mercoledì 3 settembre 2008

EAST END




EAST END


In ingresso: intro Zingari felici Claudio Lolli
Da 0
E' vero che dalle finestre
non riusciamo a vedere la luce
perché la notte vince sempre sul giorno
e la notte sangue non ne produce,
è vero che la nostra aria
diventa sempre più ragazzina
e si fa correre dietro
lungo le strade senza uscita,
è vero che non riusciamo a parlare
e che parliamo sempre troppo.
A 217 stop


Voce fuori campo.
Questa strada si trova nell’ East End. Un groviglio tremendo di slums che racchiudono un brulichio di forme dall’apparenza umana, dove uomini e donne laceri e sporchi sopravvivono a forza di gin, ogni cittadino si porta in giro il suo bell’occhio tumefatto e nessuno si dà mai una pettinata ai capelli.
Luogo abbandonato, in mano ai senza lavoro, razza tutta particolare che per distintivo ha una pipa di terracotta per nemico il sapone e, di tanto in tanto, tra stendardi e bandiere, muove su Hyde Park riempiendo i posti di polizia lì intorno di ubriachi e teste calde.


Quando il raggio di sole dell’amore cade in qualche angolo di questa strada lo fa presto.
E’ atteso con ansia, è cercato, su di esso si fa affidamento. Tenendosi goffi sotto braccio, ragazzi e ragazze camminano su e giù prima ancora che il naturale interesse per le biglie colorate e le case delle bambole li abbia del tutto abbandonati a favore di esperienze più “luminose”.
“Si fanno compagnia”.
Dapprima i giovani escono a coppie. Fianco a fianco, di solito in silenzio, a volte presi da un fatuo chiacchiericcio, essi pattugliano le strade.
Non ci sono partite di tennis, gite in barca o picnic per avvicinarli, e così devono per forza uscire se vogliono incontrarsi e conoscersi.
E quando in questo modo un giovane trova la compagna adatta (o pensa di averla trovata), allora compra un anello e quella strana frequentazione si trasforma in un fidanzamento. Ma ciò succede solo dopo che per qualche mese sono usciti insieme.
I due stadi del corteggiamento vengono chiamati indifferentemente “frasi compagnia”, ma tra le due parti in questione le ragazze sono solite fare un’accurata distinzione.


Da 220
E' vero che sputiamo per terra
quando vediamo passare un gobbo,
un tredici o un ubriaco
o quando non vogliamo incrinare
il meraviglioso equilibrio
di un'obesità senza fine,
di una felicità senza peso.
E' vero che non vogliamo pagare
la colpa di non avere colpe
e che preferiamo morire
piuttosto che abbassare la faccia, è vero
cerchiamo l'amore sempre
nelle braccia sbagliate.

E' vero che non vogliamo cambiare
il nostro inverno in estate,
è vero che i poeti ci fanno paura
perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,
amano l'odore delle armi
e odiano la fine della giornata.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra
anche se noi diciamo che è
una finestra sbagliata.
A 400 sfuma lento.











Il corteggiamento di Lizerunt


Primo narratore (IN)

Da qualche parte nei registri dell’anagrafe risultava il nome di Elizabeth Hunt, ma diciassette anni dopo l’iscrizione la pronuncia era diventata Lizerunt.
Lizerunt lavorava, dunque in una fabbrica di sottaceti e usciva agghindata e trasandata al tempo stesso e, in genere con un grembiule.
A sedici anni molte ragazze di questo tipo sono maritate ma in ciò Lizerunt era in ritardo e non aveva accompagnatore alcuno.
Billy Chope aveva un anno più di lei. Portava sempre una bombetta dalla tesa sottile, incavata sul cocuzzolo, e una giacchetta corta dal bavero rialzato solo da una parte, segno di totale indipendenza. Se ne andava in giro con le mani in tasca tutto il giorno e viveva con la madre che faceva la manganatrice.

Per molto tempo la sua conversazione con Lizerunt si limitò a bruschi e sbrigativi cenni del capo; ma quel particolare giovedì sera grandi cose avvennero.
Scena
Billy Chope va incontro a Lizerunt con la sua camminata dinoccolata e quando sono vicini fa un balzo, sfila la mano più vicina a lei, la afferra, le piega un braccio e la costringe con la faccia al muro.
“Ma che diav…”

IN: Esclamò Lizerunt, oltremodo lusingata…
“Lasciami!!!!”

IN: …Perchè sapeva bene che quello era Amore!!
“Dov’è che vai eh Liza?
“ A casa, no? Screanzato che non sei altro! Ma desso molla …

IN: Billy la lasciò andare e si esibì in un paio di piroette ai suoi piedi. La ragazza finse di svicolare, attenta a non essere precipitosa pèrchè le cose stavano ancora evolvendosi.
“Ehi, senti un pò Liza, ci hai da fare lunedì?
“Mica con te, bel tomo, e poi tu ci hai a Bella Dawson da pensare come Pasqua.
“Oh crepi Bella Dawson, non vale niente quella lì. Senti, io vado ai Flats, non è che ci vieni con me?

IN: Felice ma attenta a non darlo a vedere e con una punta di sarcasmo Lizerunt promise che ci avrebbe pensato. Finalmente si era fatto vivo un filarino e la ragazza si avviò verso casa nello stesso stato d’animo di chi abbia preso la laurea.
Già la settimana prima le era parso di esserci ormai vicina perché Sam Cardew le aveva gettato addosso una buccia d’arancia, ma poi era scomparso dopo un paio di piroette sul marciapiedi.

Voce fuori campo.
Di fiere non ce n’è altre come quella che si tiene il lunedì di Pasqua a Wanstead Flats. Perché lì c’è un chilometro quadrato di aperta campagna, e si può gridare quanto si vuole, le taverne sono sempre aperte, ci sono spettacoli, attrazioni, altalene, tirassegno, giostre, pesce fritto, asinelli. Le pistole ad acqua sono più grosse e il loro contenuto puzza più di ogni altra fiera.
E poi, puoi ubriacarti e farne di cotte e di crude senza rischiare di finir dentro, per il semplice fatto che i posti di polizia non possono accomodare tutti.
E in fine, quando si è stanchi di ogni altro divertimento, si può sempre dare fuoco al prato.
Scena
Billy e Lizerunt entrano allegri, saltellando e tenendosi sotto braccio. Si trattengono tra di loro in un’ angolo amoreggiando e presi dalle loro schermaglie.

IN: ma, mentre le ore passavano entrambi si resero conto di una certa stonatura: il cappellino di Lizerunt non era splendente e alla moda, ma vecchio e scialbo e la piuma era alta solo una trentina di centimetri e di un cupo color ruggine. Ora, non è dignitoso per una giovane operaia di Limehouse, andarsene in giro in un giorno di festa con un cappellino che non sia sgargiante e alla moda e con una bella piuma di struzzo sul davanti che si piega indietro sulle spalle fin dove è possibile.
Lizerunt sapeva queste cose e, se non avesse avuto un corteggiatore sarebbe rimasta a casa. Ma non si possono perdere le occasioni e dunque solo una ragazza dall’abito dimesso come il suo poteva capire la sorda invidia che lei provava per le piume che le svolazzavano intorno.
Per complicare le cose Billy, quasi del tutto ubriaco, iniziò ad inseguirla e a spruzzarla con una pistola ad acqua.

Scena
Billy insegue Lizerunt, sparandole acqua sporca addosso, la ragazza fugge e grida.
Cade per caso nelle braccia di Sam Cardew che le cinge la vita e se la trascina in ampi giri di un immaginario walzer per i tutti i Flats. La ragazza è in estasi, non accenna minimamente a nessuna resistenza.
“Ehilà Liza, dove te ne vai? Fortuna che ti ho incontrato”

Proprio in quel momento sopraggiunge Billy Chope, chiede a Sam che diavolo sta facendo con la sua ragazza

IN: Ora bisogna sapere che Sam Cardew era sempre pronto a fare a pugni molto più di Billy ma il numero totale di mezze pinte gli fece fare i calcoli sbagliati, così Billy aprì le danze. La scazzottata ebbe inizio.

Scena
Lizerunt si gode il proprio trionfo tra gridolini, gesti e smorfie.
IN: Liza era in estasi. Solo quattro giorni prima non aveva nemmeno un filarino e adesso ecco che ne aveva addirittura due e stavano facendo a pugni per lei. E proprio qui ai Flats, sotto gli occhi di tutti. Per quasi cinque minuti si sentì Elena di Troia.
E lo stesso tempo ci mise Billy a pentirsi della sua intraprendenza. Cadde a terra, si rialzò e tentò di sferrare un calcio alle spalle di Sam Cradew.
Tutti sanno che ai Flats, un calcio lo puoi mollare solo a tua moglie; in combattimento ciò è considerato forte viltà e punito dall’intera collettività degli astanti.
Billy fu salvato dall’arrivo delle guardie.
Fuggì; Sam e Lizerunt dalla parte opposta.

Scena
Sam Cradew e Lizerunt , allegri, saltellano tenendosi sotto braccio. Si trattengono tra di loro in un’angolo amoreggiando e presi dalle loro schermaglie.
Escono.


IN: La vendetta di Billy si consumò in due riprese.
Scena:
Lizerunt torna a casa con un secchiello di birra. Una mano sconosciuta la colpisce violentemente alla nuca, Liza, cade a terra priva di sensi.

IN: Sam Cardew, giurava e spergiurava che avrebbe rotto il collo a Billy Chope, ma non ne ebbe il tempo perché due giorni più tardi, un gruppo lo accerchiò e se lo ripassò più e più volte con catene, bastoni, cinghie.
Sam stette a letto quasi un mese e, quando riuscì a mettersi in piedi sembrava una mummia tante erano le bende che l’avvolgevano. Lizerunt fu spesso al suo capezzale e, una volta gli portò anche un’arancia.
Ma poi le settimane cominciarono a passare, i dubbi si affollavano nella sua mente; le feste erano prossime e Sam era completamente al verde. Quel cappellino nuovo e alla moda cominciava ad apparirle sempre più lontano.

