domenica 31 agosto 2008

A Milano fuori dal tempo


non posso dire tutto quello che penso
non posso fare tutto quello che voglio
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo e' proprio fuori dal tempo


Mancano pochi minuti alla finale del mondiale di calcio. L’ufficio è deserto. Fuori si sta per scatenare una bufera. Producendo suoni cupi e ferrosi, il vento si insinua tra i blocchi di cemento e le enormi squame di vetro che nelle intenzioni dell’architetto avrebbero dovuto formare una grande opera d’arte. A dire il vero, gruppi di giapponesi vengono tutti i giorni a fotografare quello che ufficiosamente è noto come il mostro di via Colletta. Ma forse credono che si tratti di un grande meteorite caduto dalle profondità abissali dell’universo. Dal sottostante cantiere, cartelli penzolanti stridono e accompagnano una danza di polveri che ticchetta sui vetri opacizzati, producendo un effetto come di maracas agitate sgraziatamente. Il cielo s’ingrigisce velocemente e quel poco di luce che riusciva a infilarsi tra i palazzi svanisce. C’è un’atmosfera angosciante, come se Milano si preparasse alla fine del mondo. E invece si aspetta soltanto il fischio d’inizio di una partita di calcio. Davanti ad una birra e popcorn di ordinanza. Si sente in lontananza un gruppo di adolescenti cantare a squarciagola l’inno nazionale. Me li immagino con le mani al petto come se stessero per liberare la terra natia dal nemico invasore. E con l’orgoglio dell’eroe di professione ruttano un “vincere e vinceremo”, intercalato da un anacronistico “chi non salta un francese è”.


non posso dire solo stupide frasi
anche se per caso mi piacessero i fiori
non e' detto che io debba fare il fiorista
il questionario dei tre giorni e' proprio fuori dal tempo
i professori sono quasi tutti fuori dal tempo

Potrei già tornare a casa ma odio camminare per strada quando sta per incominciare una partita di calcio così importante per i miei concittadini patrioti. In queste occasioni moltissimi sono pronti ad imbracciare bandiere, trombette e sciarpe e a partire per una guerra di glorie ed onori. “Spezzeremo le reni alla Francia!” Già li sento. “Le baguette gliele ficcheremo su per dove so io”. E’ la sentenza che ho sentito emettere stamattina da un mastino tatuato mentre azzannava uno sfilatino scongelato dell’Esselunga.

mi piace la gente vivace, non amo chi tace e acconsente
io personalmente preferisco la gente insana di mente

Quando si approssima il fischio d’inizio nell’italiano si risveglia l’istinto garibaldino, l’innato patriottismo, la fede smodata per l’ideale di Nazione, l’orgoglio per la disfida di Barletta. E come a Barletta tredici cavalieri italiani ne sfidarono altrettanti francesi per difendere l’italico onore, ora 11 connazionali erano chiamati a tenere alta la dignità dello stivale.


non posso esternare i pensieri strani
non posso detestare liberamente
anche se a volte avrei buone ragioni

L’animale tifoso esce di fretta e furia dall’ufficio come se la moglie stesse per partorire 8 gemelli o come se il capo lo inseguisse con la spillatrice per fissarlo alla scrivania. Il milanese, il romano, il catanese si mette in macchina e inizia a travestirsi. Si passa il rossetto, che l’amichetta ha dimenticato in macchina, sulle labbra, della crema nivea sul naso e un po’ di pesto sul muso ed ecco che il tricolore è composto. Ora è pronto per scapicollarsi a casa davanti al 42 pollici, stravaccarsi sul divano coi piedi sul tavolino con tanto di ammogliati lamenti in sottofondo. Cento all’ora in 6 decimi di secondo. Via, verso la trincea! Un colpo di clacson per far scostare un vecchiaccio anarchico che ci mette più del dovuto ad attraversare la strada: “Va a scuà ul mar, vècc bacüc”. Passa di fronte al ristorante francese abbassando il finestrino e mostrando un dito della mano nell’intenzione di offendere tutti i cugini d’oltralpe, Letizia Casta compresa, urla un “ve le daremo di santa ragione, culatun”. E se la ghigna. Quasi investe un ciclista rimasto fuori dal gruppo a cui abbaia dietro un perentorio “föra di pè”. No, non sopporterei di assistere a questo insensato spettacolo. Aspetterò che la partita sia iniziata e mi godrò una Milano deserta come se fosse Ferragosto.


mi piace la gente vivace, mi piace la gente sincera
ma anche quella che mente
penso che praticamente sia bella la gente insana di mente

Esco dall’ufficio al solito orario. Ma tutto il resto è inconsueto. C’è un aria tesa, ansiosa, irrequieta. Si sta preparando una tempesta estiva di quelle che promettono di sconvolgere la terra e invece non riescono nemmeno a inumidire l’asfalto. Il cielo si dipinge in maniera disordinata, come quando in un’esercitazione antiterroristica i perplessi partecipanti si barcamenano nel tentativo di simulare il caos. Ma il caos non è modellabile, non si può prevedere, né pretendere di schematizzare, descrivere, sistematizzare. I pochi alberi che sopravvivono orgogliosi in mezzo al cemento si lasciano cullare dalle correnti impazzite. Si ha la sensazione che vogliono abbandonare le radici e lasciarsi volare nel vortice di questa pazza serata. Ho in mente l’immagine di un film in cui una tempesta tremenda faceva volare auto, persone, case. Mi sembra di vivere quella scena. Il vento mi schiaffeggia o forse mi spintona soltanto. Sono quasi solo per strada. Tutti sono rintanati nelle proprie case per sfuggire dall’imprevedibile umore dei venti e assaporare l’altrettanto imponderabile rotolare di una palla tormentata da ventidue omoni puzzolenti. Decido di confondere questi pensieri accendendo il mio i-pod.

Se non esistessero i fiori riusciresti a immaginarli?
Se non esistessero i pesci riusciresti ad immaginarli?
In altre zone di questo universo
esiste tutto cio' che io non riesco ancora ad immaginare

Proseguo a zonzo nel mistero di una Milano fantasma. Ho come quella sensazione che si ha quando si esce la mattina di casa qualche ore prima del solito: non si riconosce la città che si ha intorno. E’ strano come le persone, le cose, i negozi ad orari diversi siano così diversi! E Milano alle 6 non è la Milano delle 8 o delle 10 e men che meno quella delle 23. E io non so in che ora sono capitato. Forse ho attraversato un fuso orario che senza volerlo mi ha catapultato in una dimensione sconosciuta. Come quando si fa un lungo viaggio intercontinentale e si perde la cognizione del tempo. La prima volta che andai in Nuova Zelanda mi persi dodici ore non so bene su quale oceano. E ancora non me ne capacito! Che strano: il paninaro di Piazzale Libia è ancora aperto. Mi fermo e prendo il mio solito modenese con una moretti ghiacciata.

le stelle che riesco a vedere sono una piccola percentuale
esiste tutto cio' che io non riesco ancora ad immaginare

Consumo il mio lauto aperitivo chiacchierando un po’ col signor Mario che a quanto pare è uno degli altri pochi italiani a fregarsene del pallone. Parliamo di argomenti che non avevamo affrontato mai e che non credevo avessi mai trattato con lui. Scopro con un po’ di razzistico stupore che Mario il paninaro è uno storico provetto e mi intrattiene con infiniti racconti, leggende e miti. Mi parla delle migliaia di italiani emigrati in cerca di fortuna in Europa, America e Australia. Sembra che conosca le storie di ognuno di essi. Mi parla delle guerre d’indipendenza, di rivoluzioni, di valori che hanno animato sommosse e rivolte. Mi racconta della grandiosità dell’impero romano e delle preziose diversità che si sono sedimentate in Italia prima dell’Unità. Poi capisco cosa vuol argomentare con tutta quell’oratoria. Mi ha voluto trasmettere tutta la sua scetticità circa la valenza di 90 minuti di scalciate nel delineare la storia dell’umanità. Forse sono anche d’accordo ma mi sembra un po’ eccessivo arrivare a queste argomentazioni. Vabbé che ritengo un’idiozia star a patire per una partita di calcio; però è pur sempre un divertimento per molti. Ma che facciano quel che vogliono. In fin dei conti che male c’è a sbraitare per una palla che non vuole entrare dove dovrebbe?

sovrappensiero è arrivata una primavera
si va a un concerto e ci si perde
c'è almeno una strada che si fa sovrappensiero
tutte le ossessioni sono sovrappensiero
in fondo anche l'amore è un sovrappensiero
una canzone serve al sovrappensiero

Saluto Mario e mi reimmergo nell’ascolto delle mie canzoni. Mi piace tenere un orecchio libero. Come a non isolarmi completamente dal mondo: se qualcosa d’importante accade non me la posso perdere! E così le note si confondono con i rumori della strada: il fischio del vento, il frusciare di foglie e piccola mondezza urbana, urla di gabbiani spaesati. Una biondina s’intravede ondeggiare nel turbinio di questa sera irrequieta. Non cerca di seguire una traiettoria retta. Si lascia cullare dalle onde asciutte. Segue l’armonia della città incantata. Non contrasta la necessità del tragitto. Forse non ha una meta definita, ma assapora l’andare magicamente verso nessun luogo. Senza chiedere permesso rompe la mia solitudine e mi chiede “cosa ascolti?” Io scendo goffamente dai miei pensieri e rispondo: “cosa?” Lei prende l’auricolare libero e ascolta.


Scegli me fra i tuoi re
un vortice ci avvolgerà

ho i ricordi chiusi in te

tra due mani, le mie

sono i cieli neri che, io so non si scioglieranno più



Poi in silenzio ci incamminiamo. In una direzione che non corrispondeva a nessuna delle nostre traiettorie precedenti.


I´ve watched the stars fall silent from your eyes
I can´t believe that I believed I wished that you could see

I´m pushing an elephant up the stairs
I´m tossing up punch lines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground

In all this talk of time
Talk is fine
But I don´t want to stay around
Why can´t we pantomime, just close our eyes
And sleep sweet dreams

Me and you with wings on our feet

I´m breaking through
I´m bending spoons
I´m keeping flowers in full bloom
I´m looking for answers from the great beyond

I´m looking for answers
I´m looking for answers



For answers? Di che tipo? Tutte quelle di cui ho bisogno. Sono troppe lo so. Perché troppe sono le domande che pongo. E a volte cerco risposte a domande che ormai non ricordo più. Ma mi basta cercare le risposte; non ho la presunzione di trovarle. E nemmeno è ciò che importa. L’universo continua il suo vivere, anche se l’arbitro fischia lo scadere del tempo. E io continuerò a starmene in fuorigioco.


mi piace la gente INSANA DI MENTE

mi piace la gente in sana dimente

mi pia cela gente insana di mente

mi piace lagente insana dimente

mipia celagente INSANA DI ME nte



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martedì 15 aprile 2008

TV-SET


TV-SET


Le immagini sono nitide, i colori puliti, forti. Mostrano un interno arredato in modo moderno e confortevole, molta luce e molto lusso, poca eleganza. C’è persino un piscina.
Due ragazzi stanno litigando di brutto. Lui è goffo, vestito come un manichino della Standa, nervoso, visibilmente a disagio e molto aggressivo. Non sa cosa dice. Ma lo urla in faccia alla ragazza. Lei è appassionata e ferita, grida isterica e a volte si confonde. Non si perdona di aver ceduto alle lusinghe di un tipo così banale.
Uno schermo di enormi dimensioni riproduce questa scena in un grande teatro; ci sono molti spettatori che ascoltano attoniti e in assoluto silenzio. Al centro in piedi e di spalle al suo pubblico, una ragazza bionda bellina e con l’aria della prima della classe. E’ quella che abbiamo conosciuto tutti a scuola che, quando entrava il Prof e qualcuno gli buttava addosso la solita pallina di carta, lei si alzava in piedi e diceva. “Io lo so chi è stato Prof !”. E indicava col braccio teso e il ditino indice talmente puntato da creare un arco verso l’alto. Poi sedeva,senza poggiare la schiena, e un sorriso compiaciuto si disegnava partendo dal mento volitivo e cattivo. Prendeva tutti dieci e a fine scuola scappava subito dal fidanzato con moto, senza filare nessuno. Era la più bellina e tu ci morivi dietro e le perdonavi sempre tutto.
Adesso è lì attenta e contenta. Lo show will go on e lei continuerà ad essere la presentatrice del programma di grande audience.
La tensione sale ma non si rompe mai. Quando è all’apoteosi, alla base degli schermi piatti degli Italiani appare una sovrimpressione: “Questa lite è offerta da _ _ _ _” nota marca di frullatori per uso domestico.

