino a rubargliele saliva ai quartieri a bere.



Traccia 6
(La panza vuota pensa a chella chiena
Ma chella chiena noun ce penza mai.
Si pure dice ca ce penza assai, non ce credite, non ce penza mai. )

15 Marzo 2002 Il Mattino
Taccuino; Domenica 17 alle ore 18.30 all’Hotel San Germano Torneo Open 2 di Burraco organizzato dal Centro Italiano Campioni con il patrocinio della BUR IT
Per info:348…..

La fintobionda moglie del noto odontoiatra di Posillipo scende dal fuoristrada BMW nero, ha con sé due bambini bellissimi e vestiti Benetton. Attraversa la strada e entra nel bar Serpentone. L’amica fotocopia l’aspetta al tavolino con un caffè. Devono decidere la palestra per tonificare glutei e interno cosce poi il fitness e lo step. I bambini stampano nasi, bocche e mani appiccicose sulla vetrina dei gelati. La fintobionda va verso la cassa per pagare i gelati e si ferma al banco salumeria incantata. 200 grammi di tartufo nel risotto di sabato sera, per fare bella figura con gli amici…..

Janet Si fermava alla Cantina del Boss, oppure da Titina oppure al Circolo Mar Rosso, un ristorante eritreo. La giornata passava così.
Saliva e scendeva dai Quartieri sempre più sfatta dall’alcool. Verso le 14 iniziava a sconnettere. Doveva mangiare qualcosa ma spesso non ne aveva voglia.
Poi si sedeva un’oretta a Ponte di Tappia, a quell’ora piena di luce, il suo volto faceva spavento.
Il pomeriggio ricominciava: un po’ beveva un po’ faceva la questua. L’alcool ha il misterioso potere di far digerire ogni cosa. Janet sapeva il mistero del vino. Affrontava le paure, i traumi, la certezza che a bere qualcuno l’avrebbe picchiata derubata, violentata, con uno strano sorriso stampato in faccia. Poi scendeva l’orrore.
Tranne il giovedì sera, quando un gruppo di volontari passava a cercarla e trascorreva un paio d’ore con lei, senza però cavarne molto.



Ogni notte era un delirio.
Veniva sballottata come un pupazzo.
Ogni freno smarrito.
Ogni speranza umiliata.
Aveva attacchi di epilessia crisi di panico, vagabondava senza meta nel labirinto dei vicoli. Come una belva ferita.
Spesso aveva la febbre alta.
Il puzzo di orina, e del sudore.
Tracce di sangue sui vestiti, in faccia.
Vagava fuggendo dal suo persecutore o cercandolo.
Poi, sanguinante e sconfitta si andava a coricare nel vicolo dietro la Banca d’Italia oppure sotto il bastione del Castello. Si lasciava andare stremata su un cartone e cercava di dormire.


Ma, anche nel sonno, continuava l’oltraggio;
sentiva mani ignote dentro la carne,
sentiva il fischio delle navi lontane, sentiva lo scuorno dei suoi pochi pensieri.
Allora si svegliava urlando.

Pausa Traccia 7 4.09min
Nella traccia: La sua vita era lì. Mostrava alla luna tutto il ribrezzo possibile.


Traccia 8 Marco Lindo Ferretti
La vita è una gran cosa.
Lo dice la Leho,
Mia anziana parente e vicina di casa.

Ha Lavorato sempre, mai preteso niente,
patita la fame e la miseria abbondante.
A parte la salute,
nessuna fortuna mai l'ha toccata mai.
Mai.
Ma se, una volta morta, Dio le dicesse:
"Leho, torna laggiù, ti tocca tutto quello che ti è toccato già"
Si illuminano gli occhi,
sorridono i pensieri nella mente
"Ci direi: Si Signore,
torno laggiù, uguale.
la vita è una gran cosa.
Mi basta aprire gli occhi su un mattino di sole
e tutto il resto io lo rifarei".


Janet quando era allegra cantava. La voce era quella della sua terra, la Somalia. Melodie da bambina africana. Cantava e beveva. Era stata bella.
Aveva studiato a Roma.
Una notte prese un passaggio e finì dentro un casolare.



Anno 2002. NUOVLE E PIOGGIA LEGGERA FREDDO.

CON L’ACCUSA DI VIOLENZA SESSUALE DI GRUPPO E LESIONI, TRE PERSONE SONO STATE CONDANNATE CON RITO ABBREVIATO, ALLA PENA DI UN ANNO E DIECI MESI.
Gi imputati in tutto furono 7, quattro sono ancora in attesa di giudizio, degli altri venti non si sa più niente.

(Janet incontra Luca, gli va incontro).
Janet aveva un occhio chiuso. Tumefatto. L’altro era vitreo, sordo. La faccia stravolta dalla notte all’aperto. Sembrava molto malata. I capelli erano corti. Sporchissimi. Spettinati. Indossava un piumino bianco enorme. Le mani non si vedevano pareva uno spaventapasseri.
“Mi osservava in silenzio. Io non ho neanche rallentato e ho tirato dritto. Lei ha seguito i miei movimenti.
Immobile”.
“L’ultima volta che l’ho vista, novembre 2002”.


24 gennaio 2005
Sperano, sperano sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore una bugia nel passaparola, un fraintendimento del Maresciallo dei Carabinieri che annunciava l’assassinio.