Una sera Lizerunt era davanti alla vetrina di una modista che esponeva solo cappellini di gran lusso, coperti da piume e altri ornamenti.

Scena
Qualcuno le cinge la vita con un braccio e le chiede:
“Cos’è che ti piace, eh Liza? Quello giallo?
“Va là, Billy lasciami in pace
“D’accordo, te lo compro ohi, sì, faccio sul serio
“Va là, va là, cos’è che vuoi?

IN: poi però si accorse che Billy non aveva intenzioni violente e si fece vicina a lui guardinga.

Scena
Spariscono nel buio. Rientrano. Si allontanano con un grande pacco tra le mani di Lizerunt, sorridente e felice, smorfiosa e felice, consenziente e felice.
IN:Di lì a poco si allontanavano dal negozio col più rosso dei cappellini, sormontato dalla più azzurra e lunga delle penne; un cappellino che alla festa successiva sfidò gli interi Flats, un cappellino per il quale nessuna ragazza avrebbe esitato a vendere l’anima.
Fu così che si svolse il corteggiamento di Lizerunt. Nel giro di pochi mesi la coppia si sposò ed andò a vivere con la madre di Billy.















Da 418
E' vero che non ci capiamo,
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e non facciamo mai niente.
E' vero che spesso la strada ci sembra un inferno
e una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli,
è vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
A 536 sfuma

Voce fuori campo.
Una scena curiosa si ripete ogni mattina alle cinque e mezzo. La nostra strada si riempie di colpi violenti ripetuti da una porta all’altra e accompagnati instancabilmente dall’interno da un’imprecazione soffocata. Questi segnali sono opera del guardiano notturno o del primo poliziotto di ronda. Costa quattro pence la settimana essere svegliati a questo modo e intorno a questi quattro pence infuria un’accanita rivalità.
Poco dopo altri rumori; porte aperte e chiuse e scalpiccio di piedi stanchi in direzione di docks, degli impianti del gas, dei cantieri navali.
Poco dopo altri usci sbattuti e piccoli piedi, assonnati e stanchi trotterellanti per la grigia strada verso la grigia scuola a tre grigi isolati di distanza.
Poi pausa. Sommesso sfregar di pavimenti.
Poi di nuovo piccoli piedi trotterellanti verso i docks, gli impianti del gas, i cantieri navali, con il pranzo per il padre in una scodella coperta da un tovagliolo.
Poi pausa. Sommesso sfregar di pavimenti. Il pianto; un neonato che ha qualche presentimento..
Quindi il rumore di piccoli passi che trotterellano verso le entrate rettangolari delle loro abitazioni e preannunciano passi ben più gravi degli operai, lerci e stanchi.
A quel punto tutt’in giro si sparge l’odore acre dell’aringa affumicata…
Tutti i giorni sono uguali nell’East End. Tutti tranne la domenica.
La domenica mattina, almeno un paio di capofamiglia compaiono in strada vestiti di tutto punto con l’abito bello, nero e spiegazzato lungo le cuciture. Al loro fianco trottano instancabili piccoli piedi e, da sotto commoventi berrettucci di velluto o cappellini di paglia, spuntano solenni faccine tirate a lucido a forza di acqua, sapone e salvietta. Così sistemati, si avviano con aria grave verso la chiesa, dove altri a loro simili per abito e comportamento sono già riuniti; qui per due ore circa si lasciano sferzare dalla tremenda minaccia del fuoco infernale.

Quel bruto d’un Simmons

Secondo narratore (IIN)

Tra i vicini, l’infame comportamento di Simmons nei confronti della moglie fu motivo di profondo stupore.
Le altre signore lo avevano sempre giudicato un marito modello e, non c’è dubbio che la signora Simmons fosse una moglie più che coscienziosa.
Bisogna sapere che, prima di sposare Simmons era stata la vedova del Sig. Ford, il Sig. Ford aveva trovato un imbarco come uomo di fatica su un cargo e il piroscafo era affondato con tutta la sua ciurma.
I dodici anni passati in qualità di Signora Ford l’avevano lasciata senza figli, e senza figli era rimasta anche come Mrs Simmons.
Quanto al Sig. Simmons, Ted Simmons, era un discreto falegname e carpentiere, ma non era esperto delle cose del mondo e aveva bisogno di una moglie.
Vizi non ne aveva e, col tempo la moglie lo aveva dotato di svariate esotiche virtù. Tutte le domeniche, solenne e impettito, si recava a messa e nel piatto deponeva il penny che per questa bisogna gli veniva restituito quando le consegnava lo stipendio settimanale; poi, sotto la sua supervisione, tornato a casa si levava gli abiti buoni e li spazzolava con cura e attenzione. Il sabato pomeriggio con scrupolo e pazienza lucidava coltelli, forchette, stivali, bollitori e finestre. Il sabato sera accompagnava la moglie a fare la spesa e le portava pacchi e pacchetti.

Scena:
Simmons lucida gli utensili appoggiato ad un tavolo. L’atteggiamento è di grande attenzione e scrupolo. Dietro di lui solo l’ombra di una donna grossa e grassa, con le mani sui fianchi

IIN: Le virtù della Sig.ra Simmons erano poi innumerevoli. Era una splendida massaia e faceva fruttare fino all’ultimo i trentasei – trentotto scellini che il marito portava a casa. Impressionante era poi la cura che metteva nel tenere la casa pulita. Attendeva il marito sulla porta di casa, quando tornava dal lavoro e gli porgeva le pantofole da calzare in precario equilibrio sul pavimento gelido dell’ingresso. E questo perché a turno con la signora del piano inferiore lei ogni giorno lavava le scale, mentre il tappeto era tutto suo.

Scena:
Simmons minuscolo e piegato in due, di spalle, prende le ciabatte che la giunonica moglie gli porge.

IIN: Sovrintendeva quindi a tutte le fasi della pulizia del marito e, se qualche macchia restava a dir la sua, si dava cura di imprimere ben bene il fatto nella memoria di Simmons rimproverandogli con forza la dimostrazione di tanto ingrato cinismo.

C’era stato un tempo che l’aveva accompagnato per negozi di abiti e confezioni, scegliendo e acquistando i vestiti per lui perché, si sa, gli uomini sono dei gran pasticcioni e i bottegai se li bevono come vogliono.
Poi però era andata oltre: All’angolo della strada aveva scovato un tipo che vendeva scampoli a buon mercato e, immediatamente concepito l’idea di confezionare gli abiti per Ted.
Una delle sue virtù era la decisione; e quel pomeriggio stesso aveva cominciato un vestito di tweed a scacchi chiassosissimi.
Non solo, l’aveva finito per la domenica successiva e quindi Simmons fu costretto ad indossarlo per andare a messa.

Scena:
Ted Simmons cammina verso la chiesa nel suo abito a scacchi; gli tira sulle spalle, gli si stringe in vita, i pantaloni gli arrivano al polpaccio, la camicia e il gilet, in compenso sono larghissimi. Cammina come un clown a piedi larghi, con le gambe tese. Le mani tirate nelle maniche della giacca..

Col tempo, a forza di indossarlo, si abituò a quelle magagne ma non tanto da rendergli più sopportabili le facezie dei suoi compagni di lavoro. Anche perché la Signora Simmons sfornava abiti tutti modellati sul precedente, trasformando le sviste iniziali in principi assoluti, visibili e sempre più marcati perché il terzo si modellava sul secondo (che era peggio del primo) e il quarto sul terzo.
Così era del tutto inutile che Simmons accennasse, come fece più volte, al fatto che non gli andava che lei si stancasse tanto, non le faceva mica bene agli occhi, e poi c’era quel nuovo sarto a Miles End Road, costava poco e

“Oh, si! Facile per te startene lì a sbrodolare una storia dietro l’altra proprio in faccia a tua moglie caro il mio Ted Simmons come se io non ti “Vedo” attraverso come un libro sai quanto te ne frega che io sgobbo come una bestia ti basta che ti viene in tasca quel che ti serve da sbattere via come mondezza nella strada per correre dietro a quei farabutti dei sarti e io che sgobbo e do di gomito da mattina a sera per mettere da parte qualche soldo ecco che ci guadagno chiunque penserebbe che tu i soldi li trovi per strada e credo proprio che farei bene sì farei proprio bene a mettermi a letto e a starci tutto il santo giorno come vorrebbe qualcuno che conosco io e

IIN: Senza mai prendere fiato.
Simmons non ritenne opportuno aggiungere altro.
Questa fortuna continuò per anni, fino a quando una fortuna ancora più grande sopravvenne.

Sul giornale della domenica apparve anche il nome di Ted Simmmons.
Ci fu grande effervescenza di chiacchiere a Cubitt Town quando Ted Simmons ereditò.


Voce fuori campo.
A Cubitt Town, ereditare era un evento non comune; un evento tuttavia che i suoi cittadini non cessavano una sola ora di contemplare nelle possibilità, non trovando nulla di meglio per fuggire di lì e raccontato a pieni titoli nell’unica forma di letteratura di quel popolo: il giornale della domenica.
Titoloni come: Fortuna per un vetturino etc, venivano accuratamente ritagliati ed appesi al camino.
La guerriglia urbana nei negozi e ai mercati sulle ipotesi circa la fortuna della Sig.ra Simmons (anche se il lascito era di Ted) si aprì con proclami altisonanti.
La Sig.ra Simmons aveva messo le mani su migliaia di banconote lasciate da un parente lontano.
La Sig.ra Simmons aveva messo le mani su una cassaforte piena di dobloni trovata su un’isola da un suo parente lontano. Pirata!
La Sig.ra Simmons era divenuta proprietaria di una fila di case: Ideale supremo di ricchezza nell’East End.
Tutte cose che la Sig.ra Simmons si curò ben poco di smentire, godendosela tutta la sua ora di gloria. Sebbene, a dire il vero la fortuna si limitava da un lascito di circa un centinaio di sterline da parte di uno zio di Ted, ai tempi oste a Deptford.