Un giovane uomo entra recando un gran mazzo di rose rosse che offre alla presentatrice. Prima ne sottrae una: “E’ per la mia fidanzata, se dovesse tornare le regalerò, avanti a tutti gli italiani, questa unica rosa”.
La presentatrice, passata la quarantina ma ancora bella e con un seno così grosso che mai si è potuta vedere le scarpe, accetta compiaciuta di tanta cavalleria.
Quindi siedono su un divano e lui fa pubblica ammenda, per il piacere di tutta la Nazione, dei suoi tradimenti e dei suoi peccati. La presentatrice diventa psicoterapeuta e incita, attenta e benevola il giovane a scavare più nel profondo nella sua intimità, nel suo stesso interesse. “Tanto –e qui strizza l’occhio alla telecamera-, siamo tra di noi”.
Lui registra un messaggio e un tipo, partito su un gran caravan, si reca all’indirizzo della ragazza.
Lei non lo aspetta, però poi lui trova il parcheggio proprio sotto casa, il cancello il portoncino e la porta aperta, il caffé pronto, tutti abbigliati elegantemente e la ragazza appena uscita, per uno strano caso, dal parrucchiere e dall’estetista.
Un po’ smarrita e completamente nel pallone, scende nel camper. .
Loro mostrano a Lei un video inciso dal suo ex,. Lei mostra a Loro una Gransorpresa !!
Nel video il giovane parla dei suoi errori e le fa promesse dannunziane raccontandole delle onde del mare che sono tante quante le sue parole d’amore più una che sono loro due che volano verso un orizzonte con un sole giallo al tramonto.
Poi il sole cambia e nel disco giallo appare un cerchio rosso con la scritta CocaCola.
L’immagine torna in studio dove lui attende con l’ultima rosa-ultima onda da porgerle appena si aprirà la porta e lei apparirà. Lui le correrà incontro e la abbraccerà. L’Italia quella sera andrà a letto con il cuore leggero.
Cucina italiana, una sola fettina da dividere in due, mezza bottiglia di vino sfuso e un po’ di pane. Patatine fritte in bustina, lui e lei guardano la televisione e fanno pronostici.
La porta si apre lei non c’è. La presentatrice con le tette grosse, visibilmente commossa, gli prende la mano e gli dice parole consolatorie. La telecamera stringe su di lui. Il mento gli trema, allora il primo piano si allarga, poi passa agli occhi. Le prime lacrime cadenti dai suoi occhi. Primo piano feroce. Assoluto.
Alla base degli schermi piatti degli Italiani appare una sovrimpressione: “Questa immagine è offerta da _ _ _ _” nota marca di frullatori per uso domestico.


Le immagini sono nitide. Mostrano l’interno di una basilica di paese. Un padre piange inconsolabile sulle bare dei suoi figli. Nel momento in cui si stende su una di esse, scoppiano mille flash.
Poi siede vicino alla sua compagna, si ricompone e rimane assorto nei suoi pensieri. Impassibile.
La telecamera stringe su di lui, sulla sua faccia, in cerca di una emozione da rubare e regalare agli Italiani. Stringe, cerca di insinuarsi al di sotto degli occhiali scuri. Se prenderà una lacrima, un solo occhio rosso dell’uomo, il cameraman avrà fatto bingo!
Dallo studio osservano e commentano. Il signore, poco tempo prima era stato additato come il Mostro d’Italia, ed ha subito profonde ingiustizie.
Nello studio mancano due figure fondamentali. La moglie di un ex calciatore e una ex DJ donna, un tempo abbastanza bona, adesso un cesso da fare spavento. Forse per questo si veste come una sciamana indiana. Sono due opinioniste. Hanno sparso veleno per giorni sul quel signore, compiaciute come la biondina del programma televisivo ed hanno insegnato a tutti gli Italiani cosa sentire, come pensare e che atteggiamento prendere nei confronti di una terribile tragedia che è diventata proprietà della televisione.
Adesso sono assenti, sommerse dalla montagna di fango che è uscita dalle loro bocche.

Un cronista corre per una strada facendo segno alla telecamera di seguirlo. Poi citofona e poggia il microfono sul ricevitore.
La voce risponde e lui chiede. “Signora, Signora, ci dica: Cosa si prova a vivere una tragedia così? Cosa vuole dire a tutti gli Italiani che la stanno ascoltando?”
CLIK.
Diritto di cronaca.


In un seguitissimo programma televisivo di orario serale si diffonde cultura, conoscenza, dibattimento e sapere.
Ed è così –come è convinto Mike Buongiorno- che gli Italiani
Il lunedì ascoltano le peripezie del fotografo di successo che viaggia su auto di lusso spendendo soldi falsi; ma è un Italiano Superiore e può andare a vantarsene in televisione.
Il martedì si commuovono alla storia della ragazza giovane e bella uccisa nella città universitaria e si interrogano se un ragazzo, altrettanto giovane e bello, possa essere definito Mostro.
Il mercoledì ridono di tenerezza ai complessi giri mentali della ragazza che non è una presentatrice, non è una scrittrice né un’attrice, non è una modella e nemmeno un’atleta ma ha una serata dedicata solo perché giovane e carina. Professione: oca.
Il giovedì, con una fettina divisa in due e il solito sacchetto di patatine, partecipano con simpatia ed antipatia fisica, ai dibattimenti politici, dove uomini ben vestiti e con i gemelli ai polsi parlano di Italiani che non arrivano al giorno 15, promettono di impegnarsi se riceveranno il voto per puro altruismo e solo negli interessi degli Italiani a creare per loro un mondo migliore:
niente tasse, mille Euro per ogni nascita, l’auto nuova e metallizzata per tutti.
Il venerdì ridono e si divertono alle gag degli attori del prossimo film di Natale che andranno a vedere tutti insieme il sabato.



L’immagine è in bianco e nero, sbiadita. Si vede l’interno di una casa arredata in modo spartano. Solo mobili essenziali, niente quadri, niente soprammobili.
Un uomo di circa quarant’anni è in piedi avanti ad un televisiore.
L’apparecchio è di tipo vecchio, anni ’50 ma grandissimo, prende tutta la parete. Per una strana magia, la televisione riprende ogni angolo della casa e l’uomo, come tutti i suoi concittadini, è costantemente seguito e spiato. Il suo Paese si chiama Oceania, e comprende quasi tutta l’Europa occidentale.
Sullo schermo il volto di un gigante dalla faccia affilata, i capelli lisci ed i baffetti. Ha lo sguardo fisso su di lui e, per un prodigio della ripresa, ovunque vai, la fissità dello sguardo ti segue.
Alla base dello schermo tre righe:

LA GUERRA è PACE
LA LIBERTA’ è SCHIAVITU’
L’IGNORANZA è FORZA


Poi l’immagine sullo schermo cambia ed appare una donna giunonica in tuta da ginnastica.
“Al mio via chinatevi e toccatevi la punta dei piedi. Chiunque al di sotto dei quarantacinque anni può toccarsi la punta dei piedi”.
Tutta la popolazione adulta di Oceania (decine di milioni di persone) in quel momento è avanti al televisore pronta ad eseguire quell’esercizio.
Al via Winston scende rapido verso terra, ma sente un feroce strappo alla schiena, quindi rallenta un poco lo scatto, curando di non far trapelare nulla; tanto sono milioni….
La voce che conta marziale si interrompe.
Smith” strillò la voce bisbetica dal teleschermo, “6079 Smith W! Si, proprio voi! Più basso prego! Potete fare meglio di così. Non vi sforzate abbastanza. Più basso, prego! Così va meglio, camerata!
Adesso riposo tutta la squadra e guardate a me!”
Un improvviso sudore bollente era uscito dai pori di tutto il corpo di Wiinston. Il suo volto era impenetrabile. Non tradire mai la paura! Un minimo cenno dell’occhio avrebbe potuto perderlo.
Guardò la maestra di ginnastica che levava le braccia al di sopra della testa - non si può dire con grazia ma di certo con grande correttezza- si piegava e poggiava la prima falange delle dita delle mani sotto quelle dei piedi. …




ATTENZIONE! ATTENZIONE! ATTENZIONE!
Il Grande Fratello Ti Guarda.!!

L’ Italia sul 2
Buon pomeriggio
Ricomincio da qui
Sipario
TG4
Matrix
Porta a Porta (come i rifiuti di Massa Lubresnse)
Il Grande Fratello
X Factor
L’isola dei famosi
Amici
Uomini e donne
Maurizio Costanzo Show che doveva finire per sempre poi è ricominciato poi deve finire poi ricomincerà
Forus
La Squadra
La Nuova Squadra
Carabinieri 1 2 3 4 5 6 7
Distretto di Polizia 1 2 3 4 5
Novella 2000
Dive e donne
Grazia
Il Giornale di Napoli
Il Roma
Il Giornale
Il tempo
Il Mattino
La Repubblica
Don Matteo
Centovetrine
Capri
I cartelloni pubblicitari
I libri di Vespa e Andreotti,
Zelig
Il comico di Zelig che dice una battuta e fa un film e scrive un libro
La gente che ci va a vederlo
La gente che parla come Zelig
La rabbia contro i Rom perché una di loro ha tentato di rapire una bambina; come se in Scandinavia un italiano tenta una rapina allora gli scandinavi buttano una bomba al Naplan ma grandissima e a forma di Italia
I fascisti che aggrediscono gli studenti e il sindaco di Roma parla di rissa. Ma non usa più il termine “vile aggressione?”
Le canzoni di Tiziano ferro
I film di Vanzina
Il cittadino che se protesta rischia 5 anni di galera e se smaltisce 60 camion di polvere di spezzamento non gli succede niente.
I film americani dove i buoni (i poliziotti) anche se usano metodi violenti sono sempre i buoni e vincono sempre
L’eredità
Il milionario
I programmi d’assalto e i cronisti d’assalto
La subrettina che non sa parlare italiano però va ad intervistare i politici a Montecitorio.
Le Iene
Il telefilm delle 8 dove i poliziotti autostradali per inseguire Il Cattivo provocano spettacolari incidenti. Ma non c’è la patente a punti?
Il cane intelligente
Rita dalla Chiesa, Marta Flavi, Enrica Bonaccorti, Maria de Filippi, Ornella Vanoni (la neomelodica di Milano), Manuela Foliero e tutte le brave signore salottiere d’Italia
La DJ allo sfascio che fa la opinionista
La moglie dell’ex calciatore che fa l’opinionista
La signora esperta di BonTON che fa l’opinionista
Il decadimento mentale di Serena Dandini


Non sono ottimista



TV-SET di Col Douglas Mortimer

LISBON STORY recensione


Lisbon Story

Titolo originale: Lisbon Story Regia: Wim Wenders
Anno: 1995 Nazione: Portogallo/Germania Produzione: Mikado
Durata: 105'

Ricardo Colares Joel Ferreira Madredeus Rudiger Vogler Teresa Salgueiro (Madredeus)
Manoel de Oliveira Patrick Bauchau Sofia Benard de Costa



E’ la storia di Philip Winter, tecnico del suono tedesco che parte per Lisbona con la sua vecchia Citroen carica di “strumenti sonori” tra i più stravaganti.
Attraversa tre dogane e altrettanti Paesi fino a giungere –con l’auto ormai fusa- all’appartamento del suo amico Frederich, regista che sta tentando uno strambo documentario muto e in bianconero e che lo ha chiamato per realizzarne i suoni.
Non lo trova ma, in casa sua, incontra un gruppo di ragazzini, anche loro con la passione del cinema, che lo seguono con le loro handycam e riprendono i suoi primi passi in una Lisbona a lui sconosciuta ma che lo affascina e lo rapisce.

Philip, brutto, buffo, caricaturale, ma dotato di una forte autoironia e una bella voce, esce con le sue attrezzature strampalate per “catturare” i suoni della città e, seguendolo, noi iniziamo un viaggio in verticale, sempre più profondo nel rumore forte, discontinuo e scollegato e nel colore acceso e passionale di una delle più affascinanti città d’Europa.
Incontrerà il quintetto Madredeus e la loro sensuale cantante Teresa, di cui si innamorerà e, attraverso di lui, noi verremo a conoscenza di una delle più belle voci femminili portoghesi, che dà a questo film una connotazione precisa nel ricordo di chi lo ha visto.
Troverà, infine l’amico e, insieme proveranno a realizzare il progetto di Frederick.
Un documentario sulle immagini mai viste.
Ma come fai a creare un film di immagini “vergini”, cioè mai osservate da occhio umano, quando nel momento stesso che le riprendi quelle immagini le stai vedendo?
Come molti altri, anche questo film si risolve nella divertente scena finale dove si vedono due tipi di mezza età e sicuramente un po’ matti, uno con un microfono enorme ad asta che sembra un cartone animato, l’altro con una cinepresa a manovella, affacciati al finestrino di un tram che riprendono immagini e suoni che neanche loro hanno visto o sentito.

Un film leggero, un viaggio da turista anomalo in una singolare città europea, molto simile a Napoli, un piccolo dono al cinema nella ricorrenza del suo centenario (con omaggi a Fernando Pessoa e a Manoel de Oliveira, classe 1908, che si permette un'entrata charlottiana), una riflessione sui rapporti tra immagine e suono, pellicola e video, verità e menzogna, sull'opposizione tra cinema americano (delle storie) e cinema europeo (dello sguardo).

L’effetto comico è affidato ad alcune sequenze, quasi sempre senza parole (la bucatura della ruota, la scena del moscone…) ed alla maschera quasi immutabile del volto del protagonista.

In Italia è stata molto apprezzata la colonna sonora –che ha avuto una sua evoluzione a parte con un boom di vendite di cassette e cd - e che nel film è un po’ troppo caricata.