Sperano sperano sperano e sperano ancora, come se ostinarsi maggiormete nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso degli eventi. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta, senza minima alcuna.
Ma non c’è niente da fare.
Le urla e i pianti mostrano la forza di gravità del reale.
Attilio è lì, per terra.

Pausa Traccia 9 Vinicio Capossela.
Coro: Oh Matri mia
Salvezza prendimi nell’anima
Oh Matri mia
Salvezza..



Un’anima che scappa, si perde.
Janet iniziò a perdersi. Nel vino, nel grigiore, nel nulla.
L’alcool aveva annientato il suo spirito; attutiva, ovattava il dolore, leniva le ferite.

…Sei anni…
Traccia 10 Vinicio Capossela.
Coro: Oh Santissima dei Naufragati
Vieni a noi che siamo andati
Senza lacrime, senza gloria,
Vieni a noi per noi pietà.


La notte scendeva nella sua vita.

Il destino era compiuto.
Una mattina era sbronza, gli occhi tumefatti dall’ennesima violenza subita. I vestiti laceri.
All’ospedale Ascalesi, l’anno pure medicata.
Esce dall’ospedale Ascalesi e si lascia andare sull’asfalto.
Pausa. Traccia 11 4.03 Min



Non sono tempi buoni. Le giornate sono umide e fredde, poca luce, acqua nel cielo, freddo, a volte vento.
Chiusa nel suo piumino bianco continua a stendere la mano verso la gente che passa e che, a volte, le dà qualcosa. Ma non basta e li prega; non ottiene niente e impreca, urla, gli urla contro. Per avere qualche centesimo.
URLA CONTRO LA GENTE PER AVERE QUALCHE CENTESIMO!!
La gente ha paura e si allontana.
E LEI URLA PERCHE’ LORO SI ALLONTANANO, E Più URLA Più LORO SI ALLONTANANO, ALLORA LEI URLA Più FORTE.



All’Ascalesi non avevano tempo per lei.

Venerdì 6 dicembre 2002
La parcheggiano su una panchina di fronte al pronto soccorso in attesa di sbrigare altri casi e poi andare a prenderla.
La conoscevano, sapevano che non era grave, che era Janet, che non c’era ormai più niente da fare.
E’ seduta su una panchina e guarda all’interno della sala. Le infermiere sono vestite con casacche verdi e sorridono agli infermi, arrivano medici con camice sbottonate sul petto nudo e camici bianchi che parlano, carezzano e ridono.
L’immagine diventa sempre più nitida ai suoi occhi; il freddo svanisce; adesso anche lei è in quel bel tepore. Tutti le sorridono e le portano cose calde da bere. Le carezzano e le curano le ferite, la baciano e le dicono cose carine, rassicuranti.
Poi l’immagine cambia. Un’isola in mezzo all’Oceano con future veline ed ex calciatori che giocano ad avere fame. Sono tutti stanchi e emaciati, mentre le telecamere riprendono Janet, giovane ragazza di colore in splendida forma che mangia il suo pugno di riso poi sorridente, bellissima nuda e baciata dal sole che si immerge nell’Oceano e ritorna con uno splendido pesce bianco per i suoi compagni e per lei.
Nessuno la nominerà mai e lei vincerà l’edizione di quell’anno. I suoi denti splendono bianchissimi in quell’ovale perfetto e bruno che è la sua faccia.
Gli italiani la amano.
Sorride, sente caldo.
Poi l’immagine cambia. Infermeria calda ed accogliente dove lei aspetta di entrare.
La pioggia si manifesta in forma di nebbia leggera e in quella nebbia lei perde e ritrova il pronto soccorso avanti ai suoi occhi. Ma non vuole mollare così si tiene sveglia e lo fissa bene.
Si allontana. Su un binario di treno, piano piano sfugge dal suo sguardo, sempre più lontano e sempre più piccolo.
Sempre più stanca.
Sempre più lontano, velocemente lontano. Ultima immagine.
Sole africano, poi gli occhi si chiudono.
“Dove sono… Dimmi, dove sono?”



Su una panchina nel cortile dell’Ospedale,
in attesa di essere ricevuta al pronto soccorso, Janet restituisce una cosa da poco conto:
la sua anima a Dio.

Traccia 12 EBANO
Ebano,
It’s a long long night
It’s a long long time
It’s a long long road


FOTO 10 via di qui




























DA: Medicina Democratica: Storia di Genet


“Venerdì 6 dicembre (2002) una 32 enne di nazionalità somala, Hasan Kalif Hodan, è deceduta dentro l’ospedale Ascalesi, dopo essere rimasta molte ore –forse 26-, all’interno dell’atrio del Pronto Soccorso ove si era recata per farsi medicare le ferite al capo…

…Si era presentata la sera del mercoledì 4 dicembre al pronto soccorso del suddetto ospedale e con due ferite lacero-contuse, una al viso, l’altra alla nuca.
Diceva di essersele procurate con una caduta accidentale (!?) e, dopo aver ricevuto una medicazione chirurgica è stata dimessa.

… Da quel momento la donna che, secondo i Sanitari era in stato di ubriachezza, non si sarebbe mai allontanata dall’ ospedale. Il fatto certo è che dalle 17 alle 20 circa del giorno dopo (5 dicembre nda) la ragazza è ancora nel cortile e viene contattata da qualcuno dei volontari del Centro di Documentazione.