IIN: Delle cento sterline la Sig.ra Simmons prese immediatamente il controllo. L’ovvio impiego di tale somma era di metterne i possessori “negli affari”. Il che significava una sola cosa: bottega.
Teleria, in quanto la Sig.ra Simmons non era tipo da starci tanto a riflettere. L’ipotesi di carboni frutta e verdura, avanzata da Ted venne immediatamente scartata come di basso grado.
Si affittò un negozio a Brommley, lo si riempì più che si poté, ad ogni articolo si appese un cartellino con due cifre grandi grandi, una virgola, due cifre piccole piccole.

I Simmons, vivaddio erano negli affari!

Ted assisteva del tutto inerme e imbambolato, cercando di non mettersi le mani in tasca, il che era volgare e richiamato prontamente dalla Signora Simmons che, sbucando fuori da ogni posto inaspettato correggeva energicamente la mancanza.
Scena:
Ted in piedi al centro, due donne indaffarate dietro un tavolo-bancone. Ted, del tutto fuori luogo, guarda in alto, poi si guarda le scarpe, poi si poggia su un piede poi sull’altro, poi si riguarda le unghie e si toglie le mani dalle tasche.
“Non l’ho fatto apposta moglie, è l’abitudine. Me ne sbarazzerò quanto prima. Non sta bene, lo so in commercio, ma ti dà, come dire, un senso di riposo.
“Tu e il tuo riposo. Te ne dai tanta pena tu del mio riposo, Hedward

IIN: Giacchè non era più Ted
“Io che sfacchino, con ogni cosa a cui pensare da sola, e tu te ne stai lì a guardare con le mani in tasca. Cerca di non fare la figura del babbeo, cerca.

IIN: E Hedward i cui tentativi di fornire consiglio o aiuto erano stati tutti bruscamente respinti, raggiungeva con fare dinoccolato la porta cercando di darsi l’aria di un uomo d’affari.
“ E rieccoti di nuovo alla porta a guardare su e giù come se dentro di affari non ce ne fossero –non ce n’erano-. Ti aspetti che la gente entri con te che te ne stai appiccicato alla porta? Vieni dentro, vieni! Meglio sarebbe se dal negozio te ne stessi addirittura fuori.

IIN: Anche Ted la pensava così: L’aveva vestito dell’abito della festa –l’unico decente che gli era rimasto-, lo aveva portato dentro affinché desse l’impressione di un caporeparto. Se ne stava lì, in piedi con la sgradevole impressione di essere messo in mostra. Muoveva le mani senza scopo, schiacciava coi gomiti questo o quell’articolo, si scompigliava e ripettinava i capelli, guardava su, giù, senza dare mai l’impressione di un caporeparto.

La prima cliente fu una bimba piccina venuta a chiedere una manciata di spilli e osservata da Ted con grande curiosità e rispetto e servita dalla Signora Simmons, la quale non tradì la minima delusione quando questa tornò restituendo la merce e chiedendo indietro i soldi. Alcune amiche venero per puro pettegolezzo e senza acquistare nulla. Di una donna che era venuta senza comprare niente si scopri, dopo che era uscita, che aveva rubato un paio di calze ed Hedward venne debitamente redarguito per non aver tenuto gli occhi aperti mentre la schiena della moglie era girata.
Infine le serrande si chiusero su un’entrata di tre scellini e sette pence compresa una moneta più che dubbia di tre pence.
Hedward si rifugiò nel cortile interno a fumarsi la pipa (cosa che aveva sperato per tutto il giorno di poter fare), ma fu prontamente richiamato perché la Sg.ra Simmons era convinta che potesse essere osservato dai vicini.
“Non fai che mettere in cattiva luce la famiglia

IIN: E la Signora Simmons lo strapazzò ben bene, che tutti sentissero, fino a notte fonda.
Passarono i giorni e il commercio, a dire la verità, subì ben poche variazioni. Ma il quinto giorno una cliente comprò per quasi sette scellini tutte in una volta. La Sig.ra Simmons si rasserenò. Il giro d’affari aumentava. Presto, forse ci sarebbe stato bisogno di un paio di ragazze.
Ma un cliente da sette scellini non ci fu mai più. Lo stato dell’azienda preoccupava da non dirsi; qualcosa non funzionava.
Il mistero fu chiarito qualche giorno dopo, quando capitò in bottega un giovaneammodo con tanto di calesse e cappello.
“Nessuno –mi creda-, può ragionevolmente aspettarsi di aver successo in un negozio del genere, senza avere in vetrina un discreto numero di grembiulini fantasia e di gale di pizzo della ditta che io ho l’onore di rappresentare

“Ecco! Mai che l’idea fosse venuta a te Hedward; te ne stai tutto il giorno lì impalato senza fare niente a guardare il soffitto o la punta delle scarpe e mai, dico MAI che fossi MAI utile in qualcosa. Ecco, guarda e impara babbeo di un buono a nulla come ci si comporta negli affari

IIN: Ted era diventato prima rosso poi, viola quindi nero e il sentimento che provava era estraneo alla vergogna; piuttosto un sordo ma profondo rancore, cosa di cui si pentì immediatamente, pensando a rinunciare alla pipa per una settimana come forma di autodisciplina.

Dopo uno sguardo divertito a Simmons, il gioveneammodo continuò:
“Naturalmente noi due sappiamo come vanno le cose in affari e non c’è dubbio che una signora con l’esperienza e il fiuto per il commercio come lei, afferri al volo l’occasione per trarsi da un momentaneo impaccio e spingere il suo negozio sulle vie della più alta moda, giacchè grembiulini fantasia e gale di pizzo fanno capolino nelle più belle case del regno. Per il pagamento non si preoccupi. Lei pensi a vendere, e le venderà tutte, mi creda, poi con calma passerò io e regoleremo le nostre pendenze.
Dodici dozzine per articolo, quindi?

IIN: Ted ebbe un soprassalto di sorpresa: Era una proposta folle per un negozio verso la bancarotta, ma fu ridotto in cenere da quattro occhi di brace.
Alla fine si accordarono per sei dozzine con grande gesto magnanimo del giovaneammodo.
Altri ne seguirono e la Sig.ra Simmons arrivò al teorema elementare che bisognava comprare, vendere e pagare, questo era l’arcano del successo.
Il punto debole del suo piano commerciale era la mancanza di alcun accordo col pubblico. L’invidia ci mise la sua e mai nessuno venne a comprare alcunchè.
Non solo, ma Edward, il solito, giunse da una commissione con la tremenda notizia che in Commercial road un negozio offriva gli stessi grembiuli fantasia e gale di pizzo ad un prezzo inferiore di quello dell’acquisto, il che non gli risparmiò una solenne e tonante lavata di capo.

La timida proposta di Ted di tornarsene da Moffart &C. per aggiustare il bilancio familiare, andandosene e venendosene il più possibile alla chetichella, venne respinta con sdegno.
“Bella idea ti sei fatta tu di come mantenere una posizione decorosa. Non ti basta di screditare me e te stesso facendo il babbeo in bottega al punto che gli affari vanno a rotoli e non ci bazzica nessuno –cosa di cui non mi stupisco-. …Sei un bel genere di marito, devo dire. Che cosa conti di fare adesso con l’azienda sull’orlo del fallimento e tua moglie sul punto di morire di fame? Cosa conti di fare eh? Dove sbatterai la testa?
“Bè, sai sto pensando al modo di uscirne, in maniera legale e forse se io tornassi,
“Ma dove vuoi tornare tu, te lo dico io cosa fare.

IIN: E Hedward si ritrovò buttato fuori alla porta della bottega con un grembiule fantasia su un braccio e le gale di pizzo sull’altro, affinché catturasse le signore di passaggio, funzione nella quale fece bancarotta completa; allarmava le passanti (che lo giudicavano pericolosamente sbronzo).

Quella sera ricevette l’ultima sfuriata, quindi la Sig.ra Simmons uscì con il suo cappellino dalla piuma nervosa e il cesto della spesa.

Ted Simmons rimase in casa.

Scena:
Lava piatti e bollitore, lucida posate e stivali.

IIN: Per la seconda volta il diavoletto del Peccato Originale si risvegliò in lui e prese a saltargli in petto. Osservò il suo guardaroba di vestiti e concepì la peccaminosa idea di gettarli nella spazzatura.
Subito si riebbe e stava contemplando l’ipotesi di rilavare tutti i bollitori, come forma di autodisciplina, quando si accorse di un tipo strano che lo guardava dal cortiletto con le mani in tasca e un solo bavero della giacca alzato, segno di vita avventurosa e di totale indipendenza. Lo raggiunse.
“E’ in casa la Signora Ford?
“EH!?
“La signora Ford!! No, anzi, cioè, ehm, un tempo si chiamava Ford, adesso, mi pare si chiami Simmons
“No! Non è in casa ma..
“Lei forse è il marito?

IIN: e scoppiò in una risata fragorosa, girandogli intorno e continuando a ridere.
Ora una risata nell’East End è un evento. Un capannello di gente si formò intorno a Simmons nel suo tweed a scacchi arancione che continuava a indossare fuori dal negozio.
“Cristo santo, proprio il tipo che piace a lei

IIN: e non smetteva di girare.
“Sono venuto a fare due chiacchiere con lei, da uomo ad uomo.

IIN: Al Sig. Ford piaceva intercalare ma ne conosceva solo due: Da uomo ad uomo e per così dire. Salirono in casa.
“Allora se permette mi presento da solo, per così dire, sono Bob Ford tornato fresco fresco dal naufragio del Mooltan e dato per disperso per cinque lunghi anni. Sono venuto, per così dire, a trovare mia moglie.