SOSTIENE PEREIRA recensione


SOSTIENE PEREIRA

Un film di Roberto Faenza.
Con Marcello Mastroianni, Stefano Dionisi, Daniel Auteuil, Nicoletta Braschi, Marthe Keller, Teresa Madruga, Nicolau Breyner.
Musiche Ennio Morricone
Genere Drammatico, colore 104 minuti. – Produzione Italia, Francia 1995.
Nella Lisbona del 1938, sotto la cappa del fascismo salazariano, un anziano giornalista culturale con la passione dei necrologi di scrittori illustri.
Sostiene Pereira, che i necrologi bisogna prepararseli prima perché quando poi il personaggio muore il suo giornale è già pronto con l’articolo di lode che ne descrive la vita e le gesta.
Sostiene Pereira, che non bisogna dar troppo peso alle cose che gli accadono intorno e mantenersi informati ma in maniera discreta, magari ascoltando le cronache degli eventi attraverso il filtro dei racconti di Manuel, il giovane cameriere del bar dove va ogni giorno a prendere solo limonata. E molto zucchero.
E Pereira sostiene ancora che la sua non è un’epoca buona ma che un semplice traduttore dal francese di un giornale al soldo del regime non ha le capacità di fare molto.
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Il Sig. Pereira è un vecchio giornalista, confinato in una stanzetta che funge anche da studio e ufficio, con un pigro ventilatore che funziona solo se stimolato da un spinta esterna (metafora della sua stessa vita) e con una portinaia che lo spia. E’ solo e l’unica compagnia che gli rimane è la foto della sua anziana moglie con la quale parla in modo confidenziale ed ossessivo (ma molto dolce) per tutta la durata del film. Le sua convinzioni, la sua mitezza, l’organizzazione del suo lavoro, le limonate e la dieta alla quale decide di sottomettersi per perdere qualche chilo, sono il luogo dove si rifugia per cercare di sottrarsi a quel “Brutto Mondo” nel quale è costretto a vivere.
La comparsa di Monteiro Rossi, un giovane con idee sovversive che gli chiede insistentemente di insegnargli il mestiere del giornalista e della sua compagna Marta, scuote e rompe le sue barriere difensive. Il ragazzo, racconta alla moglie parlando al suo ritratto, gli ricorda il figlio. E’ un giovane senza futuro (e qui sorride e gli trema la voce) al quale lui non riesce a non affezionarsi. Quindi, un poco in ombra, segue il suo inserirsi nella lotta partigiana fino a vederlo divenire un rifugiato politico.
La sua anima dominante vuole mantenersi estranea agli episodi che accadono a quel giovane e alla sua compagna Marta, ma una nuova anima sta combattendo per prendere il posto della precedente nella “Congregazione delle Anime” che governano la sua vita. E’ un medico francese dal quale si reca per una cura dimagrante a suggerirgli questa teoria che è la chiave, il punto di partenza, e il nucleo al tempo stesso di tutta la storia.
“L’uomo è governato non da una sola anima ma bensì da un’intera congregazione di anime, sotto il dominio di una anima dominante. Che ne determina il carattere. Accade a volte che una di queste non accetta di essere dominata e inizia una lotta per il predominio. Questo è il periodo della confusione e del travaglio, che continuerà fino a quando una nuova anima si sarà insediata al posto della prima e nascerà così l’Uomo Nuovo, o rinnovato”.

Tutto il film è la preparazione a questo rinnovamento.
Pereira è un mite anziano giornalista, ma qualcosa lo tormenta. Allora lui si rifugia nei sui riti e lotta con sé stesso affinché questo cambiamento non avvenga o almeno avvenga il più tardi possibile. Ma la nuova anima all’interno della congregazione già sta lottando, e allora quando incontra il giovane Monteiro, lui è già pronto ad accoglierlo ed a seguirne affettuosamente il percorso. Lui entrerà nella resistenza poi in clandestinità ed è lo stesso Pereira che –attraverso di lui- farà quella strada. Il ragazzo è l’anima nuova che lotta dentro di lui e che pian piano si farà strada per prendere il sopravvento. Sarà l’uccisione del giovane in modo brutale, a casa sua che aprirà le porte al cambiamento. Lui denuncerà i soprusi del fascismo salazariano, indicherà dove trovare il corpo del povero Monteiro (sul letto di casa sua) poi, metterà le sole cose che gli serviranno in valigia , poi chiuderà la porta andando verso una vita nuova, che nemmeno lui conosce.
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Nella scena finale si vede un uomo che chiude la porta, poi la riapre, prende il ritratto della moglie e le dice con il sorriso bellissimo pieno di bonaria ironia che era solo di Mastroianni: “Sciocchina, che credevi che non ti portavo con me?”
Esce per la strada ed è leggero, vestito di banco, con la giacca buttata sulle spalle. Cammina sorridente, libero. Tutte le abitudini dentro le quali si nascondeva, lasciate a casa. No. Non tutte. Anche nel cambiamento più radicale bisogna che ci sia un elemento di continuità. La foto di tua moglie con la quale continui a parlare come se fosse lì, presente, a sentirti e a risponderti.

Un bellissimo film, dal quale si percepisce che qualcosa sta per accadere... Non accade. Senti un qualcosa, che scuoterà il protagonista… Niente. Tutto avverrà nel finale, tutto il film è una preparazione per i pochi fotogrammi conclusivi. Quando avvenuto il cambiamento, l’Uomo Nuovo camminerà verso un futuro luminoso anche se sicuramente incerto, ma luminoso perché luminoso sarà lui.
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Una delle ultime apparizioni cinematografiche di Mastroianni, al qual già tremano le mani, forse anche per questo più bella. Lui è lì, dolce e mite, impaurito del suo stesso divenire, eppure, quando la forza delle cose si mostra con tutta la brutalità, è proprio in quel momento che lui è più sereno. Ha smesso di combattere ed è diventato un giovanotto, leggero, bianco, allegro e bello.
E così, forse, dovremmo immaginarcelo adesso.
Una bellissima colonna sonora che sale progressivamente, lascia immaginare il tema ma non esplode mai se non alla scena finale dove musica ed immagini finalmente si comporranno in una melodiosa armonia danzata da un uomo grasso sulla cadenza di passo leggero.
Molto bella la voce narrante che ripente incessantemente “Sostiene Pereira” “Sostiene Pereira” in modo cadenzato, quasi ipnotico. Mediocre la recitazione degli altri attori (in special modo quella di Nicoletta Braschi) non all’altezza del protagonista.

Col. Douglas Mortimer

lunedì 28 gennaio 2008

LA FAVOLAMAGICASETTE


LAFAVOLAMAGICASETTE

In un villaggio di un luogo imprecisato dell’Europa orientale e in un altrettanto imprecisato tempo, ma molti secoli sono ormai passati, il rabbino, essendosi fatto vecchio pensava alla sua sostituzione.
Fu così che si isolò nel bosco per sette giorni e altrettante notti aspettando che l’ispirazione venisse a visitarlo. Alla fine del periodo di meditazione tornò allo Shtelt tutto felice, correndo e agitando le braccia.
“Ho trovato la soluzione! Riunite tutta la comunità che ho qualcosa da dirvi!”
Quando tutta la cittadinanza fu adunata nella unica piazza, avanti alla Sinagoga, il Rabbi così si espresse:
“Cari amici, mi sto facendo vecchio e sarei felice di morire sapendo chi prenderà il mio posto.
Per diventare il capo di questo popolo bisogna essere saggi e per essere saggi bisogna avere la conoscenza.
Per avere la conoscenza non deve mancare la memoria e siccome la memoria, più è lunga e più genera conoscenza quindi saggezza, decido che chi di voi mi mostrerà di avere la memoria più remota sarà designato a divenire Rabbi e quindi capo di questo villaggio”. ?!
“Chiunque si potrà presentare a sostenere la prova”.

I poveri ebrei si battevano i pugni in testa, si tiravano i ricci e la barba andando alla ricerca di un fatto remoto da raccontare al loro capo-villaggio per dimostrare di essere degni della successione.
Alla fine, nel giorno stabilito, si presentarono alle porte della Sinagoga sei tra i più anziani –quindi saggi- provenienti dai villaggi vicini e un ragazzo.
Il Rabbi li guardò a lungo e alla fine disse loro: - Tornate tra sette giorni e raccontatemi la cosa più remota che vi ricordate. Poi tornerete tra sette altri giorni e mi direte perché è la più vecchia-.

Si sciolse l’assemblea e ognuno corse a riferire al suo rabbino (ogni villaggio ne possiede uno) e a chiedere consiglio. L’unico che non potè farlo fu il ragazzo. Già l’altro suo concorrente si era rivolto al Rabbi del suo Shtelt e si sa: su una materia lui si può esprimere una volta sola.
Tornò alla sua casetta nel bosco e si affacciò triste alla finestra.
“Mio Dio, in che guaio mi sono cacciato! E adesso cosa gli dico tra una settimana? Gli altri sono tutti più vecchi e inoltre hanno l’aiuto dei saggi dei loro villaggi. Ma, se non dico qualcosa finisco che, non solo non divento il governatore ma addirittura finirò per essere lo scemo del villaggio…”.
Proprio in quell’istante passò Shloyme, il pazzo e lo salutò: “Perché piangi Yulke? Che ti succede?” “Lasciami perdere Shloyme, manchi solo tu..”
Passarono i giorni. Nelle case si vedevano uomini anziani seguiti da altri uomini anziani passeggiare intorno al tavolo da pranzo massaggiandosi le barbe, poi sedevano e consultavano grandi libri. Un uomo dietro a uno scanno parlava loro ininterrottamente. Sette giorni e sette notti, senza mai fermarsi.
L’ultima notte Yulke era alla finestra come al solito e , come al solito passò allegro Shloyme, salutandolo. Ma questa volta aggiunse. Fammi entrare; tu sai che non si può negare l’opsitalità e la carità a un mendicante. Fammi entrare dammi pane, formaggio e vino. Quindi sedette e mangiò e soprattutto bevve. Poi finalmente parlò con il ragazzo che per sette giorni e sette notti non aveva né mangiato né dormito e neanche questa volta fece eccezione.
“I vecchi saggi andranno domani dal Rabbi e gli diranno qualcosa, tu gli darai questo foglietto ma solo se mi prometti che quando ti recherai per la seconda volta gli passerai questi altri due. Tu promettimi questo e io ti prometto che sarai tu il successore”.
E’ scemo, pensò Shloyme. Ma accettò; almeno porto qualcosa.


Il giorno successivo nella piazza della Sinagoga c’era tanta gente.
Arrivarono tutti e si allinearono avanti alla poltrona del Rabbi.
Il primo disse: “Mi ricordo del giorno in cui la mela fu tagliata dal ramo”.
Grandi mormorii di approvazione; ecco un ricordo remoto!
Il secondo anziano: “Ecco un racconto che risale assai indietro nel passato. Io mi ricordo del giorno in cui ciò accadde, come pure della candela che ardeva”.
Ooohhh! Tutti furono d’accordo che quella era una storia ancora più vecchia.
Il terzo: “Io mi ricordo del giorno in cui il frutto si mise a crescere per la prima volta. Infatti, in quel momento il frutto cominciava a prendere forma”.
OOOooohh! Ecco una storia ancora più antica.
Ma il quarto meravigliò tutti coi suoi ricordi. “Io mi ricordo il giorno in cui i semi dovevano essere messi nel frutto e mi ricordo il saggio che concepì il seme, e mi ricordo il gusto che aveva il frutto prima ancora che il gusto entrasse nel frutto”.
Tutti gli ebrei salutarono il nuovo Rabbi, girando in tondo e saltando sui due piedi e battendo le mani. Stavano per arrivare i paesani con gli strumenti musicali per fare festa quando
Il quinto –furbo disse-: “Io mi ricordo l’odore che aveva il frutto prima ancora che l’odore entrasse nel frutto”.
Nacque una disputa su chi dei due avesse il ricordo più remoto e, mentre si prendevano a capelli e si tiravano le barbe e i riccioli intervenne l’ultimo anziano.
Il vecchio rabino era stato per tutto il tempo immobile sorridendo compiaciuto della grande saggezza del suo popolo.
Sesto anziano: “Io mi ricordo dell’apparenza del frutto ancor prima che esso fosse visibile e ero ancora bambino”.
Ecco il nuovo rabbino!! Finalmente possiamo fare festa e mentre si preparavano i banchetti nella piazza e si iniziavano a suonare flauti fisarmoniche e violini…

Il ragazzo si avvicinò al capo-villaggio e gli prose un foglietto, poi timidamente si pose nell’angolo più nascosto della piazza.
Legge il foglio, si alza, solleva le mani. Il popolo tace.
Ecco l’ultimo ricordo: “Io mi ricordo di tutte queste cose e mi ricordo ugualmente della cosa che è il Nulla”.
Rimasero tutti a bocca aperta. Immobili. Fulminati.
Il più giovane, un ragazzo. Neanche lo avevano notato….

“E adesso tornate ai vostri villaggi, pensate bene, consultatevi coi vostri saggi.
Avete sette giorni e sette notti. Allo scadere del tempo mi direte il significato dei vostri ricordi”.
Si allontanarono tutti battendosi in testa e lamentandosi hoihoihoihoi e corsero dalle loro guide. Li vedremo per sette giorni e sette notti girare intorno al tavolo della cucina massaggiandosi la barba e strappandosi i ricci inseguiti da oscure figure con grandi libri in mano.