… La donna non sta bene, si stende su una barella nel cortile, a tratti non si capisce cosa dice, sembra che cerchi aiuto.
Viene sollecitato l’intervento dei Sanitari del pronto Soccorso che sminuiscono la cosa ma, assicurano, sarebbero intervenuti.
(sta smaltendo la sbornia….).

…La donna muore nella notte di venerdì sempre all’Ascalesi dopo aver emesso sangue dalla bocca.

La versione ufficiale è che la “sbornia” avrebbe provocato una pancreatite acuta.


Forum per il Diritto alla Salute - Napoli

Col. Douglas Mortimer

venerdì 9 novembre 2007

BUIO..


Nella mente.

L’uomo aveva da un po’ passato la cinquantina e, adesso che i figli se ne erano andati, viveva solo con la moglie che adorava. Era un tipo giovanile che giocava al calcetto il lunedì e lei una di quelle aggiornate che vanno al cinema sempre, con le amiche e quando si paga di meno.
Abitavano a Fuorigrotta, città di Napoli.
Lei era l’unico affetto certo che aveva, il suo scoglio, il porto sicuro e rifugio nelle malattie, la gioia, il costante e infinito ricontrarsi ogni mattina dopo aver dormito nel loro modo strano, abbracciati da dietro.
Era anche la persona con cui faceva l’amore quasi sempre (tranne qualche segretaria) e avevano passato insieme tutte le tempeste della vita.

Quello era il pomeriggio del suo cinema e avvenne qualcosa.
O una mail di lei per sbaglio capitò nel suo computer o, più facilmente, sentendosi solo lui entrò nell’ indirizzo di posta elettronica della moglie e si mise a scrutare nella speranza di trovare qualcosa di nuovo e di eccitante.

“Caro amico che mi accompagni da anni” (?!?) “ieri ancora l’ho rivisto. E’ come dici tu, è brutto, grasso, antipatico e poi è volgare un cafone schifoso con quella pancia ributtante e l’alito che puzza di vino. E poi bestemmia ed impreca una continuazione e tu hai perfettamente ragione, non è proprio adatto a me. Mi fa schifo e non posso fare a meno di lui. E’ così rivoltante, così sporco e così violento.
Ieri, dunque eravamo al capolinea del tram e, come al solito mi riaccompagnava fin dove gli era consentito. Ci stavamo separando quando, improvvisamente mi sono trovata schiacciata contro il muro di lui. Una mano mi premeva sulla schiena e l’altra spingeva la mia faccia, la mia bocca contro la sua. Mi forzò con le sue labbra finche io aprii le mie poi con una lingua di ferro mi spalancò i denti, nonostante io facessi di tutto per serrarli.
poi entrò con la sua lingua nella mia bocca e mi sentii presa dl panico.
Non volevo, ma non riuscivo a dire di no
Dopo un po’, caro amico, mi trovai -non chiedermi perché-, a premere anch’io la mano dietro al sua testa e a spingermi sempre più dentro in quella esplorazione che mi provocava il vomito ma di cui non potevo fare a meno.
Automaticamente la mano cominciò a scendere cercan


A volte in campagna si innalzano grandi covoni pronti per esser bruciati, ma poi piove e, il contadino per accenderli usa la benzina.
Nel momento che lanci il fiammifero ti senti invaso in meno di un attimo da un vento caldissimo che ti arriva alla radice dei capelli e devi scappare subito, altrimenti bruci. E’un istante e solo quelli bravi riescono a farlo.
L’onda di fuoco è improvvisa e violentissima e se rimani fermo ti consuma prima delle fascine.

Così si sentì l’uomo. A stento risucì a mettere tutto a posto e poi fu preso da una grande smania.
Non pensare, non pensare. Cammina.
Dalla sua mente dovevano andare via tutti i pensieri che riguardavano sua moglie quella lettura e questa faccenda. Non poteva tenerli dentro perché erano come il covone acceso con la benzina.
Allora c’era una cosa sola da fare: camminare.
E occupare la mente di imperativi categorici e assoluti.

Tutta la sua mente era presa da un monologo velocissimo e gli comandava cosa fare.
Scendere, uscire, camminare. Non fermarti, non fermarti, qualsiasi cosa accada tu non fermarti. Non fermarti mai!
E cammina veloce con le mani fuori dalle tasche, aiutandoti nel movimento.
E non piangere e non gemere, e non gridare. Cammina, Tutte le tue energie devono essere consumate solo in questa azione.
Non cedere il passo alla signora che incroci, prosegui dritto e cerca di non deviare mai. Non deviare mai. Non devi deviare.
Devi camminare senza una meta, senza uno scopo. Non scegliere un posto dove andare, ripeto non devi scegliere un posto, ma semplicemente prendi le strade in pianura e in discesa.
Non prendere le salite. Non le devi prendere. Ti rallenterebbero il passo e ti costringerebbero a pensare e, invece tu non devi pensare.
Continua a camminare attraversa le strade senza curarti dei semafori. Le auto avranno paura –loro di te-, e ti scanseranno. Adesso è più pericoloso fermarsi che attraversare di getto. Tu attraversa di getto!
Non curarti del tuo aspetto, non curarti del tuo sudore, non asciugarti il sudore. Il tuo sudore non lo devi asciugare. Mai.
Le tue mani devono solo aiutarti a camminare.
Cammina verso il Viale Augusto, poi traversa la piazza, poi vai per il viale del parco dei giochi e poi per il lungomare. Non curarti delle persone, non guardare mai in faccia le persone che incontri. Questo è fondamentale, non guardare nessuno in faccia. Mai.
Guarda avanti a te e continua a camminare fino a quando non ce la farai più.
Se ti senti stanco allora fermati e pensa a una cosa che hai letto.
Se sei ancora nella fase dell’esplosione questa cosa ti farà camminare di nuovo.
Asseconda il tuo istinto. Il tuo istinto, il tuo istinto ti dice di camminare e tu vai avanti.
La voce dentro era monocorde ed imperiosa, una voce da basso come non l’aveva mai sentita. Nuova.