II: A poco a poco, finalmente Simmons richiuse la bocca. Una vaga idea si stava formando lentamente nel suo cervello e alla stessa velocità si delineavano i confini di questa nuova situazione.
Il diavoletto del Peccato Originale si affacciò in un angolo remoto del suo fegato.
Mentre un’ombra di -sembravaspavento- si disegno sulla faccia di Bob Ford.
“Q-Quando torna?
“Chi?
“Sua, cioè, mia, no, voglio dire, la Signora Simmons, per così…
“ fra un’ora circa

IIN: Sembrò riaversi e iniziò il suo discorso:
“Bene bene, eccomi di nuovo qui, il vecchio Bob Ford, morto e sepolto, cioè annegato col Moooltan e, invece eccomi qui, per così dire

IIN: La stava prendendo alla larga. Simmons lo scrutava con sospetto.
Si accese la pipa.
“Non. No, per favore. Lei, cioè, non vuole che si fumi.

IIN: La tenne accesa. Simmons non ritenne di insistere.
“Te li fa pulire i bollitori e le finestre e le posate? Ma come ti .. scommetto.. ma te lo ha confezionato lei questo?

IIN: Disse Bob Ford passando al tu.
“Bene il tempo vola e gli affari sono affari, non voglio rifarmi su di te amico ma

IIN: Il diavoletto aveva segnato il primo goal con il seguente suggerimento:
E’ chiaro che è ancora la moglie di questo tizio e, sul tuo onore spetta a te, Ted Simmons, riconoscere questo fatto ed agire come ne consegue.
“Dovrei rivendicare i miei diritti fino in fondo per così dire, ma, diciamo, visto che mi sembri un giovanotto a modo e che con mia moglie, cioè con la Signora Ford, no con la Sig.ra Simmons, insomma, tu mi capisci, per così dire, cioè, ehm da uomo ad uomo, diciamo,

IIN: Ora non è che da un tipo che è naufragato con Mooltan ci si può aspettare un grande discorso ma Il Sig.Ford – fatto uso dei due luoghi comuni più uno di riserva per le grandi occasioni-, si incartò ancor prima di cominciare. Inoltre un’ora passa in fretta.
Fece, quindi l’atto di esplodere in un soprassalto di generosità.
”Bè, guarda, maledizione, si mettiamoci d’accordo e io smammo. Così, da uomo ad uomo, ti dico un cifra, per così dire, prendere o lasciare Eh?
“EHh!?
“Cinque sterline e io smammo. OK?

IIN: Simmons non le aveva e per lo più era alla vigilia del suo matrimonio con le idee rivoluzionarie e peccaminose che si formavano nel suo fegato; fu quindi sorpreso più di chiunque altro di sentirsi dire:
“No, No, è contro i miei interessi, ma sentirei di tradire un dovere. Insomma, spetta a me andare via
“No! Non voglio, abbasserò il prezz: Tre sterline, giusto tre, da uomo ad uomo, che ne dici eh? Due, va bene? Due?
Va bè facciamo una sterlina e ti offro da bere. La trovi facile una strel

IIN: Ma non finì la frase che si accorse che stava parlando da solo. Simmons, in maniche di camicia già correva verso la porta.
Nel cortiletto incontrò la Signora Simmons che vedendolo senza giacca e senza cappello e per lo più correre a perdifiato verso la strada, fu sopraffatta dallo stupore e dallo scandalo.
Prima di rimanere definitivamente a bocca porta riuscì a dire.
“Hedward Simmons !! dove credi di andare senza cap
“C’è qualcuno di sopra che ti aspetta, moglie. Io torno subito.

IIN: Come un automa,in stato confusionale e ancora con la bocca aperta, l’ampia sagoma della Signora Simmons mosse verso casa.














Da 540
Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
A 643 sfuma


Voce fuori campo.
Nessuno in questa strada va mai al teatro perché ciò comporterebbe un lungo tragitto e un costo eccessivo per gente che deve usare il proprio denaro per comprarsi pane, birra, scarpe. E poi, almeno agli occhi di chi la domenica indossa il vestito buono, il teatro è una cosa peccaminosa.
Non c’è nemmeno chi legge poesie e romanzi: le parole stesse sono estranee alla loro esperienza. Il giornale della domenica, nella pagina dei pettegolezzi e dei fumetti esaurisce tutto il leggere che questa strada è disposta ad effettuare.
Eppure le aspirazioni non mancano.
Ultimamente ha fatto la sua comparsa in questa via un giovane pensionante che appartiene ad una società di mutua assistenza, cosa considerata una sorta di laurea, perché alle sue riunioni si tengono dibattiti d’ogni genere e, con aria soddisfatta e altezzosa, giovani simili, indisponenti per autocompiacimento, la cui unica preparazione allo scrivere è un’ignoranza colossale, leggono altisonanti relazioni.
A volte, alcuni di essi, vagano per i peggiori rioni della città, alla ricerca di adepti…















IL GRUPPO DELLA VACCA ROSSA

Terzo narratore (IIIN)

Il gruppo anarchico della Vacca rossa non esiste più. Il suo ispiratore ed animatore da tempo non si mostra tra i suoi compagni che da soli sono incapaci di agire.

Era uno di quei giovani pensionanti che affollano l’East End cercando folle di adepti da avvicinare alle loro strambe ideee rivoluzionarie.
Stocher, questo era il suo nome, se ne stava tutto il giorno a frequentare bettole e birrerie affollate di operai e disoccupati e se li scrutava; sempre solo, con due dita di unto che gli coprivano l’intero corpo, dai capelli alla scarpe, con squame di grasso nero che gli guantavano le mani, un fazzoletto marrone (ex rosso) annodato al collo e sempre, in ogni stagione, con un cappotto aperto con un solo bavero alzato, segno di vita avventurosa, totale indipendenza e idee rivoluzionarie.

Il gruppo della Vacca rossa era in realtà un insieme di individui che dopo lavori di facchinaggio si vedeva la sera, per puro caso ma ogni giorno, nel retro della birreria dall’altisonante nome..
Un giorno uno di loro invitò Stocher a indottrinare i suoi compagni.
Non lo accolsero con grande entusiasmo, bisogna dire, ma lui non era il tipo da lasciarsi intimidire da tiepide accoglienze.

Scena:
Stochler, col suo cappotto lungo parla ad una folla di tre, massimo quattro individui seduti a due tavoli.. Molti boccali di birra vuoti, qualcuno pieno a metà. Tra loro, un po’ in disparte, uno con una folta barba bianca e una pipa in bocca.

IIIN: Essi erano il sale della terra, quelli che vengono presi a calci e derubati e insultati. Abbasso tutto ciò che non era già abbasso e così via…
Le sue conferenze entusiasmarono. Sera dopo sera erano sempre eguali ma ciò non contava troppo. Era bello per “quelli della Vacca rossa” che qualcuno venisse da loro e parlasse a loro. Già tanto era troppo.
“Perchè, dunque siamo poveri?

IIIN: Domandava Stocher, piegandosi in avanti e porgendo a ciascuno il palmo aperto come a tentare una infortunosa colletta.
“Ve lo domando ancora; perché siamo poveri? Perché amici ci ritroviamo sempre senza un soldo in tasca per rimediare una mezza pinta per sciacquarci la gola come è giusto, eh? Com’è che succede? Eh? Ve lo domando ancora; com’è che succede?

IIIN: Questo era il suo stile; fare più volte la stessa domanda caricandola di pathos.
Per cui bisognava che qualcuno rispondesse.
Ci pensò Gunno Polson:
“Mancano i gonzi.
“Son tutti al verde quelli che scommettono

IIIN: Gli fece eco Jerry Sands. Da parte sua il vecchio Baker non parlò e non pensò. Poi la risposta la dava lui.
“Ve lo dico iiiooo, cari amici. E’ perché questa società e tutta marcia, ecco com’è. Perché mai lasciare che pigri e sporchi fannulloni buoni a nulla che si fanno chiamare Le Classi Alte si becchino tutti i frutti del vostro lavoro mentre sfacchinate come schiavi per mantenerli nel lusso e morite di fame? Perché non andate a prendervi tutto quello che vi pertocca di tutta la ricchezza che vi sta attorno?

IIIN: Gunno Plson guardò uno ad uno tutti gli amici che lo circondavano, ci pensò bene, poi li riguardò uno ad uno, poi ci ripensò ed infine disse con illuminata enfasi:
“Ci sono i poliziotti!!!

“Già perché c’è la forza bruta e Le Classi Alte ci si nascondono dietro. Ecco perché. Perché ci sono le truppe pagate e armate fino ai denti per tenere il popolo in schiavitù. Perché ci sono i magistrati e la polizia, ecco! E allora perché non sbaracchiamo via i magistrati e la polizia? Non servono a nulla e allora, chi li vuole, eh? Chi li vuole?

IIIN: Finiva sempre ogni suo intervento con una domanda ripetuta più volte.
“Si, sono una rottura

IIIN: ammise Snorkey che aveva passato qualche tempo in prigione; era uno spettatore che partecipava con entusiasmo e trasporto ma concepiva quello che stava accadendo come un dialogo, non come un’ indottrinamento, quindi interrompeva ad ogni frase, rovinando sempre tutte le pause ad effetto dell’oratore.

“Nessuno li vuole, dico nessuno che è appena utile alla Società…
Facciamola finita con questa gentaglia.
Basta! Sbaracchiamo tutto! Facciamoli saltare per aria; e allora…

IIIN: E la sua voce si abbassò e assunse un tono di mistero e misticismo allo stesso tempo, e per raddoppiare l’effetto, si piegò e comunicò a camminare quasi carponi,
“..E allora sì che ci avrete i vostri diritti.
E vi dico pure che il momento si avvicina. Si avvicina, credete a me. E quando l’ora luminosa avverrà, - a questo punto la voce diventò un sussulto-, lavoreranno tutti e non più di un’ora al giorno.