Shloyme si pose alla finestra in attesa di Yulke. Ma non apparve. Per sette notti invece la sua finestra si trasformava in uno schermo e in questo apparivano le immagini delle case del villaggio, famiglie con i loro disagi, la miseria, la povertà, le speranze e la malattia, i timori, le nascite, le morti. I fidanzamenti, i corteggiamenti, i matrimoni. Gli amori infelici. Insomma Shloyme per sette giorni e sette notti ebbe la visione del suo villaggio e dei patimenti del suo popolo. Adesso sapeva che cosa avrebbe fatto se fosse diventato Rabbi.
Un’ora prima dell’incontro, lo scemo apparve. Era allegro e volle pane formaggio e vino. Per 49 minuti (7x7) mangiò, bevve e rise da solo. Poi dette al ragazzo due foglietti e gli ricordò la promessa.
“Va bene ma dimmi una cosa. Come mai sei così allegro tu che sei il più povero, il più idiota, non hai una donna, non hai un amico “
“Ma io rido perché sono pazzo e poi non sarà sempre così. Le cose cambiano”.


Piazza, festa, banchetti musica e, soprattutto
Risposte.
Spiegazioni. Ecco la prima.

Primo anziano.
“Io ricordo il giorno in cui la mela fu tagliata dall’albero, ricordo il momento della mia nascita. Quando fu tagliato il cordone ombelicale”.
E si mise da parte sperando che gli altri non avessero spiegazioni. In quel caso avrebbe vinto lui.

Secondo anziano:
“La candela che ardeva era il bambino nel ventre di sua madre, poiché sta scritto nella Gemarà che nel momento in cui il bambino si trova nel ventre della madre una candela brilla sulla sua testa e lui sa tutto”.
Terzo anziano:
“Io ricordo il momento in cui il frutto si è messo a crescere. Ricordo il momento in cui le braccia e le gambe si sono formate nel grembo di mia madre”.
Quarto anziano:
“Io ricordo il momento in cui il seme doveva essere seminato, ricordo il momento del mio stesso concepimento”.
Quinto anziano:
“La saggezza creatrice del seme rappresenta il momento in cui il mio concepimento era solo un’idea”.
Ma il sesto disse:
“Il gusto anteriore al frutto è il ricordo dell’Essere. L’odore è lo Spirito, la visione è l’Anima.

E tutti salutarono in lui l’uomo saggio che li avrebbe guidati. Ma nel mezzo dei festeggiamenti il ragazzo si avvicinò al Rabbì e gli pose due biglietti dandogli istruzioni.
Fu così che per la seconda volta il vecchio si alzò allungò le braccia e stabilì il silenzo.
Le parole che il popolo udì furono queste.

“Il ragazzo ricorda il Nulla. Ricorda ciò che fu prima dell’Essere, prima dello Spirito, prima dell’Anima. Ricorda la Vita che aleggia sulla soglia dell’Eternità”.
Nella Gemerà è scritto. Il bambino nel ventre della mamma sa tutto e una candela brilla sulla sua testa. Quando nasce passa un Angelo, lo sfiora con le sue ali e immediatamente il bambino dimentica tutto. Passerà il resto della sua vita a ricordare.
In verità il più giovane di noi è quello che ha la memoria più remota perché più vicino al momento del suo concepimento. L’essere che ha memoria più antica è il bambino in fasce. Fin tanto che la sua memoria primordiale non sarà del tutto cancellata lui non potrà parlare. Nei suoi occhi leggiamo l’Infinito”.

Poi aprì il secondo biglietto e lesse ad alta voce:
“Io, Shloyme, sarò rabbino,
i sei anziani formeranno il mio Consiglio e,
poiché il numero della saggezza è sette
Yulke, lo scemo del villaggio, sarà il Primo Ministro”.

Favoletta ispirata alla tradizione ebraica raccolta ne Ben Zimet I racconti dello Yiddishland


Col. Douglas Mortimer

giovedì 24 gennaio 2008

RECENSIONE TRAIN DE VIE FILM

L’ OMBELICO DEL MONDO

Tutto il mondo si mantiene in equilibrio su una sola città.
Tutta la città è amministrata da una sola casa.
Tutta la casa si compone di una sola camera.
Nella camera c’ è un solo uomo,
è ebreo, è klezmita, è solo

.……e ride come un pazzo…….



Train de vie - Un treno per vivere

(Train de vie)
Un film di Radu Mihaileanu.
Con Agathe De La Fontaine, Lionel Abelanski, Rufus, Clément Harari, Marie José Nat, Bruno Abraham-Kremer, Michel Muller, Johan Leysen.
Genere Commedia,
colore
103 minuti.
Produzione Francia, Belgio, Romania, Germania 1998.

Anno 1941, Europa

Uno Shtelt, piccolissimo villaggio ebraico, dell'Europa centrale -romeno- quasi autarchico, retto da un Rabbi e sotto la guida spirituale di uno Schlomo, lo scemo il pazzo-del-villaggio, una figura tipica: “lo scemo del villaggio salverà il mondo”.
Dall’altra parte; la Grande Germania, un popolo improvvisamente impazzito, alla caccia dei “pericolosissimi Nemici della nazione” e sotto la guida di un certo Hitler, il pazzo del villaggio mondiale.

Stanno ormai per giungere.
Che fare?
Il matto ha un'idea: mettere insieme il denaro sufficiente per “costruire” un treno, travestirsi da nazisti e da deportati e tentare così di passare le linee.
Tutti gli abitanti dello shtelt prendono parte alla messa in scena: si comprano carrozze e locomotiva al mercato, si elegge comandante in capo, il saggio Mordechai (Rufus), si cuciono su misura le divise degli aguzzini.
L'impresa ha inizio tra consensi e dissensi (nasce persino un'agguerrita cellula comunista).
Si beffano i nazisti, si disorientano i partigiani, ci si incontra (sul piano umano) e ci si scontra (su quello musicale) con gli zingari.
Finché si giunge in una terra di nessuno. Ed è l'occasione per vivere, nonostante tutto
Ma sarà proprio così?

Film del romeno Mihaileanu, è una tragicommedia di viaggio sotto la triplice insegna dell'umorismo yiddish (condito di una grottesca ironia critica verso gli stessi ebrei, i tedeschi, i comunisti), di una sana energia narrativa e di un ritmo di trascinante allegria cui molto contribuisce Goran Bregovic, che attinge alla musica klezmer ebraica dell'Europa orientale.
Esilaranti intermezzi comici, struggenti incontri d'amore, attimi di esistenza purtroppo destinati a essere bruciati per sempre.
Mihaileanu gira un film che mescola ironia e profonda conoscenza della cultura ebraica, perché ha una musica travolgente e una dimensione poetica, incarnata in Schlomo (L. Abelanski), lo scemo del viaggio che funge da narratore.
L'inquadratura finale può essere la chiave di lettura a ritroso.


Dialoghi italiani di Moni Ovadia.
Premio Fipresci a Venezia 1998.
Premio del pubblico al Sundance Festival
David di Donatello per il film straniero.




Uno shtelt; LA CITTA’ DI KHELM
La città di Khelm in Polonia è nota da sempre per i suoi Khelmer Narunim, gli sciocchi che si credono saggi. – In tutta la Polonia soltanto la città di Khelm era dotata di un Gran Consiglio dei Grandi Saggi formato dai sette membri più anziani, più barbuti e più saggi della comunità.
Perché avessero più peso, le loro decisioni venivano prese solo al termine di sette giorni e sette notti di intensa riflessione, quando ciascuno dei sette saggi si metteva una mano sulla fronte e con l’altra si afferrava la barba, canticchiando una canzoncina khelmita”.

LA RICONCILIAZIONE:
“La vigilia di Yom Kippur (il giorno dell’espiazione) due dei maggiori saggi di Khelm, che si erano urtati qualche tempo prima, si incontrarono all’entrata della sinagoga.
-Eh si- disse il primo saggio – sono quasi due anni che ci siamo urtati per niente. Oggi è la vigilia di Yom Kippur, approfittiamone per riconciliarci-.
-Volentieri- rispose l’altro.
I due saggi si strinsero a lungo la mano e, come vuole la tradizione per questo periodo, formularono dei voti.
- Ti auguro felicità e salute-, disse il primo saggio.
- Anch’io ti auguro tutto ciò che tu mi auguri-, disse il secondo.
Improvvisamente furioso il primo saggio esclamò: Ecco, ricominci-“.

CHI E’ IL PADRONE DI CASA:
C’era una volta a Khelm, un saggio che aveva sposato una megera. La moglie si prendeva gioco di lui tutto il santo giorno.
Una volta che alcune sue amiche erano venute a trovarla ella volle dimostrare a loro fino a che punto dominasse suo marito.
-Shemil- urlò- vai sotto al tavolo!-
Senza una parola il saggio si accucciò e scivolò sotto al tavolo.
- E ora vieni fuori!- gli ordinò sua moglie.
- No! Mille volte no! Non esco! – replicò secco il saggio. –Vedrai chi comanda qui!!!-


Da Ben Zimet: I racconti dello Hiddishland.



Col. Douglas Mortimer

RECENSIONE; IL SOLE E LO STAGNO LIBRO



IL SOLE E LO STAGNO
di Vicenzo Aiello.
Editrice Con-Fine. www.con-fine.com
Pgg. 64
Prezzo Euro 7.70
Reperibilità: Libreria L’indice di Luigi de Rosa Piano di Sorrento

Dello stesso Autore: Il nervo dell’odio per la casa editrice www.centoautori.it


Un viaggio nella provincia atipica del Sud Italia. La Penisola Sorrentina.
Tonino e Ubaldo, con lavori precari, deisderosi di contatti e di incontri stimolanti sia dal punto di vista culturale che da quello sentimentale o -più semplicemente umano- sono in continuo movimento entro il perimetro (tutto sommato angusto) della città di Sorrento e dei comuni limitrofi. Si muovono in un costante stato si insoddisfazione tra centri parrocchiali e movimenti giovanili ed ecologisti che non hanno forza né voglia di provare a fermare la continua espansione per creare posti letto nel tentativo di far entrare nella propria struttura ricettiva il famoso pullman (50 posti) ed inserirsi così nel grande giro dei tour operator esteri che propongono pacchetti tutto compreso di basso costo e adeguato livello.

In questa provincia chi non appartiene alle famiglie di albergatori o di ristoratori ha una vita che comunque gravita intorno a questi grandi attrattori economici, ma da comprimario, come Tonino che con un diploma di scuola superiore e un buon livello culturale attende di finire di consumare il meglio dei suoi trent'anni tra circoli parrocchiali, movimenti pacifisti e ecologisti (che di movimento ne fanno assai poco) già sapendo che alla fine farà il cameriere in qualche ristorante per 500 Euro al mese.

L'immagine mentale durante la lettura, è una sorta di quadrato, disegnato da Vincenzo Aiello, dentro il quale si muove l'esistenza delusa e deludente e priva di ogni futuro ma anche dell'immaginazione del futuro, della voglia di rompere, di spaccare e di crearsi un domani migliore. Dentro questo quadrato Tonino e Ubaldo consumano la loro gioventù, incontrando sempre le stesse persone, rincorrendo le medesime ragazze, pubblicando articoli, pensieri, poesie e recensioni sui giornali locali, per poi ritrovarsi il sabato sera a decidere dove andare a mangiare la solita pizza o il panino accompagnato dalle immancabili patatine fritte e piene di grasso.
I ristoranti storici e le cucine giapponesi o le Nuovelle Cuisine sono per turisti facoltosi e non per loro!

Non si sfugge al quadrato della vita di questa provincia atipica. Tutto si consuma tra le splendide piazze e i bei viali alberati dove basta alzare lo sguardo e notare il terzo piano moderno su una palzzina liberty o dove basta che arriva novembre e tutti i camerieri si trasformano in operosi-operai impegnati nella trasformazione di verande in camere doppie con aria condizionata e nella costruzione di nuove verande che diventeranno l'anno dopo camere doppie con aria condizionata.

Vite oziosamente senza futuro, quelle dei privilegiati che vivono a Sorrento anziché a Scampia ma che in comune con Secondigliano hanno la negazione di un futuro dignitoso e anche allegro, fantasioso, originale, giovane e diverso.
L'apoteosi è l'incontro alla Solara, luogo di raduno estivo di avvocati e giornalisti che sono cresciuti insieme e che hanno ormai da parlare solo del nuovo Governo quando non delle giocate al Totocalcio Totogoal, Superenalotto Tototredici.
Mi è piaciuta molto questa lettura, scivola veloce e sei alla continua ricerca di una novità che cambi la vita ai protagonisti. Già lo sai;
Qui non cambierà mai niente perchè niente deve cambiare, perchè ogni cambiamento sconvolge un ordine perfetto..