Arrivò verso Pozzuoli e si rese conto che i pensieri potevano arrivare alla sua mente facendogli male ma senza provocargli ustioni.
Così aspettò il tram e si rimise in viaggio verso casa.

Capita che il contadino col forcone attizzi il fuoco e, da ceneri ancora calde si rialzi una violenta e, di nuovo improvvisa, fiamma.
Come una molla si alzò dal suo posto e corse vero la porta. Iniziò a prenderla a calci e a pugni. Il conducente impaurito lo aprì e lui cominciò a camminare di nuovo, stavolta verso casa.
Sua moglie era tornata –c’era la macchina nel posto assegnato-. Come si sarebbe presentato e che le avrebbe detto. Le avrebbe detto qualcosa?
Nell’ascensore si guardò a lungo allo specchio. Poi entrò in casa. Lei era in cucina. Lui scivolò nel bagno e si fece una doccia bollente.
Sono delle saune domestiche. Metti il termostato al massimo e rimani fermo ad ustionarti. Poi esci ti metti l’accappatoio e ti butti sul letto, quasi svenuto e senza forze.
Ma rilassano.

Poco dopo era a tavola. Lei cucinava le uova e ci metteva, come al solito la sottiletta come piace a lui. Prese la bottiglia e versò il vino. Prima a lei. Poi tagliò il pane. Lei gli passò vicino e gli porse il piatto con un carezza.
Lui prese la forchetta. Poi, come d’abitudine, attese che lei finisse, che si sedesse, che prendesse il primo boccone e cominciarono, parlando delle solite cose: del film, dei figli.

NO! CAZZO NO!
Come una furia si alzò dal tavolo uscì sul terrazzino. C’era una cassetta con dodici bottiglie di vino rosso. Lui urlando le ruppe tutte a terra, inondando il balcone di liquido rosso dall’odore acre come il sangue. Il vino cadeva sui gerani di quello di sotto poi sulle teste dei passanti e sui tetti delle macchine.
Sua moglie lo guardava smarrita, con la forchetta a metà altezza e la bocca ancora aperta. NO!! NO, NO!!

Dai balconi, i dirimpettai sentito quel fragore di vetri e quel monosillabo urlato, si affacciarono, uno o due alla volta a vedere quello spettacolo e a chiedersi il perché
Un uomo cortese potesse impazzire all’improvviso.



Col. Douglas Mortimer

martedì 2 ottobre 2007

Dedicata agli sconvoltoni dell'Isola degli Sconvolti.

Me fumo tanta erba e nun me pongo freni
tu fumi le marlboro e sai che t'avveleni..
me sfonno de cannoni...
me sogno piantaggioni...
e quanto gira la canna semo tutti più boni...
e quando che cala la sera arriva in un momento...
grazie al mio cannetto acquisto un nuovo portamento...
cambia lo stato d'animo ma non l'atteggiamento...
me sento piu' felice in questa merda de cemento...
E nun me va!
che poi la gente sta dietro a sparla' di me...
perche' non so...
ma forse un giorno ci arrivera' da se...
a capire che il mondo non è...
che se una cosa è legale allora nun fa male...
sai tanta gente ce finita all'ospedale..
te dico tanta gente ce finita all'ospedale..
te ricordi la salmonella?
te ricordi er metanolo?
te vendevano la merda e la chiamavano barolo..
invece la marjuana..no!
nun cia li pesticidi...
al massimo se ce li ha...
quando la fumi li uccidi...
.è fresca e naturale...
pero' non è legale...
per questo tanta gente dice che fa male...
ma nun è vero...
e so sincero...
perche' la vita è mia e ci tengo per davvero..
e se tu fumi...
mi puoi capire...
la gente che non sa..
per me deve tacere !!
sapessi quanto è bello la mattina appena alzato...
trovare accanto al letto un cannetto già rollato..
amico perche' critichi se nun l'hai mai provato?
ma come ti permetti a dirmi che so drogato?
se sei ignorante amico nun parla'...
se non sai un cazzo...
non ti pronunciare..
se nun sai l'argomento, come fai a criticare?
te devi star zitto e devi ascoltare...
ma sai quante so' le cose che dovrebbero cambia'...
purtroppo se continua sempre a criminalizza'..
so sempre di più i limiti e i posti alla liberta'...
me fumo la marjuana e me ritengo normale...
non sono un assassino ne un pazzo criminale...
purtroppo questa qui...
è la realta' attuale..
te bruciano la vita per una cosa naturale....
.......come l'ERBA.......



LEGALIZE MARIJUANA!!!!!

lunedì 3 settembre 2007

SOGNO O SON DESTO?