IIIN: Il vecchio Baker smise di fumare e sembrò un po’ allarmato. Già lavoro non ce n’era così, figuriamoci se anche Le Classi Alte si fossero messe alla stazione a portare i bagagli, come tentava di fare lui.
Per lui Le Classi Alte erano raffigurate esclusivamente dai due tizi in bombetta a cui aveva portato le valigie tentando di dileguarsi. Si era preso tre giorni.
“E avrete tutto quello che desiderate.

IIIN: Nel gruppo vi fu un’occhiata piena di cupidigia in direzione del bar.
La luce si diffuse con grande rapidità e nel giro di poche settimane il gruppo della Vacca rossa, divenne un promettente focolaio di anarchia.
Con leggerezza i discorsi di Stochler si spostarono sempre più sul piano degli esplosivi. Chiunque poteva fabbricarli, spiegò, niente di più facile. E qui si atteggiò a lungo a misterioso e desperado, vanto e stupore di tutto il gruppo della Vacca rossa.
“Dovete comprare dell’acido nitrico e poi il doppio di acido solforico, che vanno mescolati insieme goccia a goccia, aggiungendo poi la migliore nitroglicerina e badando a tenere tutto molto al fresco.
Il prodotto poi, va mescolato con acqua e lasciato a decantare, quindi ci si aggiunge della sabbia. Ed ecco pronto il terribile esplosivo

IIIN: Il gruppo ascoltò rapito, nel più assoluto dei silenzi.
L’azione poi doveva svolgersi in gruppo o singolarmente. Bisognava controllarsi a vicenda. Non POTEVANO esserci delazioni. Meglio la morte.
“Si tratta di un’opera disperata e gloriosa. Bisogna agire con rapidità, coraggio e tutti uniti

IIIN: E queste cose Stochler le spiegò nel miglior tono da cospiratore, con cenni del capo, ammiccamenti, dita puntate, come uno che sia uso mettere sottosopra regni ed imperi.
Il gruppo ascoltava rapito e indeciso quando Gunno Polson, prese la parola.
“Gli impianti del gas, faremo saltare gli impianti!!!!! E adesso, ripetimi la ricetta.

E il rivoluzionario –munito di matita e foglietto- prese a scrivere, lentamente e calcando molto, sillabando ogni parola,
aaciiiddddo NNNNITTrrico virrrgooola
poi, pooolllvvere …

IIIN: Jerry Sands si alzò ed azzardò qualche domanda circa la vita degli operai dell’impianto ma fu ridotto in cenere da un’occhiata piena di disprezzo di Stochler
Il quale spiegò che
“Cosa volete che contino due o tre vite in cambio della Gloria Eterna? Essere sui libri di storia, la vendetta attraverso le vostre mani..

IIIN: E cose del genere. Per un paio di giorni l’entusiasmo regnò senza limiti al gruppo anarchico della Vacca rossa.
Ebbe un calo solo nel momento in cui il solito Gunno Polson porse la domanda che volevano fare tutti:
“Quanti fondi ci si può ragionevolmente aspettare dal Quartier Generale?

IIIN: Voleva sapere, in altre parole, che ci avrebbero rimediato a fare tutta quella roba. Alla risposta; niente solo Gloria, molti musi si allungarono e Stochler cominciò a considerare l’idea che il suo giro di giostra era quasi al termine alla Vacca rossa e che doveva cercarsi altri disperati da indottrinare.
Così, la sera seguente, Stochler arrivò più tardi del solito.
“Ehilà!- esclamò Gunno Polson-, Sei arrivato, finalmente. Abbiamo avuto cose molto importanti da fare senza di te. Guarda!

IIIN: Aggiunse poi sottovoce.
“Ecco qui la roba.

IIIN: Con la fierezza di un bambino che ha appena passato il suo primo esame alle elementari.
Stochler balzò indietro di mezzo metro buono e impallidì.
“Cosa fai, pazzo! Non Agitarla! Non agitarla per carità! Ma vi rendete conto, quella roba può esplodere! Mettila giù, piano…
E adesso che volete fare?

IIIN: Era bianco come un fazzoletto lavato. Le gambe non lo reggevano, sudava copiosamente, ed era gelato. MAI in vita sua era stato così vicino ad un esplosivo.
“Bè, facciamo saltare gli impianti

IIIN: Rispose Jerry Sands con semplicità soddisfatta.
“Allora, come era? Adesso si versa la roba sulla sabbia, vero?
“Fermo! Non farlo! Per amor del Cielo,
“Ehi ma che ti succede – Stochler, facciamo quello che ci hai detto, no? Niente delazioni.
“Si ma, ehm, mi pare che manchi, anzi certo manca una cosa. So io dove prenderla, adesso vado la prendo e torno, mi raccomando non muovetevi

IIIN: E fece per uscire. Ma Gunno Polson lo fermò alla porta.
“Tutti insieme, ricordi e si guardarono tutti soddisfatti.

IIIN Loro avevano capito che Stochler li voleva mettere alla prova. Quindi si comportarono come i primi della classe, facendo a gara per mostrargli che avevano imparato bene bene tutte le sue lezioni e che adesso, senza esitazioni e tutti insieme- proprio come voleva lui-, avrebbero agito. Se ci andava di mezzo una vita non era importante. Importante era la Gloria.
Erano fierissimi di essere così diligenti discepoli di così scaltro maestro, che ora, li stava mettendo alla prova.

La delusione fu quindi alta, quando Stochler scoppiò in un pianto dirotto, pregandoli di lasciarlo andare. Lui era solo un Predicatore della Rivoluzione, altre vite avrebbero avuto l’Onore di rischiare di spegnersi in azione..
Sorpresissimi si guardarono in faccia cercando di capire.
Fu il vecchio Baker, che parlava pochissimo quindi era considerato saggio che dopo una lunga tirata di pipa disse come stavano le cose:
Le classi Alte! Loro lo avevano pagato perché tradisse. Le aveva viste lui due Classi Alte che arrivavano col treno ieri; avevano il cilindro e il bastone. Ecco dove andavano; a incontrare Stochler per pagarlo e fargli tendere una trappola. Ecco com’era. E lui gli aveva portato pure i bagagli. E sputò in terra, segno del più profondo dei disprezzi.

La cosa fu confermata da alcuni scellini che gli trovarono in tasca e che da bravi rivoluzionari spesero tutti in birre. Anche a Stochler versarono molta birra direttamente sul cappotto.
Poi lo legarono al cestello dell’esplosivo, lo trascinarono per strada di peso, giacché era mezzo svenuto, lo tennero nascosto nel gruppo, cantando le loro canzoni rivoluzionarie, nelle quali non mancavano inni della squadra rionale, gettarono la spia delLe Classi Alte ai piedi dell’impianti e si dileguarono, soddisfatti, e pieni di gloria, in direzione della birreria.
Poco dopo una leggera esplosione fu udita fino a pochi isolati di distanza.



Pausa.














Voce fuori campo.
Questa strada è lunga circa centocinquanta metri e ogni metro è fatto allo stesso modo.
Una piccola cadente costruzione in mattoni rossi con tre aperture per finestre e un rettangolo per porta. E ciascun lato di questa strada è formato da una cinquantina di case simili, una in fila all’altra con un’unica facciata in comune.
Girato l’angolo ci sono panetterie, un negozio di candele, una birreria. Non rientrano nella veduta, ma sono ben noti a tutti gli inquilini, e il negoziante di candele va in chiesa tutte le domeniche e paga regolarmente il proprio banco.
Può succedere che qualcuno si sia rivolto alla Cassa di Assistenza per avere carbone, coperte. Morirebbe piuttosto che rendere noto un simile obbrobrio.


II reprise da 26
Siamo noi a far ricca la terra
noi che sopportiamo
la malattia del sonno e la malaria
noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano,
noi piantiamo il mais
su tutto l'altopiano.
Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane,
le nostre braccia arrivano
ogni giorno più lontano.
Da noi vengono i tesori alla terra carpiti,
con che poi tutti gli altri
restano favoriti.

E siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro.
Quella vita che gli altri ci respingono indietro
come un insulto,
come un ragno nella stanza.
A 135 sfuma veloce.



IIN: Proprio nel preciso istante in cui l’ampia figura della Sig.ra Ford fece il suo ingresso in casa, un’altra figura s’intravide scavalcare la finestra.
Scavalcò la balaustra e, senza esitazione alcuna si gettò dal primo piano.
La Sig.ra Simmons (Già Ford) si portò alla finestra e vide un’immagine d’uomo vestito da marinaio. Aveva qualcosa di familiare e, molta fretta.
L’uomo si era di sicuro slogato una gamba, almeno così parve alla padrona di casa dalle sue imprecazioni soffocate. Ciò nondimeno l’uomo si alzò e se la svignò di gran carriera, trascinandosi la gamba con la mano e guardando, sembrava alla sig.ra Ford-Simmons, con grande apprensione in sua direzione.
“I ladri” pensò tra sé, poi si riprese e si diede a cercare Ted per dargli un’energica strapazzata.

Per molto e molto tempo, la vile diserzione di Simmons, mai più apparso da quelle parti, fu oggetto di chiacchiere tra le signore del vicinato, di profonde riflessioni e lunghe meditazioni, alla messa della domenica.




IIIN: Alla Thames, Police Court, Alfred Stochler fu incriminato per ubriachezza molestia. Lo avevano rinvenuto in stato di assoluta incoscienza vicino agli impianti del gas. A quanto pare era stato legato mani e piedi da un monello di strada, il quale aveva poi acceso un fuoco d’artificio accanto all’uomo. L’uomo sosteneva di essere stato aggredito in una taverna ma poi non voleva fornirne il nome né tantomeno quello dei suoi aggressori e neanche le modalità dell’aggressione. Si limitava a piagnucolare.
Gli era stato trovato accanto un cestello contenente una strana mistura di sabbia e olio di ricino ma l’arrestato non sapeva chiarirne la provenienza.
Il magistrato lo multò di cinque scellini o sette giorni di prigione e, poiché l’uomo non aveva denaro con sé, venne immediatamente tradotto in cella.