Tutto questo viene fuori nel racconto e la delusione di Tonino e Ubaldo è -forse- anche la delusione di tutti noi, abitanti di queste zone consapevoli che, una volta usciti fuori dai nostri giardini non riusciremo a trovarci e ad inventare; a portare avanti qualcosa di nuovo che probabilmente è già nelle nostre menti ma che abbiamo una enorme prudenza a comunicare, forse perchè sappiamo che, tutto sommato, è inutile

A quando la continuazione di queste due vite?
Quando un altro libro che ci dia uno spiraglio, la speranza di un futuro diverso, una nuova ricchezza che possa ragguppare le forze e i sogni così gelosamente custoditi dentro di noi?
Che cosa sarà? Una storia, un'idea, la musica, che cosa riuscirà a risvegliare questa sonnecchiosa provincia da domenica-dopo-pranzo e a mettere in moto gli animi, le energie e la fantasia di Tonino, di Ubaldo, di Francesca, di Porzio, di Marco che si sposa in Australia, di Tonino che vuole andare via, del giovane giornalista, del ragazzo che è venuto qui da poco, del Prof di lettere, dell'esperto di vini che disegna le astronavi, di Raffaele che si inventa una associazione, di Michele e la bicicletta, di Gegè con la sua Vespa, del postino, della casalinga, della signora che affitta la camera ai turisti “per conoscere gente di altri posti”, della bionda col cane, del cantante di cover di successo..

IL SOLE E LO STAGNO ci dice dove stiamo. e questo dovrebbe essere già un buon motivo per muoverci da dove stiamo...



Col. Douglas Mortimer

venerdì 11 gennaio 2008

TECNOMARIO SUPERSTAR



Mario Scapece, detto TECNOMARIO SUPERSTAR, è il tuttofare più conosciuto di Squalliano paesino dell’hinterland (già incute paura eh sto termine?) napoletano. Dategli un giravite e lui girerà il mondo! Se gli date un punto d’appoggio poi non so che vi combina. Lui è uno di quei tipi che in casa fa tutto da solo. Non ha mai chiamato un idraulico, un elettricista e nemmeno un muratore. Lui crede che le Pagine Gialle siano una serie di polizieschi edita dalla Telecom. Gli si rompe un tubo? E mica si fa prendere dal panico! Apre la sua valigetta piena di aggeggi e in quattro e quattro otto ripara tutto l’impianto idraulico del quartiere. Gli si blocca la motocicletta? Niente panico. Grasso e chiavi inglesi e sistema tutto. Per lui nessun bullone è invincibile. Nessun meccanismo ha segreti. Nessun intrico di cavi elettrici è inaccessibile.


Mario conosce l’essenza di ogni ingranaggio, di ogni scatola nera, di ogni marchingegno creato dall’uomo. Sia ben chiaro: dall’uomo. Eh sì, Mario è un bravo ragazzo ma è un tantinello maschilista. Pensa che le donne debbano occuparsi solo di ricami e merletti e non possano capire niente di meccanica e roba simile. Egli crede che ciò sia semplicemente il frutto della composizione biologica del cervello. Gli uomini avrebbero un cervello a forma di motore di F430 spider con al centro un grande basamento contornato da pistoni efficientissimi legati ad un albero motore della più alta fattura. Le donne, per contro, avrebbero un cervelletto ricamato su una tela di seta cucita su un cervello più grande costituito da una borsa Prada taroccata. Non so se ci crede davvero, ma fatto sta che quello che dice è coerente con questa descrizione. Forse tutto è originato dalla sua infanzia passata quasi interamente coi nonni. Nonno Gino, falegname, non stava più nella pelle quando seppe che gli sarebbe nato un nipote maschio dopo ben diciannove nipoti femmina. Nonno Gino portava sempre il piccolo Mario nella sua bottega piena zeppa di attrezzi di ogni sorta. Mario poteva giocare con arnesi veri, mentre tutti gli altri bambini dovevano accontentarsi dei meno divertenti aggeggi plasticosi della Mattel. Non poche volte Mario tornava a casa con un labbro sanguinante, un occhio bendato o qualche dita in meno. Tanto che la mamma era solita inventariargliele sempre al suo ritorno dal lavoro. Tuttavia, Mario si divertiva come un matto e il nonno aveva trovato una seconda giovinezza. Nonna Carmela dal canto suo aveva messo in piedi una vera e propria scuola di cucito con le sue diciannove nipoti. La più brava era Carmelina, sorella di Mario, che riusciva a cucire anche ad occhi chiusi e con le mani legate. Mario era gelosissimo della sorella che veniva apprezzata molto di più per i suoi lavoretti. Carmelina, infatti, regalava spesso alla mamma fazzoletti decorati, tovaglie ricamate e lenzuola merlettate. Mario ci provava a competere, ma i suoi aggeggi sgangherati trovavano tutti destino nei cassonetti della spazzatura.


La sua prima “invenzione” fu la macchinetta automatica per il caffè. Era un congegno composto da un recipiente in cui si versava tutto il contenuto di una scatola di caffè da 250 grammi. Dall’altra parte c’erano due bottoni con su scritto “2” e “4” che andavano premuti a seconda di quante tazzine di caffè si volessero. La macchina prelevava automaticamente la quantità giusta di caffè e di acqua contenuta in un’altra scatoletta. Il risultato fu pessimo. Veniva fuori una sciacquatura di piatti che nemmeno un inglese di Manningtree avrebbe bevuto. Il “salvanonna” non ebbe riuscita migliore. Era una specie di collare che Mario fece indossare all’ignara nonnetta. Doveva servire per avvertire i parenti più stretti in caso di malore dell’anziana donna tramite SMS. Ma, caso volle che un difetto di fabbricazione facesse vibrare il collare con tutta la nonna ogni volta che questa si alzava, si sedeva o faceva un qualsiasi movimento brusco. Ci mancò poco che la vecchietta ci restasse secca. Allora Mario decise di mettersi a studiare seriamente. Dopo aver concluso la scuola serale per perito elettronico si iscrisse ad ingegneria meccanica. Dopo qualche lustro di fatiche, che quelle di Ercole a confronto furono passeggiate di salute, e qualche milioncino speso da CEPU riuscì a laurearsi col minimo dei voti. Lui dice sempre di essere un pratico e che i libri gli servono solo a sapere quelle poche cose che da solo non riesce ad intuire. Mi sono sempre chiesto come mai con una laurea in ingegneria e quella passione smodata per il costruire, il fabbricare, l’aggeggiare, il creare, il martellare, lo svitare, lo scartavetrare ecc. ecc. sia finito per fare il pasticcere. Ma quando ho visto le sue torte mezze storte o i suoi cornetti col buco a forma di cataclisma mi sono felicitato con l’umanità per lo scampato pericolo. Comunque, Mario continua come secondo lavoro a fare il tuttofare. Sul bigliettino da visita ha scritto
"Tecnomario di Mario Scapece – Ingegnere Pasticcere – Si eseguono lavori di idraulica, elettronica, impiantistica varia, falegnameria, ferramenteria e alta pasticceria".


Quasi tutte le famiglie del paese hanno usufruito dei servizi di Mario. Ricordo che mia zia lo chiamava spesso per farsi aggiustare l’antenna della televisione. Appena non si vedeva rete4 zia Filina, ammiratrice sfegatata di Emilio Fede, telefonava a Mario pregandolo di sistemarle repentinamente la faccenda. Mario si precipitava operoso con la sua valigetta piena di chincaglierie. Una volta mi trovai a casa di zia Filina mentre Mario era all’opera. Credo che impiegò un quarto d’ora per capire che il problema della televisione era che lo schermo era esploso per ragioni ignote. Io avanzai l’ipotesi che la causa potesse essere il lancio di oggetti a cui mia zia era dedita ogni qual volta apparisse in televisione una donnina poco vestita. Comprammo un televisore nuovo alla zia e la addestrammo a usare il telecomando per ogni evenienza. A casa mia, invece, Mario combinò un disastro apocalittico con l’impianto antennario. Il televisore era leggermente disturbato e Papà decise di dare una possibilità al buon Mario. Non l’avesse mai fatto. Se n’è pentito forse più del giorno in cui chiese alla prima moglie, poi fatta a fette, di sposarlo. Mario diede un’occhiata professionale al televisore, poi disse con tono enciclopedico “ho bisogno di operare sul luogo dell’antennamento ovvero, detto in termini non tecnici, ove l’antenna si loca”. Lo accompagnai sul terrazzo. Lavorò per quasi tre ore. Sudatissimo, scese a salutarci e a riferirci che era tutto sistemato. In effetti, la televisione funzionava a meraviglia … tranne per il fatto che rai2 non si vedeva più e canale5 si vedeva solo in bianco e nero. La sera, eravamo intenti a degustare il nostro brodino serale quando bussarono alla porta. Era la vecchina della porta di fronte che ci chiedeva se da noi si vedesse rai3. Era lunedì e lei non si perdeva mai una puntata dell’inquientantissimo “Chi l’ha visto?”. Siccome da noi rai3 si vedeva una meraviglia, come in ogni casa rossa, la vecchiaccia si autoinvitò a vedere il programma. Una volta tanto andai a letto a leggere un libro. Il giorno dopo ci chiamò l’amministratore chiedendoci se il nostro televisore avesse dei problemi. Mio padre attivava inconsciamente un tono lamentoso ogni volta che parlava con l’amministratore e gli relazionò dettagliatamente su tutti i difetti anche i più minuti del nostro televisore esortandolo a prendere, finalmente, adeguati provvedimenti … perché così non si può andare avanti! L’amministratore abituato a questa frase la prese come formula di commiato e cordialmente salutò. L’indomani fu convocata una assemblea condominiale straordinaria con ordine del giorno monosillabico: tv. Ogni condomino sviscerò i difetti del proprio impianto. La situazione più disperata era quella di don Saverio che appena si sintonizzava su radio Maria gli si accendeva la televisione sui canali satellitari porno. C’era Filippo il salumiere che invece aveva le immagini ribaltate; Santina la pazza che vedeva Mike Buongiorno coi boccoli verdi; ad Annunziata la sbattezzata le si erano fissate le immagini sulla messa della domenica; Gioacchino l’imbianchino non poteva più sintonizzarsi sul suo programma preferito, quello in cui Media Shopping reclamizza i rulli per dipingere senza sporcare. Quando si scoprì che la causa di tutto era stato il lavoro di Tecnomario i condomini chiesero i danni a mio padre, oltre a non rivolgergli più la parola giacché era ormai risaputo che il signor Scapece andava combinando un sacco di guai.


Il caro Mario durante la sua carriera di ingegnere pasticcione, come dice la gente, ne ha combinate davvero di cotte e di crude. Una tra quelle “cotte” che si ricorda in paese come l’avvenimento del secolo fu realizzata durante i festeggiamenti per la festa di San Michelazzo, protettore dei camorristi nonché patrono del paese. Il comitato organizzatore dei festeggiamenti esterni affidò l’incarico all’allora neolaureato ultratrentenne di occuparsi della sistemazione dell’impianto di illuminazione. La ditta fornitrice delle luci fu contattata dallo stesso Mario tramite il suo amico elettrauto Sasà o’morsetto (così chiamato sia per l’uso frequente dello strumento da parte del ragazzo che per il suo lo scarso sviluppo verticale). Mario diresse i lavori di installazione con risultati a dir poco spettacolari. Tanto per iniziare la scritta luminosa “Festa Patronale” era difettosa. Alcune lampadine rimaste spente lasciavano leggere un “Festa a nale” che risultava di cattivo gusto e quasi sacrilego. Le altre luminarie emanavano una luce tremolante tanto che i passanti si chiedevano se le luci fossero o meno volutamente intermittenti. Ma il disastro peggiore capitò durante la processione conclusiva dei festeggiamenti quando all’improvviso le lampadine presero a scoppiare ad una ad una come in un domino elettrico. Alcuni pali che reggevano le luminarie si spezzarono cadendo sui timorati e timorosi fedeli. Le fiaccole brandite dai devoti bruciarono i pali scatenando un terribile incendio che bruciò le preziose vesti settecentesche della statua del santo e quelle del sindaco, sempre in prima fila in questi eventi. Alcuni incolparono il sindaco stesso per aver ridotto i fondi per i festeggiamenti scatenando così le ire del santo patrono-boss.


Una volta presi un passaggio in moto da Mario. Lui è un fanatico di moto. Mi fece montare e mi iniziò a spiegare dettagliatamente tutti i pregi della sua fantastica CSK-250. Motore a 4 tempi, turbo-benzina, deflagratore calibrato, serbatoio in pelle di mulo afgano, cuscinetti zincati, pistoni pistolanti. Credo che mi disse anche quanti bulloni reggessero la sua moto, i nomi di ognuno di essi e le loro beghe familiari. Scesi dalla moto un po’ rincitrullito dalla lezione di meccanica e mi accomiatai con un gesto oscillante dell’avantreno … ops del braccio. Mario non riesce proprio a capire che i suoi discorsi così tecnici non solo non possono essere seguiti da tutti ma sono anche terribilmente noiosi. A me, per esempio, ogni volta che parlo con Mario mi si scatena un mal di testa incontenibile.