Sudo. Tra lenzuola infuocate. Le persiane mollemente sbattono contro le finestre. Dalla cucina arrivano sinistri rumori di vetri scossi. Potrebbero rompersi sotto i colpi del vento o potrebbero essere ladri che provano a violare la mia intimità, ma io da questo letto non riesco ad alzarmi. Sono in quel dormiveglia in cui le visioni oniriche si confondono con la consapevolezza di essere svegli e con la voglia di ricatapultarsi nel sogno. Come calamite, i quadri onirici mi attraggono irresistibilmente. Come ubriaco, mi abbandono ad essi. Sto sognando di un’estate passata; di un’estate lontanissima, secondo le coordinate, non del tutto ortogonali, del mio sistema di riferimento spazio-temporale.


Era un agosto statico, dal cielo terso e col sottofondo di cicale. Era il solito agosto annoiato da far passare in fretta. Decidemmo di scuoterci dalla sospensione dell’anima e partimmo per Firenze con i compagni del circolo “Che Guevara”. Per noi quella città simboleggiava un punto cardinale. Rappresentava una realtà così diversa dalla nostra, quella di un piccolo centro del profondo Sud. Profondo non tanto per latitudine, ma per vitalità intellettuale e opportunità per noi giovani. Partimmo con i nostri zaini semivuoti. Alla ricerca di qualche speranza. E anche di un po’ di divertimento. Il viaggio in treno non lo ricordo, forse volammo. Talmente ci battevano i cuori. Le nostre pupille erano quasi fuoriuscite dalle orbite. Forse per correre in avanti a esplorare il nuovo mondo che ci aspettava. Ricordo l’arrivo in Santa Maria Novella. Ci attendevano Lapo e Margherita, i compagni empolesi che avevamo conosciuto al congresso nazionale qualche mese prima. Ci spiegarono subito dov’era la scuola in cui ci saremmo accampati. Non era lontana dalla stazione e ci si arrivava a piedi. Io a Firenze non ero mai stato e così ogni angolo mi sembrava un pezzo di museo. Ci infilammo in una stradina. Lapo ci spiegò che l’entrata principale della scuola, l’istituto tecnico commerciale Fibonacci, era su via de’ Martelli, una delle strade principali del centro, ma noi avremmo dovuto usare l’entrata “alternativa” ricavata sul retro appositamente per l’occasione. Ovviamente, non saremmo stati i soli a occupare l’edificio. C’erano ragazzi da tutta l’Italia e anche alcuni compagni stranieri.


Ora mi viene il dubbio che non sto più sognando. Sapete, è quella strana sensazione che si ha la mattina appena svegli quando si cerca di ricordare un sogno o meglio di ritornare a un sogno che si è appena fatto. Non sono ancora completamente sveglio. Non sono ancora uscito del tutto dal sogno. E ci posso rientrare quando voglio. Ma questo sogno mi sembra sempre più contaminato dai ricordi. E’, forse, una strana categoria di sogno autobiografico. Affondando la testa nel cuscino cerco di viaggiare indietro nei meandri della mente.

Salutiamo Lapo e Margherita e ci sistemiamo nella nostra stanza. O meglio nella nostra classe: la 4^ B. C’era odore di gesso e d’inchiostro secco. Dovevamo evitare di aprire le finestre, così spalancammo le porte e le vetrate che portavano al cortile interno. Perlustrammo la scuola come se fosse stata una miniera di diamanti. Bussammo a tutte le porte chiuse ed entrammo in tutte le aule aperte per conoscere gli altri compagni-coinquilini. Stringemmo amicizia, in particolare, con alcuni ragazzi di Reggio-Emilia. Fieri e portatori di storie lontane. Erano quasi tutti figli o nipoti di partigiani. E lo portavano scritto negli occhi. La notte, ascoltavamo ammirati le loro storie. E ci sembrava di essere nudi. Chi eravamo noi? Per cosa avevamo lottato? Per cosa avevano lottato i nostri genitori? Cosa ci facevamo lì? Il vino rosso e le canne allontanavano ogni domanda. Ogni tanto spuntava un gruppetto di secchioni con le poesie di Majakovskij o Neruda. O qualcuno non sazio dei comizi serali che aveva voglia di discutere. Di solito erano ragazzi delle mozioni di minoranza in cerca di consensi, che sistematicamente venivano zittiti o ignorati. Alla cultura e al dibattito politico erano già dedicati il pomeriggio e la sera. Dopo ci volevamo dedicare soltanto alle musiche, ai balli e agli … sballi! La Festa era organizzata veramente alla grande! Ricordo che le prime volte mi perdevo tra stand e palchi e cercavo riferimenti per orientarmi. Ero entusiasticamente disorientato. Era quella la vita che avrei voluto vivere ogni giorno. Era quella l’atmosfera in cui avrei voluto far respirare la mia anima. Lì sentivo concretizzarsi parole come condivisione, appartenenza, speranza. Il comizio più bello fu quello del segretario nazionale. C’era una folla immensa. Sembravamo un corpo unico con una voce sola. Un corpo con centinaia di teste e di piedi. Ci avvolgevamo nelle nostre bandiere e mostravamo vigorosi i nostri pugni chiusi quasi a voler sorreggere il vento delle nostre idee. Il segretario chiuse il comizio dicendo “compagni, se c’è un’alternativa a questa società la dobbiamo volere. Se c’è una alternativa a questa società siamo noi!”. In quel momento il ritmo cardiaco collettivo schizzò in aria e un sangue di urla e applausi approvò le parole del capo. Mi sentivo vivo. E parte di un qualcosa che mi apriva gli orizzonti. Mi faceva sognare paradisi in terra e l’abolizione del Vaticano. Tanto non ce ne sarebbe stato più bisogno. Ero un sacerdote - operaio di una religione da costruire. Insieme ai miei compagni. Giorno per giorno. Vittoria per vittoria.