II reprise da 135
Riprendiamola in mano, riprendiamola intera,
riprendiamoci la vita,
la terra, la luna e l'abbondanza.

… a 226 abbassa volume accendi luci sala. Finale
a 305 alza volume, sulla ribalta, fino alla fine brano.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra.
Ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra.
Ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Fino a finale



Liberamente tratto da: Arthur Morrison: Londra sconosciuta

Col. Douglas Mortimer

domenica 31 agosto 2008

A Milano fuori dal tempo


non posso dire tutto quello che penso
non posso fare tutto quello che voglio
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo e' proprio fuori dal tempo


Mancano pochi minuti alla finale del mondiale di calcio. L’ufficio è deserto. Fuori si sta per scatenare una bufera. Producendo suoni cupi e ferrosi, il vento si insinua tra i blocchi di cemento e le enormi squame di vetro che nelle intenzioni dell’architetto avrebbero dovuto formare una grande opera d’arte. A dire il vero, gruppi di giapponesi vengono tutti i giorni a fotografare quello che ufficiosamente è noto come il mostro di via Colletta. Ma forse credono che si tratti di un grande meteorite caduto dalle profondità abissali dell’universo. Dal sottostante cantiere, cartelli penzolanti stridono e accompagnano una danza di polveri che ticchetta sui vetri opacizzati, producendo un effetto come di maracas agitate sgraziatamente. Il cielo s’ingrigisce velocemente e quel poco di luce che riusciva a infilarsi tra i palazzi svanisce. C’è un’atmosfera angosciante, come se Milano si preparasse alla fine del mondo. E invece si aspetta soltanto il fischio d’inizio di una partita di calcio. Davanti ad una birra e popcorn di ordinanza. Si sente in lontananza un gruppo di adolescenti cantare a squarciagola l’inno nazionale. Me li immagino con le mani al petto come se stessero per liberare la terra natia dal nemico invasore. E con l’orgoglio dell’eroe di professione ruttano un “vincere e vinceremo”, intercalato da un anacronistico “chi non salta un francese è”.


non posso dire solo stupide frasi
anche se per caso mi piacessero i fiori
non e' detto che io debba fare il fiorista
il questionario dei tre giorni e' proprio fuori dal tempo
i professori sono quasi tutti fuori dal tempo

Potrei già tornare a casa ma odio camminare per strada quando sta per incominciare una partita di calcio così importante per i miei concittadini patrioti. In queste occasioni moltissimi sono pronti ad imbracciare bandiere, trombette e sciarpe e a partire per una guerra di glorie ed onori. “Spezzeremo le reni alla Francia!” Già li sento. “Le baguette gliele ficcheremo su per dove so io”. E’ la sentenza che ho sentito emettere stamattina da un mastino tatuato mentre azzannava uno sfilatino scongelato dell’Esselunga.

mi piace la gente vivace, non amo chi tace e acconsente
io personalmente preferisco la gente insana di mente

Quando si approssima il fischio d’inizio nell’italiano si risveglia l’istinto garibaldino, l’innato patriottismo, la fede smodata per l’ideale di Nazione, l’orgoglio per la disfida di Barletta. E come a Barletta tredici cavalieri italiani ne sfidarono altrettanti francesi per difendere l’italico onore, ora 11 connazionali erano chiamati a tenere alta la dignità dello stivale.


non posso esternare i pensieri strani
non posso detestare liberamente
anche se a volte avrei buone ragioni

L’animale tifoso esce di fretta e furia dall’ufficio come se la moglie stesse per partorire 8 gemelli o come se il capo lo inseguisse con la spillatrice per fissarlo alla scrivania. Il milanese, il romano, il catanese si mette in macchina e inizia a travestirsi. Si passa il rossetto, che l’amichetta ha dimenticato in macchina, sulle labbra, della crema nivea sul naso e un po’ di pesto sul muso ed ecco che il tricolore è composto. Ora è pronto per scapicollarsi a casa davanti al 42 pollici, stravaccarsi sul divano coi piedi sul tavolino con tanto di ammogliati lamenti in sottofondo. Cento all’ora in 6 decimi di secondo. Via, verso la trincea! Un colpo di clacson per far scostare un vecchiaccio anarchico che ci mette più del dovuto ad attraversare la strada: “Va a scuà ul mar, vècc bacüc”. Passa di fronte al ristorante francese abbassando il finestrino e mostrando un dito della mano nell’intenzione di offendere tutti i cugini d’oltralpe, Letizia Casta compresa, urla un “ve le daremo di santa ragione, culatun”. E se la ghigna. Quasi investe un ciclista rimasto fuori dal gruppo a cui abbaia dietro un perentorio “föra di pè”. No, non sopporterei di assistere a questo insensato spettacolo. Aspetterò che la partita sia iniziata e mi godrò una Milano deserta come se fosse Ferragosto.


mi piace la gente vivace, mi piace la gente sincera
ma anche quella che mente
penso che praticamente sia bella la gente insana di mente

Esco dall’ufficio al solito orario. Ma tutto il resto è inconsueto. C’è un aria tesa, ansiosa, irrequieta. Si sta preparando una tempesta estiva di quelle che promettono di sconvolgere la terra e invece non riescono nemmeno a inumidire l’asfalto. Il cielo si dipinge in maniera disordinata, come quando in un’esercitazione antiterroristica i perplessi partecipanti si barcamenano nel tentativo di simulare il caos. Ma il caos non è modellabile, non si può prevedere, né pretendere di schematizzare, descrivere, sistematizzare. I pochi alberi che sopravvivono orgogliosi in mezzo al cemento si lasciano cullare dalle correnti impazzite. Si ha la sensazione che vogliono abbandonare le radici e lasciarsi volare nel vortice di questa pazza serata. Ho in mente l’immagine di un film in cui una tempesta tremenda faceva volare auto, persone, case. Mi sembra di vivere quella scena. Il vento mi schiaffeggia o forse mi spintona soltanto. Sono quasi solo per strada. Tutti sono rintanati nelle proprie case per sfuggire dall’imprevedibile umore dei venti e assaporare l’altrettanto imponderabile rotolare di una palla tormentata da ventidue omoni puzzolenti. Decido di confondere questi pensieri accendendo il mio i-pod.

Se non esistessero i fiori riusciresti a immaginarli?
Se non esistessero i pesci riusciresti ad immaginarli?
In altre zone di questo universo
esiste tutto cio' che io non riesco ancora ad immaginare

Proseguo a zonzo nel mistero di una Milano fantasma. Ho come quella sensazione che si ha quando si esce la mattina di casa qualche ore prima del solito: non si riconosce la città che si ha intorno. E’ strano come le persone, le cose, i negozi ad orari diversi siano così diversi! E Milano alle 6 non è la Milano delle 8 o delle 10 e men che meno quella delle 23. E io non so in che ora sono capitato. Forse ho attraversato un fuso orario che senza volerlo mi ha catapultato in una dimensione sconosciuta. Come quando si fa un lungo viaggio intercontinentale e si perde la cognizione del tempo. La prima volta che andai in Nuova Zelanda mi persi dodici ore non so bene su quale oceano. E ancora non me ne capacito! Che strano: il paninaro di Piazzale Libia è ancora aperto. Mi fermo e prendo il mio solito modenese con una moretti ghiacciata.

le stelle che riesco a vedere sono una piccola percentuale
esiste tutto cio' che io non riesco ancora ad immaginare

Consumo il mio lauto aperitivo chiacchierando un po’ col signor Mario che a quanto pare è uno degli altri pochi italiani a fregarsene del pallone. Parliamo di argomenti che non avevamo affrontato mai e che non credevo avessi mai trattato con lui. Scopro con un po’ di razzistico stupore che Mario il paninaro è uno storico provetto e mi intrattiene con infiniti racconti, leggende e miti. Mi parla delle migliaia di italiani emigrati in cerca di fortuna in Europa, America e Australia. Sembra che conosca le storie di ognuno di essi. Mi parla delle guerre d’indipendenza, di rivoluzioni, di valori che hanno animato sommosse e rivolte. Mi racconta della grandiosità dell’impero romano e delle preziose diversità che si sono sedimentate in Italia prima dell’Unità. Poi capisco cosa vuol argomentare con tutta quell’oratoria. Mi ha voluto trasmettere tutta la sua scetticità circa la valenza di 90 minuti di scalciate nel delineare la storia dell’umanità. Forse sono anche d’accordo ma mi sembra un po’ eccessivo arrivare a queste argomentazioni. Vabbé che ritengo un’idiozia star a patire per una partita di calcio; però è pur sempre un divertimento per molti. Ma che facciano quel che vogliono. In fin dei conti che male c’è a sbraitare per una palla che non vuole entrare dove dovrebbe?

sovrappensiero è arrivata una primavera
si va a un concerto e ci si perde
c'è almeno una strada che si fa sovrappensiero
tutte le ossessioni sono sovrappensiero
in fondo anche l'amore è un sovrappensiero
una canzone serve al sovrappensiero

Saluto Mario e mi reimmergo nell’ascolto delle mie canzoni. Mi piace tenere un orecchio libero. Come a non isolarmi completamente dal mondo: se qualcosa d’importante accade non me la posso perdere! E così le note si confondono con i rumori della strada: il fischio del vento, il frusciare di foglie e piccola mondezza urbana, urla di gabbiani spaesati. Una biondina s’intravede ondeggiare nel turbinio di questa sera irrequieta. Non cerca di seguire una traiettoria retta. Si lascia cullare dalle onde asciutte. Segue l’armonia della città incantata. Non contrasta la necessità del tragitto. Forse non ha una meta definita, ma assapora l’andare magicamente verso nessun luogo. Senza chiedere permesso rompe la mia solitudine e mi chiede “cosa ascolti?” Io scendo goffamente dai miei pensieri e rispondo: “cosa?” Lei prende l’auricolare libero e ascolta.