E’ impossibile passeggiare con Mario per più di due minuti senza incappare in qualcosa che non gli faccia iniziare un’interminabile disquisizione tecnica. Una volta eravamo al Parco della Cicerchia. Passeggiavamo immersi nella tranquillità del verde. Mi godevo attimi di silenzio, il vocio dei bambini, il volo casuale di stormi di uccelli, una leggera brezza, i riflessi di timidi raggi di sole sulle acque placide di un laghetto artificiale. Malauguratamente qualcosa attirò la sua attenzione nel laghetto. Si trattava di un’innocente vela guidata da una ragazza in muta. Io ero intento a godermi i sinuosi ondeggiamenti della ragazza che disegnava nell’acqua percorsi immaginari che seguivo ipnotizzato. Il romanticismo di quel quadro lento si infranse ben presto sotto il peso metallico della visione tecnica delle cose che ha Mario. Egli scruta le cose e ci penetra affondo. Le scompone immaginariamente e le esamina nella loro composizione materiale. Come se fosse un meccanico marxista, elimina ogni sovrastruttura mettendo a nudo la cruda realtà dell’esistente. Mi disse che quella ragazza aveva sbagliato la partenza. Il movimento per la partenza, cosiddetto della fisarmonica, doveva essere realizzato con una repentina flessione di 45 gradi del busto seguita immediatamente da una torsione in avanti inferta con un deciso colpo di reni. La biondina aveva sbagliato di almeno 10 gradi e la sua spinta era insufficiente a raggiungere una velocità congrua. La ragazza ignara dei commenti di Mario ondeggiava soavemente mentre io non riuscivo più a perdermi nella foschia della mia immaginazione che svaniva velocemente sotto lo sguardo clinico di Tecnomario. “La vela è del tipo a triangolo. E’ composta di vetroresina, materiale molto leggero e resistente allo stesso tempo. La tavola invece è abbastanza scadente. Trattasi di una banale tavola di resina adatta per principianti, ma non di certo per eseguire movimenti più complessi”. E’ incredibile di quante cose sia appassionato Mario. Ha mille passioni ma non ne esercita nessuna perché non ha i soldi sufficienti per farlo, a suo dire.


Un giorno ci trovammo a passare davanti una vetrina che esponeva telescopi di diversa grandezza. Vidi il suo sguardo illuminarsi. Si avvicinò alla vetrina con la bramosia di un bambino mentre scarta un regalo. “Sai ho una forte passione per l’astrologia”. E te pareva. Mi venne da pensare. Ma mi fece piacere notare che aveva detto di essere appassionato di astrologia e non di telescopi. Forse questa è la sua passione per qualcosa che non sia un aggeggio, pensai. Ben presto mi dovetti ricredere. Mario attaccò una lunga trattazione sulle caratteristiche tecniche di un telescopio, tanto che mi sembrò di parlare con un libretto di istruzioni.


“Devi sapere che la fondamentale caratteristica del telescopio è una maggiore capacità di raccolta della luce rispetto alla pupilla. Il telescopio è uno strumento che permette di amplificare il potere visivo aumentando la capacità di distinguere come separati due oggetti che abbiano una piccola separazione angolare. Esistono fondamentalmente due grandi famiglie di telescopi, a seconda che siano basati sulla rifrazione o sulla riflessione della luce. Nel primo caso vengono utilizzate delle lenti e si parla di telescopi rifrattori, nell'altro si usano degli specchi. Ovviamente esistono anche combinazioni delle due tipologie fondamentali, ovvero telescopi che sfruttano contemporaneamente sia la riflessione che la rifrazione e si dicono catadiottrici, rappresentati ad esempio dagli Schmidt, o dagli Schmidt-Cassegrain. L'elemento fondamentale e caratteristico di un telescopio è il suo obiettivo, che indica la capacità di raccolta della luce e di conseguenza le prestazioni ottiche che esso può raggiungere, anche in combinazione con altri elementi ottici quali gli oculari…”


Mi illustrò in modo particolareggiato la classificazione degli oculari in diotteri, pipotteri e chesoio. Mi illuminò sui materiali con cui vengono costruiti i tubi del telescopio. Mentre parlava io restavo in silenzio. Sempre più attonito e stordito mi chiedevo come facesse a non rendersi conto che a me non importasse un fico secco di sapere come è fatto un telescopio. Semmai mi interessava sapere le emozioni che si provano ad impugnarne uno scrutando il cielo stellato. La sensazione che si prova nel guardare da vicino una stella, una costellazione. Perdersi nel buio dell’infinito. Restare catturati da una flebile lucina proveniente da chissà quale galassia eternamente lontana.
Ieri Mario mi ha telefonato. Era alquanto deluso. Si era iscritto al concorso “tecnica, design, arte e talenti vari”, bandito dalla Regione per l’incentivazione dei sempre giovani talenti nostrani. Si era, ovviamente, iscritto alla sezione tecnica presentando la sua ultima invenzione: la macchina pela-arance. Durante la dimostrazione, però, qualcosa era andato storto. La macchina si è inceppata. L’arancia è rimasta metà incastrata nella macchina mentre l’altra metà usciva penzolante formando una specie di spirale. Fu squalificato seduta stante. Fato volle, però, che gli abbiano conferito il premio per la migliore opera di arte contemporanea. Sogh!



Br1

sabato 29 dicembre 2007

GIRO D'ITALIA

Una mattina di primavera
partii per bordighera
ma alla fine del mese
mi spostai a termini imerese
e incominciò così il mio viaggio lungo il bel paese.

E da quel momento… vageggio per viareggio... e cazzeggio per correggio e vado e vengo...e salò e scendei...e mi inerpico per serpico...me ne resto tra le lenzuola se mi trovo a fiorenzuola...ma se mi sposto a sovicille allor son tutte scintille... ad arzachena ballo la macarena… a cantagallo già mi spunta qualche callo...ad altopascio mi scompiscio... a quarrata mi vien da far una pisciata... a mondragone ho da far un cacatone... mi ubriaco se passo pe' subiaco... me ne vo contromano quando guido a calenzano... faccio un bel bagnone ogni volta che devio per pizzighetone… me ne sto seregno e muggiò muggiò mentre pascolo per orgosolo... assago una gorgonzola mentre scorrazzo per imola... mi fa male il canino quando sosto a portofino… e mi batte forte il cuore quando mi fermo a salsomaggiore… mi scolo un botticino di vino ogni volta che parcheggio a luino… e ci metto pure una scorzè di limone se capito a corleone

Ma un bel giorno… ad amantea conobbi una riccia… così alta che mi serviva la scalea… quando la vidi sentì uno squillace di tromba… quant’era bella!… aveva laterza, il naso di gesso e un cugino, cirò, molto noto, camminava di belpasso, aveva uno sguardo che gela… la madre faceva un sacco di capizzi… allora le dissi… patti chiari e concordia lunga… sennò mi prendono i nervi, lei le busca, si fa un gran chiasso, ti metto in un cantù e si finisce a carte bollate

…ma poi finì l’amore
mi dolse molto il crevalcore
le regalai anche delle tende
chissà quando me le rende?
e così ripresi il viaggio
da un albergo di casteggio

da quel dì… a camaiore passo sempre belle ore... invece a cogne incappo sempre e solo in rogne… chiamo gianni se mi trovo a chianni...ma preferisco lorenzana dove mi incontro con adriana... a matera ci passo solo quando è sera… a chivasso mi sconquasso… a montescaglioso faccio il dispettoso… a predappio mi vien voglia di mettere a qualcuno un cappio… divento capalbio, cavezzo e frontone se sto più di due minuti a gorgoglione… non vado mai ad orbetello dove mi sta antipatico anche il bidello… e nemmeno a gradisca d'isonzo dove conosco solo uno stronzo… evito venafro perché lì mi prude il mafro… e non parliamo di mulazzo dove ho passato una gran giornata del cazzo... ma per farmi passare il quarto me ne vado per pisciotta abbracciato alla cucinotta... se passo per pieccioli mi vien da prendere a calci i piccioli... mi vien da far un rutino e mi sento uno svampito se mi perdo per melito... mi sento un po’ ermafrodita se passeggio per pescosannita... rivive in me l'eroe dei due mondi a guardia sanframondi... a pietralcina mi sembra di stare in cina...e a puglianello mi riparo sotto un ombrello...ad arcidosso non so su chi star addosso... ma poi mi viene una gran fame che mangerei anche un bovino al deliceto nel miglior ristorante di san giovanni in persiceto… però così divento tanto grassano da non entrare più nemmeno a saviano… allora è meglio un capaccio di albanella… che mi fa venir la baricella… e allora prendo la medicina fatta con l’erba di palestrina

…che misero che sono…
da anni vo ciarlando per l’Italia di girare…
e invece da casa non mi son mosso…
del paese lo zibello son diventato…
mamma me lo diceva di non dire le bucine
ma a scansano di equivoci …
devo dire che comunque sono belgioso
e a tutti raccomando…
abbiate brianza!!!

br1

lunedì 26 novembre 2007

EBANO




ebano

Liberamente tratto da Un anno senza Janet di Luca Musella, Ed. Nonsoloparole

Inserto tratto da Gomorra di Roberto Saviano Ed. Mondatori
Inserti tratti da Il Mattino di Napoli Cronaca - Taccuino
Inserto finale tratto da Medicina Democratica Sanità Storia di Genet
Immagini Archivio del Film Muto



TRACCIA 1 6.30min in ingresso



Il tempo è incerto questa sera a via Ghisleri. Forse piove.
Il gruppo accorda gli strumenti. Suonano musica popolare.
Chitarra battente, chitarra arpeggiante, la fisarmonica, la tromba, diverse tammorre la voce femminile, il leader del gruppo. Ai piedi del palco, i bottari, facce di quartiere.
Il cielo scurisce ma continua ad arrivare gente e tra poco inizierà lo spettacolo.
Il palco è illuminato dalla solita filiera di fari colorati e da cornice fanno tre palazzoni grigi con molte verande e antenne paraboliche. Nello spiazzo, macchine parcheggiate, alcune bruciate. Motorini sparsi, tutti fiammeggianti e metallizzati.

TRACCIA 2 inizio sottotono, da sfondo alla lettura
All’interno del palazzo da sfondo. Terzo piano, un pianerottolo qualunque, un alloggio come gli altri. Tre camere semivuote. Quelli della paranza stanno ancora avanti allo schermo; fumano, annusano, bevono. Oggi è il giorno e devono “trovare il coraggio”.
Poi cominciano a vestirsi. Pantaloni di pelle o jeans, magliette, giubottoni neri per nascondere il ferro, scarpe da ginnastica, caschi integrali.
E’ il loro lavoro.


La gente arriva, si comincia con una Tarantella del Gargano, poi subito la Tammurriata Nera, per scaldare gli animi. Le ragazze scendono tra il pubblico e non hanno difficoltà a trovare qualche partner che insegua i loro passi nelle danze popolari.
Il brano inizia lento, un lamento, chitarra arpeggiante e voce, poi sale e entrano gli strumenti. La chitarra battente e timidamente i tamburi, poi la fisarmonica. Cresce e le ragazze aumentano la velocità dei giri, poi ancora.


L’obiettivo è ancora dietro al banco. Negozio TIM. Il padrone è diventato suo socio.
Sposi da quattro mesi. Otto ore al negozio, poi in un call center, ma alla fine un premio, il ritorno a casa. Il Paradiso, la Fortuna nell’inferno del “Rione Terzo Mondo”, 70 metri quadrati di delicatissima e dolce felicità, per poche ore è vero, ma tanto basta. Solo qualche parente stretto o amico che non sarà invidioso può entrare nel regno.
E un giorno arriverà il regalo che attendono da sempre il loro Angelo.
Questa sera aspetta solo di chiudere. A casa ci sono i ragazzi con cui è cresciuto, anche loro con le famiglie.
Ceneranno insieme, poi qualcuno aprirà una bottiglia di spumante. I bambini faranno rumore e, se si affacceranno alla veranda potranno vedere il concerto.


Polizia da tutte le parti.
Il ritmo cresce e adesso suonano tutti gli strumenti in orchestra. Alla voce femminile fa da controcanto il coro, quando tacciono è il tempo della tromba. La gente smania. Il ritmo è un’onda che sale su dai piedi.
STOP: silenzio.
Si ferma all’improvviso. Quelli più avanti possono capire, gli altri no.
Il direttore dei bottari si allontana, il coro lo guarda fisso. Pronti.
Silenzio. Tempo sospeso.
Temporale in arrivo.
Il ragazzo allarga le braccia e fissa i suoi percussionisti che lo guardano di rimando.
Salta. Cade, sbatte le braccia, e riprende la musica al ritmo delle botti e delle tianelle.
Adesso è fortissimo, con la potenza e la velocità dei bassi… le botti donano alla tamurriata una gravità, la pesantezza e il senso del dramma.
I ragazzi percuotono folli, in trance; prima con il destro poi col sinistro, il direttore li incita mimando il gesto di chi non sente bene.
Si riprende l’armonia degli strumenti, tutti.


Escono. Sono quattro. Hanno due enormi scooter, di quelli che se li vedi ti scansi perché fanno paura. Neri e cromati. I due dietro sono armati. Partono velocissimi, investendo la gente sotto il palco.
Polizia dappertutto. Le botti suonano ancora più forte, per coprire il rumore di quelle moto o perché qualcuno ha capito e rende col suono il senso del dramma che si racconta sul palco e che si consumerà -come al solito anche oggi-; periferia di Napoli.
“Figli di zoccola….” Poi abbassa lo sguardo sulla botte grande e riprende a percuotere ma con più violenza, con rabbia.

Tre quattro colpi, l’ interruzione di frazioni di minuto poi di nuovo, altri tre quattro colpi e poi via. E’ pesantissimo, veloce, tremendo e affascinante e tutto allo stesso momento e adesso non puoi proprio stare fermo. Le ballerine danzano veloci, la voce racconta la solita storia della ragazza che seduce il ‘mmericano E lievt a pisotl down, lievt a pistol down che mò vene a Big Mama, lievt a psitol down.
Il gruppo segue il coro e il coro segue il ragazzo magro e attentissimo che ha in mano la musica.
Salta, vibra teso come una sartia nel mare in tempesta, smania, poi un salto a piedi uniti apre le mani, salta di nuovo, cade, STOP.
Finisce tutto. Silenzio Stop. E’ finito il brano.
Applausi, fischi, bottiglie che volano, vetri rotti sull’asfalto. Il pubblico approva.