La mattina ormai alta cerca di prendere il sopravvento. Ma non avrà la meglio ancora per un po’. La luce minaccia di far svanire la mia concentrazione. Ma resisto nel mio sogno. Voglio che continui. Vorrei poterci entrare come in un videogioco e controllare ogni scena, ogni azione. Vorrei poter modificare il corso degli eventi, come se si trattasse della realtà.

L’estrazione dei salami di Montespertoli era una delle attrazioni della Festa. I due ragazzi che gestivano lo stand erano simpaticissimi e molto abili nell’attirare l’attenzione del pubblico. Adescavano la folla con battutine nel loro genuino accento toscano di campagna. Abbondavano i doppi sensi, ma anche l’esaltazione delle virtù dei prodotti della terra. “Signore, venite a comprare il biglietto per l’estrazione dei salami di Montespertoli. Solo mille lire per un biglietto. Primo premio: tre salami di codeste dimensioni. Che i vostri mariti un ce l’hanno mica di siffatte lunghezze! Secondo premio: un salame e una bottiglia di Chianti, di quello bono. Terzo premio: un salamino. Venite signore, e anche voi signori. Vengano. Vengano. A mezzanotte l’estrazione dei biglietti fortunati. Avvicinatevi al nostro stand. Qui trovate i migliori prodotti della Toscana: Pecorino di Pienza, Lardo di Colonnata, Chianti del senese, e il mitico salame di Montespertoli. E poi ci sono gli assaggini a ufo!” A ufo, mi spiegarono voleva dire gratis. Era una delle tante espressioni colorite che condivano quelle serate. Adoravo i toscani, con quelle consonanti aspirate, quel sarcasmo ostentato. E mi piaceva la loro capacità organizzativa. Ogni sera c’era un concerto seguitissimo. Di solito si trattava di gruppi di compagni che suonavano gratuitamente. Nei fine settimana, invece, si esibivano gruppi più importanti. Fu una grande emozione quando toccò a noi. Eravamo saliti a Firenze senza gli strumenti e senza nemmeno immaginare che avremmo suonato. Ma i compagni ce lo proposero e noi cogliemmo l’occasione al volo. Il sangue mi si scioglieva al ritmo di “Corazza di pelle” e “Take life easy”. La musica mi rimbombava nello stomaco. Mi sentivo un tutt’uno col vento. Non avevo nessuno intorno e volavo libero sopra fiumi di persone e nuvole psichedeliche. Tremava la terra e ci trasmetteva una carica anarchica. Avrei mandato a fanculo anche il mare. La bacchetta era il prolungamento della mia mano. Ogni colpo che assestavo sul charleston mi sembrava una frustata che davo alla Terra per scuoterla. Avevo la sensazione di poter prendere il Mondo tra le mani e mettermici a giocare come fosse un pallone. Lo potevo far rimbalzare con un colpo inferto alla grancassa. Lo potevo far salire al cielo con una sferragliata di percosse. La batteria diventava la macchina del tempo. Lo potevo fermare. Quando suonavo nient’altro accadeva nell’Universo. Se non quei suoni. Che s’intersecavano a quelli degli altri strumenti in una composizione aerea che riuscivo a visualizzare. Era un mosaico impazzito e dinamico.


Mi sto agitando troppo nel letto. Sto quasi uscendo irrimediabilmente dal mio sogno. Ma con un ultimo sforzo resisto per rivedere lei.

Eccola che mi riappare proprio come mi si presentò quella sera. Sapevo che si nascondeva qui da qualche parte. Era una morettina delicata e forte allo stesso tempo. Aveva degli occhioni di un verde che era un miscuglio di prati inglesi e di mari caraibici. I capelli le accarezzavano appena le spalle. Il suo sorriso accendeva il sole, rischiarando anche la giornata più nera. La sua voce era armonia. Le sue mani erano pennelli. La sua pelle era candida come il latte e si arrossiva a ogni contatto. Mi capitò davanti come fa un’emozione, che ti penetra come un aculeo. E la scossa fu la stessa. Come se stessi accarezzando un lampo a mani nude e un incendio mi percorresse la schiena. Ballammo tutta la notte. Salsa, merengue, baciata. Sudati.


Sudato. Sono zuppo. Mia moglie mi chiama. Apre le finestre. Mi riporta sulla Terra. Nella mia stanza, nella mia vita. “Ugo svegliati! Devi andare a prendere Mario alla stazione, ricordi? Ugo? Ugo?”. Mi sveglio contento. Magari continuerò il sogno in macchina. Poiché la vita è troppo breve perché si sogni solo di notte.
Br1

lunedì 20 agosto 2007

BREVI COMUNICAZIONI VELOCI


BREVI COMUNICAZIONI VELOCI


Manuela, detta Manu, di Roma, IIIC, incontra all’aeroporto del luogo esotico dove ha trascorso un breve periodo di vacanza non divertendosi perchè insieme ai genitori, Valentino –in arte Vale, che ha passato alcuni giorni da quelle parti spassandosela moltissimo ma non acchiappando nessuna figa.
I due sono seduti vicino e cominciano a socializzare, poi c’è la chiamata del volo di Manu, i suoi vecchi rompono come al solito quindi i ragazzi si salutano, non senza essersi scambiati il numero del cellulare.