Scegli me fra i tuoi re
un vortice ci avvolgerà

ho i ricordi chiusi in te

tra due mani, le mie

sono i cieli neri che, io so non si scioglieranno più



Poi in silenzio ci incamminiamo. In una direzione che non corrispondeva a nessuna delle nostre traiettorie precedenti.


I´ve watched the stars fall silent from your eyes
I can´t believe that I believed I wished that you could see

I´m pushing an elephant up the stairs
I´m tossing up punch lines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground

In all this talk of time
Talk is fine
But I don´t want to stay around
Why can´t we pantomime, just close our eyes
And sleep sweet dreams

Me and you with wings on our feet

I´m breaking through
I´m bending spoons
I´m keeping flowers in full bloom
I´m looking for answers from the great beyond

I´m looking for answers
I´m looking for answers



For answers? Di che tipo? Tutte quelle di cui ho bisogno. Sono troppe lo so. Perché troppe sono le domande che pongo. E a volte cerco risposte a domande che ormai non ricordo più. Ma mi basta cercare le risposte; non ho la presunzione di trovarle. E nemmeno è ciò che importa. L’universo continua il suo vivere, anche se l’arbitro fischia lo scadere del tempo. E io continuerò a starmene in fuorigioco.


mi piace la gente INSANA DI MENTE

mi piace la gente in sana dimente

mi pia cela gente insana di mente

mi piace lagente insana dimente

mipia celagente INSANA DI ME nte



br1

martedì 15 aprile 2008

TV-SET


TV-SET


Le immagini sono nitide, i colori puliti, forti. Mostrano un interno arredato in modo moderno e confortevole, molta luce e molto lusso, poca eleganza. C’è persino un piscina.
Due ragazzi stanno litigando di brutto. Lui è goffo, vestito come un manichino della Standa, nervoso, visibilmente a disagio e molto aggressivo. Non sa cosa dice. Ma lo urla in faccia alla ragazza. Lei è appassionata e ferita, grida isterica e a volte si confonde. Non si perdona di aver ceduto alle lusinghe di un tipo così banale.
Uno schermo di enormi dimensioni riproduce questa scena in un grande teatro; ci sono molti spettatori che ascoltano attoniti e in assoluto silenzio. Al centro in piedi e di spalle al suo pubblico, una ragazza bionda bellina e con l’aria della prima della classe. E’ quella che abbiamo conosciuto tutti a scuola che, quando entrava il Prof e qualcuno gli buttava addosso la solita pallina di carta, lei si alzava in piedi e diceva. “Io lo so chi è stato Prof !”. E indicava col braccio teso e il ditino indice talmente puntato da creare un arco verso l’alto. Poi sedeva,senza poggiare la schiena, e un sorriso compiaciuto si disegnava partendo dal mento volitivo e cattivo. Prendeva tutti dieci e a fine scuola scappava subito dal fidanzato con moto, senza filare nessuno. Era la più bellina e tu ci morivi dietro e le perdonavi sempre tutto.
Adesso è lì attenta e contenta. Lo show will go on e lei continuerà ad essere la presentatrice del programma di grande audience.
La tensione sale ma non si rompe mai. Quando è all’apoteosi, alla base degli schermi piatti degli Italiani appare una sovrimpressione: “Questa lite è offerta da _ _ _ _” nota marca di frullatori per uso domestico.

Un giovane uomo entra recando un gran mazzo di rose rosse che offre alla presentatrice. Prima ne sottrae una: “E’ per la mia fidanzata, se dovesse tornare le regalerò, avanti a tutti gli italiani, questa unica rosa”.
La presentatrice, passata la quarantina ma ancora bella e con un seno così grosso che mai si è potuta vedere le scarpe, accetta compiaciuta di tanta cavalleria.
Quindi siedono su un divano e lui fa pubblica ammenda, per il piacere di tutta la Nazione, dei suoi tradimenti e dei suoi peccati. La presentatrice diventa psicoterapeuta e incita, attenta e benevola il giovane a scavare più nel profondo nella sua intimità, nel suo stesso interesse. “Tanto –e qui strizza l’occhio alla telecamera-, siamo tra di noi”.
Lui registra un messaggio e un tipo, partito su un gran caravan, si reca all’indirizzo della ragazza.
Lei non lo aspetta, però poi lui trova il parcheggio proprio sotto casa, il cancello il portoncino e la porta aperta, il caffé pronto, tutti abbigliati elegantemente e la ragazza appena uscita, per uno strano caso, dal parrucchiere e dall’estetista.
Un po’ smarrita e completamente nel pallone, scende nel camper. .
Loro mostrano a Lei un video inciso dal suo ex,. Lei mostra a Loro una Gransorpresa !!
Nel video il giovane parla dei suoi errori e le fa promesse dannunziane raccontandole delle onde del mare che sono tante quante le sue parole d’amore più una che sono loro due che volano verso un orizzonte con un sole giallo al tramonto.
Poi il sole cambia e nel disco giallo appare un cerchio rosso con la scritta CocaCola.
L’immagine torna in studio dove lui attende con l’ultima rosa-ultima onda da porgerle appena si aprirà la porta e lei apparirà. Lui le correrà incontro e la abbraccerà. L’Italia quella sera andrà a letto con il cuore leggero.
Cucina italiana, una sola fettina da dividere in due, mezza bottiglia di vino sfuso e un po’ di pane. Patatine fritte in bustina, lui e lei guardano la televisione e fanno pronostici.
La porta si apre lei non c’è. La presentatrice con le tette grosse, visibilmente commossa, gli prende la mano e gli dice parole consolatorie. La telecamera stringe su di lui. Il mento gli trema, allora il primo piano si allarga, poi passa agli occhi. Le prime lacrime cadenti dai suoi occhi. Primo piano feroce. Assoluto.
Alla base degli schermi piatti degli Italiani appare una sovrimpressione: “Questa immagine è offerta da _ _ _ _” nota marca di frullatori per uso domestico.


Le immagini sono nitide. Mostrano l’interno di una basilica di paese. Un padre piange inconsolabile sulle bare dei suoi figli. Nel momento in cui si stende su una di esse, scoppiano mille flash.
Poi siede vicino alla sua compagna, si ricompone e rimane assorto nei suoi pensieri. Impassibile.
La telecamera stringe su di lui, sulla sua faccia, in cerca di una emozione da rubare e regalare agli Italiani. Stringe, cerca di insinuarsi al di sotto degli occhiali scuri. Se prenderà una lacrima, un solo occhio rosso dell’uomo, il cameraman avrà fatto bingo!
Dallo studio osservano e commentano. Il signore, poco tempo prima era stato additato come il Mostro d’Italia, ed ha subito profonde ingiustizie.
Nello studio mancano due figure fondamentali. La moglie di un ex calciatore e una ex DJ donna, un tempo abbastanza bona, adesso un cesso da fare spavento. Forse per questo si veste come una sciamana indiana. Sono due opinioniste. Hanno sparso veleno per giorni sul quel signore, compiaciute come la biondina del programma televisivo ed hanno insegnato a tutti gli Italiani cosa sentire, come pensare e che atteggiamento prendere nei confronti di una terribile tragedia che è diventata proprietà della televisione.
Adesso sono assenti, sommerse dalla montagna di fango che è uscita dalle loro bocche.

Un cronista corre per una strada facendo segno alla telecamera di seguirlo. Poi citofona e poggia il microfono sul ricevitore.
La voce risponde e lui chiede. “Signora, Signora, ci dica: Cosa si prova a vivere una tragedia così? Cosa vuole dire a tutti gli Italiani che la stanno ascoltando?”
CLIK.
Diritto di cronaca.


In un seguitissimo programma televisivo di orario serale si diffonde cultura, conoscenza, dibattimento e sapere.
Ed è così –come è convinto Mike Buongiorno- che gli Italiani
Il lunedì ascoltano le peripezie del fotografo di successo che viaggia su auto di lusso spendendo soldi falsi; ma è un Italiano Superiore e può andare a vantarsene in televisione.
Il martedì si commuovono alla storia della ragazza giovane e bella uccisa nella città universitaria e si interrogano se un ragazzo, altrettanto giovane e bello, possa essere definito Mostro.
Il mercoledì ridono di tenerezza ai complessi giri mentali della ragazza che non è una presentatrice, non è una scrittrice né un’attrice, non è una modella e nemmeno un’atleta ma ha una serata dedicata solo perché giovane e carina. Professione: oca.
Il giovedì, con una fettina divisa in due e il solito sacchetto di patatine, partecipano con simpatia ed antipatia fisica, ai dibattimenti politici, dove uomini ben vestiti e con i gemelli ai polsi parlano di Italiani che non arrivano al giorno 15, promettono di impegnarsi se riceveranno il voto per puro altruismo e solo negli interessi degli Italiani a creare per loro un mondo migliore:
niente tasse, mille Euro per ogni nascita, l’auto nuova e metallizzata per tutti.
Il venerdì ridono e si divertono alle gag degli attori del prossimo film di Natale che andranno a vedere tutti insieme il sabato.