L’obiettivo è al banco occupato nelle ultime cose. I numeri da ricaricare, il registratore da chiudere, i registri da compilare, poi spegnere computer e luci, chiudere bene e prima telefonare a Lei per sapere il gusto del gelato che dovrà comprare poi portare a casa.

Buio e silenzio in strada.
Il gruppo è fermo, le luci sono basse. Aspetta.
Poi una ragazza comincia a girare come posseduta da un Demone. E’ una villanella, è stata morsa dal ragno, ha il veleno più seducente e femminile nel sangue.
E’ vestita di nero con una lunga gonna aperta. La musica la trasforma, rende affilato il corpo, tonde le anche aperti e liberi i seni. I capelli le scivolano sulla fronte, in bocca, poi tornano dietro. E tutto è in penombra, lentissimo, quieto.
Il leader, anziano e famoso, si avvicina, come medico e scruta la ragazza, che intanto è caduta, la studia e la incita con la tammorra a sonagliera, lei smania da terra. Quelli dietro, come al solito non vedono niente.
Arrivano i motorscooter silenziosi come ombre, agili e veloci “planano”, aspettano alla guida col motore acceso, si guardano attorno, i due dietro camminano senza produrre rumore, entrano nel locale; negozio TIM.


Sale il ritmo mentre la ragazza inizia a contorcersi. E’ avvelenata e deve fare uscire le tossine attraverso il sudore. I contadini suoi vicini sono accorsi alla casa della tarantolata e suonano, suonano, suonano anche per tutta la notte per far ballare la ragazza. Lei si dimena come in preda al Diavolo, e mostra così le sue bellezze ai paesani. Non potrebbe in uno stato di normalità, ma in fondo questo è un messaggio da giovane alla carne giovane: “Chi entrerà nelle mie grazie entrerà nel mio corpo segreto”.
La tarantolata, ha licenza di fare cose che altre non fanno.

La ragazza si alza ha uno scialle rosso e attrae a sé il musicista.
La musica sale, entrano gli strumenti; la chitarra battente al massimo, le percussioni, le voci che raccontano in un dialetto arcaico con vaghe mescolanze mediorentali…
Il capocoro è attentissimo e pronto, i bottari guardano il direttore che guarda i bottari.
Quindi salta ed entrano le percussioni.


L’obiettivo non ha neanche il tempo di dire che è chiuso che vede un lampo e sente, con stupore più che con rabbia o dolore, un corpo estraneo entrare veloce nel petto.
La rabbia arriva alla seconda esplosione. Lampo, luce, pugno pungente che trapassa il petto e un urlo furioso, acutissimo. Poi la mossa di avventarsi contro quelli sciacalli, ma ritorna lo stupore quando sente che il corpo non risponde.
Poi è tutta la solitudine e tutta l’angoscia che mai aveva provato quando ritira dal petto la mano inzuppata del suo sangue. Allora alza lo sguardo che adesso è incredulo, chiede a loro spiegazione, aiuto.
Riceve altri colpi di pistola.
Cade supino. Il cuore batte acuto e punge come le tianelle dei bottari, poi profondo e cupo come la botte grande. Irregolare. Quattro colpi, pausa, ancora qualche colpo che scuote il suo corpo, la terra, gli animali e la natura delle cose, tutti i Santi e le Madonne, questo Dio che deve pur vedere che sta accadendo…

Quattro colpi rabbiosi e violenti una pausa, seguendo i gesti del direttore del coro e riprende.
Quattro colpi forti una lunga pausa dove è tutto nero, poi gli occhi riescono ancora a vedere la chiavetta che dondola appesa alla chiavetta della cassa; l’ultima immagine.
Nero.
Ancora colpi, ma ormai l’obbiettivo non li sente più.

Hanno il fiatone, come se avessero corso. Gli vanno vicino e continuano a sparare, -gratis- come quelli dei film americani, tenendo la pistola con due mani.
La ragazza è in piedi, abbandona il paesano. Adesso ha scelto, quel gesto col fazzoletto rosso era per segnare la sua preferenza su chi cadeva. Adesso deve dimostrare al villaggio che è indemoniata, non puttana.
E la ballerina abbandona il leader e danza sola, mantenendosi la veste. E più gira più si trasforma in lunatica dea. La musica è al massimo della velocità. Un tempo talmente sfrenato da perdere di tanto in tanto il ritmo.
I bottari percuotono fortissimo.
I due guardano poi fuggono, raggiungono le moto e spariscono nel nero che li inghiotte e se li porta via.


Intanto la ballerina/malata, rinsavisce. La musica termina stavolta lentamente alla casa della tarantolata e nella piazza, dove la donna si riprende e rientra nel contesto del suo gruppo.
La gente la guarda con stupore e applaude un poco attonita.
La gente guarda con stupore e un poco attonita, ma neanche tanto, il consueto spettacolo al negozio TIM.
Tra poco inizieranno i rilievi poi una mano neutra passerà acqua e candeggina sul pavimento.

Gli amici bussano alla porta.
I due si sono cambiati poi sono tornati, mischiati con la folla, sono andati a vedere lo spettacolo da loro stessi prodotto. Stanno prudentemente dietro e allungano il collo.
Poi uno dei due chiede ”Che è stato?”.
tempo (coincidente con la lettura più coda parlata fino a: ragno letale )
Napoli, 2005. Comincia a piovere.
TRACCIA 2 FINE 13.08 min
































“Sono nata dove la pioggia
porta ancora il profumo dell’ebano,
una terra là dove il cemento ancora non strangola il sole.
Tutti dicevano che ero bella
come la grande notte africana
e nei miei occhi splendeva la luna.
Mi chiamavano la perla nera”.
TRACCIA 3(1) 1.25min.

Hasan Kalif Odan lascia la sua casa e la sua terra, la Somalia, e raggiunge l’Italia perché le hanno detto che lì può realizzare i suoi sogni.
La cosa non dovrebbe essere così difficile; è bella anche se di statura minuta.

Arriva a Napoli e inizia a frequentare i locali.
1995, giugno.
Accetta un passaggio da un ragazzo all’uscita di un locale. Un giro in machina in tre e poi la riporteranno a casa.
L’auto corre veloce, per non darle neanche il tempo di aprire la porta e cercare di buttarsi giù. Entra nel paese di S. Antonio Abate, lo supera, si dirige verso un casolare. E’ notte.
La tirano giù e la violentano a turno; uno la mantiene mentre l’altro la stupra, poi si danno il cambio.
Arrivano altri venticinque compari.
La trascinano dentro al casolare.
La legano, torturano e violentano. Sono ventisette.
Ci rimarrà diversi giorni attaccata al carro, seminuda, sporca.
Le sue urla richiamano l’attenzione di una pattuglia di ronda.
Gli agenti non la toccano. Per loro la prima cosa è prenderli.
Si nascondono.
Lei continua ad urlare, il sangue che corre nelle tempie. Il cuore batte come il tamburo di grancassa. Cupo e forte e a volte pungente; salta ritmicamente il corpo nudo legato sulla terra nuda. Lo sguardo fisso alla porta, aspettando che tornano. Lacrime e sudore le colano sul collo, in bocca in gola.
TORNANO!
Sparano, gli altri rispondono al fuoco tentando di fuggire. Li prenderanno tutti.
Lei rimane legata alla ruota del carro, seminuda, sporca con i proiettili che le fischiano nelle orecchie e nemmeno le mani per difendersi. Gambe idratate di sudore e imbrattate di sangue, sperma, terra.

Quando la slegano è calma.

Al pronto soccorso i suoi occhi sono fissi sui tubi bianchi dei neon che le corrono sulla testa. Alcune facce la scrutano. Odore di disinfettante che stordisce e rianima,
La dimettono.

Nei giorni che seguono il paese di S. Antonio Abate organizza una fiaccolata.
In difesa degli stupratori!

Da quel giorno dimentica per sempre il suo nome. Non riesce a ritrovare la via di casa, non ha documenti con sé, nessuno la può aiutare.
A chi glielo chiede risponde Jasmine, Janet, Nadia.
TRACCIA 4 -5 Ebano


Da “Un anno senza Janet” di Luca Musella Ed. Nonsoloparole.


2002 Inverno
Janet passava sempre all’angolo di via Toledo dove Nicolino, quando ha genio, mette la bancarella.
-Tu non hai pazienza. Scappavi appena iniziava a parlare. Io l’ascoltavo. Per ore. Mi parlava di un uomo che l’avrebbe salvata. Non capisco da cosa. Aveva una lingua strana, incomprensibile.
Beveva, beveva anche di mattina presto. A volte era intollerabile e dovevo allontanarla. A volte puzzava. Sembrava pazza, completamente fuori.
C’erano associazioni che volevano aiutarla. Ma per capire devi avere un linguaggio, un codice su cui intenderti.
Janet era così: un giorno beveva e malediva il mondo, un altro beveva e lo amava…-

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Da Gomorra di Roberto Saviano:

24 gennaio 2005
Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di nascondersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a nulla ma magari ha sperato segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente.

Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il “servizio” sono usciti, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino…

Attilio è lì. Sangue ovunque . Sembra quasi che l’anima gli sia scolata via da quei fori di proiettile che lo hanno marchiato in tutto il corpo.

Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un call center. Ha creduto buona cosa diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. ..Si fida del suo socio, una lontana parentela con il boss di Bacoli. Gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere faticando molto, troppo.


Il corpo di Attilio è ancora a terra quando arrivano i parenti. Due donne. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare…

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2002 inverno.
Samuele è un barbone marocchino, compagno di sbronze di Janet.
Soffre di crisi di epilessia. La prima gli è capitata alle tre del mattino in piazza Castello. E’ rimasto due ore per terra duro. Il sangue gli usciva dalla testa, dal naso.
Ha un braccio rotto, un occhio malandato un ginocchio andato, pochi denti tutti doloranti.
La testa rotta in più parti, l’asma.
Ha smesso di bere e di prendere caffè, ma non basta; il medico gli ha detto che deve allontanare la rabbia.!.
Quando piove dorme nell’androne del palazzo di Naldi, il presidente della Società calcio Napoli. Il patto è chiaro: deve entrare dopo le venti e uscire prima delle sette.
Un bel gesto, tutto sommato.
Venendo in Italia,aveva avuto la sensazione di essersi ripreso la vita, adesso è un fantasma senza età. Per sopravvivere fa la colletta a via Toledo. Ha bisogno di almeno 16 euro al giorno per le medicine e se gli stringi forte la mano strilla per il dolore.

- “Ho conosciuto Janet nel 1995.
Eravamo alla discoteca Buca Nera. Una sera un ragazzo la invitò a fare un giro, lei accettò.
Da allora il nulla. Elemosina e alcool. Aveva anche un marocchino alle costole, non riusciva a liberarsene, forse non voleva. Lui la picchiava gli rubava i soldi delle elemosine. si approfittava sessualmente di lei, del resto non era il solo.
Era capace di venire al circolo e di bersi tutti i soldi di Janet ma di lasciarla fuori.
Gli ha rotto una mano, aveva sempre gli occhi gonfi e neri, graffi, una volta l’ha gettata per le scale del colonnato di Piazza Plebiscito”-.

-“Ragazzetti, bianchi, vecchi benestanti, altri africani. A Janet La picchiavano tutti.
Solo l’alcool era il rimedio. Sempre l’alcool.
Aveva crisi di nervi violente, era epilettica. Dimagriva, non mangiava quasi mai.
Bevevamo insieme. Con me si sentiva sicura, arrivava in mezzo a noi all’improvviso.
Buttava i soldi per terra per dividerli con noi. Della violenza non ha mai voluto parlare. Anche quando scompariva per qualche giorno per tornare tutta livida, non diceva niente”-.

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25 gennaio 2005 Il MATTINO Cronaca di Napoli
Il lamento di una mamma rompe il silenzio. Hanno ucciso suo figlio, colpendolo anche in volto, nemmeno lei lo riconoscerebbe, i carabinieri non le permetteranno di vederlo. Umana pietà. Lei grida. «No, Attilio no. Non è lui, non può essere lui». La donna barcolla mentre ripete il suo lamento, la reggono, ma si divincola, la tengono, ma rischia di cadere in quel dondolio ossessivo e consolatorio.
…Per lei una sedia, gliela trovano in un negozio vicino, la sistemano alla meglio in un angolo riparato della scena del crimine.


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- Janet “Voleva solo bere. Gli serviva. Ma la notte gridava nel sonno. Erano urla di terrore. Cercavamo di consolarla ma lei si girava su un fianco e continuava a dormire.
Per Janet era normale gridare da sola”-.
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Febbraio 2002
METEO: Una perturbazione a carattere temporalesco. si addensa sul Centro-Sud Italia portando instabilità, aria umida e piogge sparse lungo le coste
Temperatura in diminuzione nei valori minimi.