Aeroporto di Roma, cellulare acceso, finalmente!
SMS: “Bn Vgg, 6 xcchio sìmpa Mi piaci Xo (vuol dire bacetto) Vale.

Lei si illumina, un sorriso le corre tra i dentini bianchissimi e subito risponde.
SMS: Ake tu, molto sìmpa, pensto a te tutto il volo XXO (Due bacioni) Vieni a Roma ke ti porto in comitiva e ci ved presto Manù 

E poi torna a casa. E’ tutta allegra e i due vecchi si dicono: “Vedi, le ha fatto bene venire con noi alle isole….. è perfino contenta di essere ritornata.
Manu corre in camera sua, accende lo stereo con una vecchia canzone TU NON LASCIARMI MAI, si butta a pancia sotto sul letto, mantenendosi sui gomiti per non soffocare quelle minuscole cose che sono i suoi seni, ancora in via di sviluppo ma pompatissimi da un reggiseno push-up due misure più piccole.

Telefona alla sua amicadelcuore. “Franci, lo sai ho incontrato un tipo fighissimo all’aeroporto, mentre partivamo. Non abbiamo avuto che mezz’ora ma sono già stracotta. Si chiama Vale è di Torino, che dici lo chiamo, eh!? Che ne dici? “
“Ma no aspetta, fatti desiderare, non chiamarlo tu, ma non stare nemmeno immobile.
Fai così, mandagli la tua foto vis MMS e vedi che fa”.

Le si auoscatta con il top corto e scollato, il pantalone a vita bassissima e i laccetti del perizoma che escono sui fianchi.
La manda.

Un minuto dopo.
MMS: Provenienza Vale. Sei davvero karina. Guardo la tua ft e penso a te. Ascolto una canzone che mi parla di te: TU NON LASCIARMI MAI.
Penso ke verrò presto da te. Ntanto ti mando qst XOOO ++ (un bacio immenso con tanta passione)
Invia un cuore rosso con due ali d’angelo.


Due giorni dopo a scuola, squilla il cellulare, Manu innalza una barriera di libri e confabula veloce e silenziosa con la-Franci.
“Sorbetti, Emanuela facci partecipare alle tue conversazioni, visto che Leopardi ti interessa così poco.
Su dicci”
Gniiente Prof, Gniiente Prof, è che sono – risolino- cottastracottafusa… Ma voi Over non lo potete capire”
La Prof. Che si tiene il marito, l’amante e il fratello piccolo dell’amante quando è in licenza dal militare, alza lo sguardo su un punto della parete di fronte e si perde nei suoi pensieri. Lascia correre-


Poi è un traffico di SMS MMS:

SMS Vale Manu, stntt ti ho sognata, io qs cotto tu?
SMS Manu Vale, io e te 3 Mt sopra il cielo XXX+++ più un altro cuore rosso in volo.

Vale riceve lo short message, e prende a pugni il suo compagno di banco che risponde con una risatina e aggredendolo. Fanno una piccola lotta gioiosa.

Allo stesso istante altro SMS Manu Vale io e te insieme fòrever TVTTTBB

Vale lo mostra a tutti e risponde così; TVTpBB Love Love Love

Manu chiama subito a la-Franci e le comunica la notizia.
“Franci Franci io e Vale stiamo insieme, sono fidanzata, mi sono messa con Vale!!!”
Poi abbraccia il cuscino a forma di cuore mette lo stereo a manetta e ruota come una pazza.
La mamma apre la porta per dirle di abbassare il volume e lei la prende tra le braccia e la costringe in ampi giri di valzer. “Mamma sono strafelice, mi sono messa con Vale, è trooppo fico!!!!”

SMS Manu stanotte alle 11.48 pensami, io guarderò stll e penserò a te Love Love Love

11.48 SMS Amore ti penso tanto, non vd l’ora di fare l’amore con te, Io pronta
11.49 SMS Amore domani corro da te. Love Love Love Kss
11.51 SMS Vale no! Aspetta, dicevo così. Non ven ke molto imp cn scuola. Appena posso dico ai vecchi ke vado da zia Firenze e ci ved llì Prendi una camera
XXXBB**
11.55 SMS per quella camera, facciamo tra un mesetto TVTppBN
11.58 SMS Aspetta per la camera te lo dico io qnd. ;
11.59 SMS Manu ma che succede il ns amore è bello e grande e nessuno può capirlo, io tvtttb e pns a te tutte le notti ke dormo ti sogno. Mandami una foto tua nuda. Smak

Panico. “Pronto Franci ho fatto un casino!! Gli ho detto che volevo fare l’amore con lui e lui voleva partire domani. Sono riuscita al fermarlo ma vuole una foto mia nuda”
“Ma lo sai che ore sonoooooooooo?
Ti prego ti prego, ti prego dimmi che devo fare, ti preggo..
“Mandagli una foto tua in costume e, soprattutto non chiamarmi più fino a domani. Digli che si accontentasse e per quello che ci deve fare va bene, il resto ce lo mette di fantasia. Buonanotte e Dormi!”.