E’ difficile dormire all’aria aperta. Senti tutta l’umidità nelle ossa come fosse acqua.
Ci si addormenta tardi la notte e ci si sveglia prestissimo. Alle sei sei già in piedi.
A quell’ora però è facile fare solo i propri bisogni.
C’è chi si adatta a farli in una busta di plastica per poi gettare il fattaccio in un cassonetto.
C’è chi non ha questo spirito ecologista e lascia tutto per strada. Janet apparteneva a questa categoria. Quando era sbronza era capace di farlo avanti a tutti.
Dalle sei alle otto è il momento più duro della giornata. Fa freddo, si hanno dolori ovunque, è tutto chiuso.
Se si ha tanta fame si divide il pasto coi cani. Ci sono sempre tre o quattro vecchiette che portano gli avanzi ai cani. Spesso è roba saporita, quasi mai calda.
Alle otto e mezza si inizia a fare l’elemosina. Qualche bar dà via i cornetti avanzati del giorno precedente e ti fa anche un cappuccino in bicchiere di plastica.
La giornata trascorre più o meno così: si beve e si fa l’elemosina.

I volontari consegnano cibo e coperte solo la sera.
Verso sera qualcuno raggiunge le varie mense qualche altro è raggiunto dai volontari.
Molti si fottono.


Marzo 2002
Meteo: “Piogge leggere interesseranno la Campania per le prossime 48 ore.
Tendenza. Peggioramento del tempo a causa di una perturbazione proveniente da Nord Est che porterà un brusco abbassamento delle temperature.


La vita di Janet, negli ultimi tempi si volgeva entro un perimetro abbastanza chiaro. Una specie di triangolo che aveva come base il tratto di strada che va da piazza del Plebiscito a piazza Castello, come altezza il primo tratto di via Toledo, come vertice vico Maddalenelle ai quartieri Spagnoli, una delle zone più malfamate della città.

Janet si svegliava all’alba: Tremava come una foglia. Aveva bisogno di una o due birre per calmare il tremito. A quell’ora ci sono poche persone in giro ma tutti le davano qualcosa e, appena apriva un bar riusciva a comprarsi due Peroni grandi. Acquietato il tremolio si sedeva su una panchina sotto il comune e riposava un poco.
Poi si dirigeva verso via Toledo dove faceva l’elemosina.
Ogni volta che metteva due euro da parte, se nel frattempo non era venuto il marocchino a rubargliele saliva ai quartieri a bere.



Traccia 6
(La panza vuota pensa a chella chiena
Ma chella chiena noun ce penza mai.
Si pure dice ca ce penza assai, non ce credite, non ce penza mai. )

15 Marzo 2002 Il Mattino
Taccuino; Domenica 17 alle ore 18.30 all’Hotel San Germano Torneo Open 2 di Burraco organizzato dal Centro Italiano Campioni con il patrocinio della BUR IT
Per info:348…..

La fintobionda moglie del noto odontoiatra di Posillipo scende dal fuoristrada BMW nero, ha con sé due bambini bellissimi e vestiti Benetton. Attraversa la strada e entra nel bar Serpentone. L’amica fotocopia l’aspetta al tavolino con un caffè. Devono decidere la palestra per tonificare glutei e interno cosce poi il fitness e lo step. I bambini stampano nasi, bocche e mani appiccicose sulla vetrina dei gelati. La fintobionda va verso la cassa per pagare i gelati e si ferma al banco salumeria incantata. 200 grammi di tartufo nel risotto di sabato sera, per fare bella figura con gli amici…..

Janet Si fermava alla Cantina del Boss, oppure da Titina oppure al Circolo Mar Rosso, un ristorante eritreo. La giornata passava così.
Saliva e scendeva dai Quartieri sempre più sfatta dall’alcool. Verso le 14 iniziava a sconnettere. Doveva mangiare qualcosa ma spesso non ne aveva voglia.
Poi si sedeva un’oretta a Ponte di Tappia, a quell’ora piena di luce, il suo volto faceva spavento.
Il pomeriggio ricominciava: un po’ beveva un po’ faceva la questua. L’alcool ha il misterioso potere di far digerire ogni cosa. Janet sapeva il mistero del vino. Affrontava le paure, i traumi, la certezza che a bere qualcuno l’avrebbe picchiata derubata, violentata, con uno strano sorriso stampato in faccia. Poi scendeva l’orrore.
Tranne il giovedì sera, quando un gruppo di volontari passava a cercarla e trascorreva un paio d’ore con lei, senza però cavarne molto.



Ogni notte era un delirio.
Veniva sballottata come un pupazzo.
Ogni freno smarrito.
Ogni speranza umiliata.
Aveva attacchi di epilessia crisi di panico, vagabondava senza meta nel labirinto dei vicoli. Come una belva ferita.
Spesso aveva la febbre alta.
Il puzzo di orina, e del sudore.
Tracce di sangue sui vestiti, in faccia.
Vagava fuggendo dal suo persecutore o cercandolo.
Poi, sanguinante e sconfitta si andava a coricare nel vicolo dietro la Banca d’Italia oppure sotto il bastione del Castello. Si lasciava andare stremata su un cartone e cercava di dormire.


Ma, anche nel sonno, continuava l’oltraggio;
sentiva mani ignote dentro la carne,
sentiva il fischio delle navi lontane, sentiva lo scuorno dei suoi pochi pensieri.
Allora si svegliava urlando.

Pausa Traccia 7 4.09min
Nella traccia: La sua vita era lì. Mostrava alla luna tutto il ribrezzo possibile.


Traccia 8 Marco Lindo Ferretti
La vita è una gran cosa.
Lo dice la Leho,
Mia anziana parente e vicina di casa.

Ha Lavorato sempre, mai preteso niente,
patita la fame e la miseria abbondante.
A parte la salute,
nessuna fortuna mai l'ha toccata mai.
Mai.
Ma se, una volta morta, Dio le dicesse:
"Leho, torna laggiù, ti tocca tutto quello che ti è toccato già"
Si illuminano gli occhi,
sorridono i pensieri nella mente
"Ci direi: Si Signore,
torno laggiù, uguale.
la vita è una gran cosa.
Mi basta aprire gli occhi su un mattino di sole
e tutto il resto io lo rifarei".


Janet quando era allegra cantava. La voce era quella della sua terra, la Somalia. Melodie da bambina africana. Cantava e beveva. Era stata bella.
Aveva studiato a Roma.
Una notte prese un passaggio e finì dentro un casolare.



Anno 2002. NUOVLE E PIOGGIA LEGGERA FREDDO.

CON L’ACCUSA DI VIOLENZA SESSUALE DI GRUPPO E LESIONI, TRE PERSONE SONO STATE CONDANNATE CON RITO ABBREVIATO, ALLA PENA DI UN ANNO E DIECI MESI.
Gi imputati in tutto furono 7, quattro sono ancora in attesa di giudizio, degli altri venti non si sa più niente.

(Janet incontra Luca, gli va incontro).
Janet aveva un occhio chiuso. Tumefatto. L’altro era vitreo, sordo. La faccia stravolta dalla notte all’aperto. Sembrava molto malata. I capelli erano corti. Sporchissimi. Spettinati. Indossava un piumino bianco enorme. Le mani non si vedevano pareva uno spaventapasseri.
“Mi osservava in silenzio. Io non ho neanche rallentato e ho tirato dritto. Lei ha seguito i miei movimenti.
Immobile”.
“L’ultima volta che l’ho vista, novembre 2002”.


24 gennaio 2005
Sperano, sperano sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore una bugia nel passaparola, un fraintendimento del Maresciallo dei Carabinieri che annunciava l’assassinio.

Sperano sperano sperano e sperano ancora, come se ostinarsi maggiormete nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso degli eventi. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta, senza minima alcuna.
Ma non c’è niente da fare.
Le urla e i pianti mostrano la forza di gravità del reale.
Attilio è lì, per terra.

Pausa Traccia 9 Vinicio Capossela.
Coro: Oh Matri mia
Salvezza prendimi nell’anima
Oh Matri mia
Salvezza..



Un’anima che scappa, si perde.
Janet iniziò a perdersi. Nel vino, nel grigiore, nel nulla.
L’alcool aveva annientato il suo spirito; attutiva, ovattava il dolore, leniva le ferite.

…Sei anni…
Traccia 10 Vinicio Capossela.
Coro: Oh Santissima dei Naufragati
Vieni a noi che siamo andati
Senza lacrime, senza gloria,
Vieni a noi per noi pietà.


La notte scendeva nella sua vita.

Il destino era compiuto.
Una mattina era sbronza, gli occhi tumefatti dall’ennesima violenza subita. I vestiti laceri.
All’ospedale Ascalesi, l’anno pure medicata.
Esce dall’ospedale Ascalesi e si lascia andare sull’asfalto.
Pausa. Traccia 11 4.03 Min



Non sono tempi buoni. Le giornate sono umide e fredde, poca luce, acqua nel cielo, freddo, a volte vento.
Chiusa nel suo piumino bianco continua a stendere la mano verso la gente che passa e che, a volte, le dà qualcosa. Ma non basta e li prega; non ottiene niente e impreca, urla, gli urla contro. Per avere qualche centesimo.
URLA CONTRO LA GENTE PER AVERE QUALCHE CENTESIMO!!
La gente ha paura e si allontana.
E LEI URLA PERCHE’ LORO SI ALLONTANANO, E Più URLA Più LORO SI ALLONTANANO, ALLORA LEI URLA Più FORTE.



All’Ascalesi non avevano tempo per lei.

Venerdì 6 dicembre 2002
La parcheggiano su una panchina di fronte al pronto soccorso in attesa di sbrigare altri casi e poi andare a prenderla.
La conoscevano, sapevano che non era grave, che era Janet, che non c’era ormai più niente da fare.
E’ seduta su una panchina e guarda all’interno della sala. Le infermiere sono vestite con casacche verdi e sorridono agli infermi, arrivano medici con camice sbottonate sul petto nudo e camici bianchi che parlano, carezzano e ridono.
L’immagine diventa sempre più nitida ai suoi occhi; il freddo svanisce; adesso anche lei è in quel bel tepore. Tutti le sorridono e le portano cose calde da bere. Le carezzano e le curano le ferite, la baciano e le dicono cose carine, rassicuranti.
Poi l’immagine cambia. Un’isola in mezzo all’Oceano con future veline ed ex calciatori che giocano ad avere fame. Sono tutti stanchi e emaciati, mentre le telecamere riprendono Janet, giovane ragazza di colore in splendida forma che mangia il suo pugno di riso poi sorridente, bellissima nuda e baciata dal sole che si immerge nell’Oceano e ritorna con uno splendido pesce bianco per i suoi compagni e per lei.
Nessuno la nominerà mai e lei vincerà l’edizione di quell’anno. I suoi denti splendono bianchissimi in quell’ovale perfetto e bruno che è la sua faccia.
Gli italiani la amano.
Sorride, sente caldo.
Poi l’immagine cambia. Infermeria calda ed accogliente dove lei aspetta di entrare.
La pioggia si manifesta in forma di nebbia leggera e in quella nebbia lei perde e ritrova il pronto soccorso avanti ai suoi occhi. Ma non vuole mollare così si tiene sveglia e lo fissa bene.
Si allontana. Su un binario di treno, piano piano sfugge dal suo sguardo, sempre più lontano e sempre più piccolo.
Sempre più stanca.
Sempre più lontano, velocemente lontano. Ultima immagine.
Sole africano, poi gli occhi si chiudono.
“Dove sono… Dimmi, dove sono?”



Su una panchina nel cortile dell’Ospedale,
in attesa di essere ricevuta al pronto soccorso, Janet restituisce una cosa da poco conto:
la sua anima a Dio.

Traccia 12 EBANO
Ebano,
It’s a long long night
It’s a long long time
It’s a long long road


FOTO 10 via di qui




























DA: Medicina Democratica: Storia di Genet


“Venerdì 6 dicembre (2002) una 32 enne di nazionalità somala, Hasan Kalif Hodan, è deceduta dentro l’ospedale Ascalesi, dopo essere rimasta molte ore –forse 26-, all’interno dell’atrio del Pronto Soccorso ove si era recata per farsi medicare le ferite al capo…

…Si era presentata la sera del mercoledì 4 dicembre al pronto soccorso del suddetto ospedale e con due ferite lacero-contuse, una al viso, l’altra alla nuca.
Diceva di essersele procurate con una caduta accidentale (!?) e, dopo aver ricevuto una medicazione chirurgica è stata dimessa.

… Da quel momento la donna che, secondo i Sanitari era in stato di ubriachezza, non si sarebbe mai allontanata dall’ ospedale. Il fatto certo è che dalle 17 alle 20 circa del giorno dopo (5 dicembre nda) la ragazza è ancora nel cortile e viene contattata da qualcuno dei volontari del Centro di Documentazione.

… La donna non sta bene, si stende su una barella nel cortile, a tratti non si capisce cosa dice, sembra che cerchi aiuto.
Viene sollecitato l’intervento dei Sanitari del pronto Soccorso che sminuiscono la cosa ma, assicurano, sarebbero intervenuti.
(sta smaltendo la sbornia….).

…La donna muore nella notte di venerdì sempre all’Ascalesi dopo aver emesso sangue dalla bocca.

La versione ufficiale è che la “sbornia” avrebbe provocato una pancreatite acuta.


Forum per il Diritto alla Salute - Napoli

Col. Douglas Mortimer