MMS 01,20 foto di Manu in costume con scritta.
A’mo, ti amo tanto ma non mi sento ancora pronta, ho ttnt paura. Ti mando mia ft in costume Non lasciarmi sola in qst mnd crudele, mi fido solo di te. Io sola al mnd, nessuno mi kpisce , solo tu A’mo mi vuoi TnTT BBNN Ti amo e ti penso, ti strapenso ti strasogno; sognami e io ti sogno.

La mattina non va a scuola, a pranzo si presenta a tavola con un tatuaggio sul braccio: un cuore e dentro una V.
Becca uno schiaffo dal padre e batte i piedi a terra gridando “PAPI TU NON CAPISCI GNIENTE E NON CAPIRAI MAI GNIENTE, NESSUNO MI AMA IN QUESTA CASA E NESSUNO MI CAPISCE!!!
Sta per alzarsi da tavola ma il padre le molla un altro schiaffone e la costringe a finire la minestra che lei condisce con le sue lacrime amare di unica ragazzina incompresa.

Poi fugge in camera sua, si butta sul letto e comincia a piangere. Singhiozzando chiama Vale e gli racconta tutto.
“Vale, amore mio tu solo mi ami!!! Nessuno capisce questo nostro amore fatto di attimi e di momenti magici vissuti insieme. Io ti amo tanto e sono sniff gh. Voglio-fuggire-con-te.. ehh gheee, heggee gehhee!”

Finisce la telefonata lunghissima a spese dei genitori.
SMS Vale SMS +MMS.
Foto, il fascio di rose rosse.
Testo.Apri la porta A’mo Love Love Love”

Due ore dopo la mamma sale a consolarla. Ha fatto una cazzata e se ne deve rendere conto ma i ceffoni non aggiustano niente. Si aspetta di trovarla piangente sul letto invece lei balla con lo stereo a palla.
“Manuela è arrivato questo per te” E le offre un fascio di rose rosse giunto con Interflora direttamente da Torino.
Per la seconda volta si trova coinvolta in un ampio giro di valzer e la figlia che urla la sua felicità

CADUTA LIBERA.

Manu è fidanzata e si comporta come una che sta insieme. Non fila più i ragazzi, allontana l’amico confidente autista col motorino, dà consigli alle sue amiche che si devono ancora mettere con qualcuno e …aspetta.
Aspetta le sue telefonate, i suoi SMS le sue mail e le rose.
Per qualche giorno Vale non si fa sentire. Lei si allarma e chiede consiglio nel panico a la-Franci.
Franci la dà il divieto di telefonare. “Non devi fare gniente , Lui ti chiamerà, se lo chiami tu è finita. Se chiami tu non mi cercare più che non posso più aiutarti”.

Manu passa le giornate in camera sua col cordless tra le gambe, che stringe e allenta convulse. Ogni volta che squilla grida VADO IOO e poi tratta malissimo chi la chiama.
Ha uno sfogo isterico con l’amico confidente autista che –finalmente- la manda
affanculo. Non le interessa.
Poi in uno scatto scaraventa il telefono contro la parete.

SMS: Vale, Vale, A’mo, Vale, che fai non kmi +?? Io tanto triste e innamorata, km/mi subito àmo che altrimenti mi suicido.

La frittata è fatta! Non ha il coraggio di dirlo a la-Franci.
Infatti arriva la risposta.

SMS: Manu Ns amore trpp impegnativo per me mi sento soffocare in qs rapporto trpp intenso. Ns momenti bellissimi e indimenticabili.
Sii felicie come io sono
Ti mando foto di mia nuova ragazza.
Tvb
IO e te tre metri sotto terra

MMS con la foto di una puperottola biondacon la scritta LOVE LOVE LOVE

La crisi è spaventosa. E’ in un’apnea di pianto e sta pensando a come suicidarsi. Mentre distrugge tutto in camera sua e i suoi si tengono a debita lontananza, arriva un messaggino.

SMS TESTO: Ciao Manu, sono Enrico IVF tuo N dato Stefano. Ti ho vista in corridoio. Io cotto di te. Io e te 3 Mt sopra il cielo. Io SH azzurro. Ci ved domani all’entrata.
TVTBB innamorato pazzo di te. Cotto, stracotto, fuso.

SMS Enrico, ciao, mi ricordo di te, anke tu molto carino. Bello SH preferito. IO dopo brutta storia di amore. Andiamo piano, consolami. Domani 8,20 a casa mia per scuola, abito a via vieni con SH Love Manu

Poi corre al guardaroba e sceglie cosa mettersi domani.

Tre giorni dopo le arriva questo "criptato"
testo: "I+U 4ever 6 1ca 3MSC"

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SMS SHORT MESSAGE SYSTEM



Rimane incancellabile il tatuaggio. Il padre ogni tanto che si ricorda, le molla uno schiaffo, giusto per rinnovarle la lezione e che non le venga in mente di fare la cazzata un’altra volta, e lei chiama Enrico piangendo.
Ma ha già deciso. Quando le chiederanno cosa è lei racconterà della meravigliosa storia d’amore con un ragazzogrande di Torino, finita tragicamente; lei si stava suicidando quando
SMS, Short Message System.


Col. Douglas Mortimer