L’immagine è in bianco e nero, sbiadita. Si vede l’interno di una casa arredata in modo spartano. Solo mobili essenziali, niente quadri, niente soprammobili.
Un uomo di circa quarant’anni è in piedi avanti ad un televisiore.
L’apparecchio è di tipo vecchio, anni ’50 ma grandissimo, prende tutta la parete. Per una strana magia, la televisione riprende ogni angolo della casa e l’uomo, come tutti i suoi concittadini, è costantemente seguito e spiato. Il suo Paese si chiama Oceania, e comprende quasi tutta l’Europa occidentale.
Sullo schermo il volto di un gigante dalla faccia affilata, i capelli lisci ed i baffetti. Ha lo sguardo fisso su di lui e, per un prodigio della ripresa, ovunque vai, la fissità dello sguardo ti segue.
Alla base dello schermo tre righe:

LA GUERRA è PACE
LA LIBERTA’ è SCHIAVITU’
L’IGNORANZA è FORZA


Poi l’immagine sullo schermo cambia ed appare una donna giunonica in tuta da ginnastica.
“Al mio via chinatevi e toccatevi la punta dei piedi. Chiunque al di sotto dei quarantacinque anni può toccarsi la punta dei piedi”.
Tutta la popolazione adulta di Oceania (decine di milioni di persone) in quel momento è avanti al televisore pronta ad eseguire quell’esercizio.
Al via Winston scende rapido verso terra, ma sente un feroce strappo alla schiena, quindi rallenta un poco lo scatto, curando di non far trapelare nulla; tanto sono milioni….
La voce che conta marziale si interrompe.
Smith” strillò la voce bisbetica dal teleschermo, “6079 Smith W! Si, proprio voi! Più basso prego! Potete fare meglio di così. Non vi sforzate abbastanza. Più basso, prego! Così va meglio, camerata!
Adesso riposo tutta la squadra e guardate a me!”
Un improvviso sudore bollente era uscito dai pori di tutto il corpo di Wiinston. Il suo volto era impenetrabile. Non tradire mai la paura! Un minimo cenno dell’occhio avrebbe potuto perderlo.
Guardò la maestra di ginnastica che levava le braccia al di sopra della testa - non si può dire con grazia ma di certo con grande correttezza- si piegava e poggiava la prima falange delle dita delle mani sotto quelle dei piedi. …




ATTENZIONE! ATTENZIONE! ATTENZIONE!
Il Grande Fratello Ti Guarda.!!

L’ Italia sul 2
Buon pomeriggio
Ricomincio da qui
Sipario
TG4
Matrix
Porta a Porta (come i rifiuti di Massa Lubresnse)
Il Grande Fratello
X Factor
L’isola dei famosi
Amici
Uomini e donne
Maurizio Costanzo Show che doveva finire per sempre poi è ricominciato poi deve finire poi ricomincerà
Forus
La Squadra
La Nuova Squadra
Carabinieri 1 2 3 4 5 6 7
Distretto di Polizia 1 2 3 4 5
Novella 2000
Dive e donne
Grazia
Il Giornale di Napoli
Il Roma
Il Giornale
Il tempo
Il Mattino
La Repubblica
Don Matteo
Centovetrine
Capri
I cartelloni pubblicitari
I libri di Vespa e Andreotti,
Zelig
Il comico di Zelig che dice una battuta e fa un film e scrive un libro
La gente che ci va a vederlo
La gente che parla come Zelig
La rabbia contro i Rom perché una di loro ha tentato di rapire una bambina; come se in Scandinavia un italiano tenta una rapina allora gli scandinavi buttano una bomba al Naplan ma grandissima e a forma di Italia
I fascisti che aggrediscono gli studenti e il sindaco di Roma parla di rissa. Ma non usa più il termine “vile aggressione?”
Le canzoni di Tiziano ferro
I film di Vanzina
Il cittadino che se protesta rischia 5 anni di galera e se smaltisce 60 camion di polvere di spezzamento non gli succede niente.
I film americani dove i buoni (i poliziotti) anche se usano metodi violenti sono sempre i buoni e vincono sempre
L’eredità
Il milionario
I programmi d’assalto e i cronisti d’assalto
La subrettina che non sa parlare italiano però va ad intervistare i politici a Montecitorio.
Le Iene
Il telefilm delle 8 dove i poliziotti autostradali per inseguire Il Cattivo provocano spettacolari incidenti. Ma non c’è la patente a punti?
Il cane intelligente
Rita dalla Chiesa, Marta Flavi, Enrica Bonaccorti, Maria de Filippi, Ornella Vanoni (la neomelodica di Milano), Manuela Foliero e tutte le brave signore salottiere d’Italia
La DJ allo sfascio che fa la opinionista
La moglie dell’ex calciatore che fa l’opinionista
La signora esperta di BonTON che fa l’opinionista
Il decadimento mentale di Serena Dandini


Non sono ottimista



TV-SET di Col Douglas Mortimer

LISBON STORY recensione


Lisbon Story

Titolo originale: Lisbon Story Regia: Wim Wenders
Anno: 1995 Nazione: Portogallo/Germania Produzione: Mikado
Durata: 105'

Ricardo Colares Joel Ferreira Madredeus Rudiger Vogler Teresa Salgueiro (Madredeus)
Manoel de Oliveira Patrick Bauchau Sofia Benard de Costa



E’ la storia di Philip Winter, tecnico del suono tedesco che parte per Lisbona con la sua vecchia Citroen carica di “strumenti sonori” tra i più stravaganti.
Attraversa tre dogane e altrettanti Paesi fino a giungere –con l’auto ormai fusa- all’appartamento del suo amico Frederich, regista che sta tentando uno strambo documentario muto e in bianconero e che lo ha chiamato per realizzarne i suoni.
Non lo trova ma, in casa sua, incontra un gruppo di ragazzini, anche loro con la passione del cinema, che lo seguono con le loro handycam e riprendono i suoi primi passi in una Lisbona a lui sconosciuta ma che lo affascina e lo rapisce.

Philip, brutto, buffo, caricaturale, ma dotato di una forte autoironia e una bella voce, esce con le sue attrezzature strampalate per “catturare” i suoni della città e, seguendolo, noi iniziamo un viaggio in verticale, sempre più profondo nel rumore forte, discontinuo e scollegato e nel colore acceso e passionale di una delle più affascinanti città d’Europa.
Incontrerà il quintetto Madredeus e la loro sensuale cantante Teresa, di cui si innamorerà e, attraverso di lui, noi verremo a conoscenza di una delle più belle voci femminili portoghesi, che dà a questo film una connotazione precisa nel ricordo di chi lo ha visto.
Troverà, infine l’amico e, insieme proveranno a realizzare il progetto di Frederick.
Un documentario sulle immagini mai viste.
Ma come fai a creare un film di immagini “vergini”, cioè mai osservate da occhio umano, quando nel momento stesso che le riprendi quelle immagini le stai vedendo?
Come molti altri, anche questo film si risolve nella divertente scena finale dove si vedono due tipi di mezza età e sicuramente un po’ matti, uno con un microfono enorme ad asta che sembra un cartone animato, l’altro con una cinepresa a manovella, affacciati al finestrino di un tram che riprendono immagini e suoni che neanche loro hanno visto o sentito.

Un film leggero, un viaggio da turista anomalo in una singolare città europea, molto simile a Napoli, un piccolo dono al cinema nella ricorrenza del suo centenario (con omaggi a Fernando Pessoa e a Manoel de Oliveira, classe 1908, che si permette un'entrata charlottiana), una riflessione sui rapporti tra immagine e suono, pellicola e video, verità e menzogna, sull'opposizione tra cinema americano (delle storie) e cinema europeo (dello sguardo).

L’effetto comico è affidato ad alcune sequenze, quasi sempre senza parole (la bucatura della ruota, la scena del moscone…) ed alla maschera quasi immutabile del volto del protagonista.

In Italia è stata molto apprezzata la colonna sonora –che ha avuto una sua evoluzione a parte con un boom di vendite di cassette e cd - e che nel film è un po’ troppo caricata.

SOSTIENE PEREIRA recensione


SOSTIENE PEREIRA

Un film di Roberto Faenza.
Con Marcello Mastroianni, Stefano Dionisi, Daniel Auteuil, Nicoletta Braschi, Marthe Keller, Teresa Madruga, Nicolau Breyner.
Musiche Ennio Morricone
Genere Drammatico, colore 104 minuti. – Produzione Italia, Francia 1995.
Nella Lisbona del 1938, sotto la cappa del fascismo salazariano, un anziano giornalista culturale con la passione dei necrologi di scrittori illustri.
Sostiene Pereira, che i necrologi bisogna prepararseli prima perché quando poi il personaggio muore il suo giornale è già pronto con l’articolo di lode che ne descrive la vita e le gesta.
Sostiene Pereira, che non bisogna dar troppo peso alle cose che gli accadono intorno e mantenersi informati ma in maniera discreta, magari ascoltando le cronache degli eventi attraverso il filtro dei racconti di Manuel, il giovane cameriere del bar dove va ogni giorno a prendere solo limonata. E molto zucchero.
E Pereira sostiene ancora che la sua non è un’epoca buona ma che un semplice traduttore dal francese di un giornale al soldo del regime non ha le capacità di fare molto.
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Il Sig. Pereira è un vecchio giornalista, confinato in una stanzetta che funge anche da studio e ufficio, con un pigro ventilatore che funziona solo se stimolato da un spinta esterna (metafora della sua stessa vita) e con una portinaia che lo spia. E’ solo e l’unica compagnia che gli rimane è la foto della sua anziana moglie con la quale parla in modo confidenziale ed ossessivo (ma molto dolce) per tutta la durata del film. Le sua convinzioni, la sua mitezza, l’organizzazione del suo lavoro, le limonate e la dieta alla quale decide di sottomettersi per perdere qualche chilo, sono il luogo dove si rifugia per cercare di sottrarsi a quel “Brutto Mondo” nel quale è costretto a vivere.
La comparsa di Monteiro Rossi, un giovane con idee sovversive che gli chiede insistentemente di insegnargli il mestiere del giornalista e della sua compagna Marta, scuote e rompe le sue barriere difensive. Il ragazzo, racconta alla moglie parlando al suo ritratto, gli ricorda il figlio. E’ un giovane senza futuro (e qui sorride e gli trema la voce) al quale lui non riesce a non affezionarsi. Quindi, un poco in ombra, segue il suo inserirsi nella lotta partigiana fino a vederlo divenire un rifugiato politico.
La sua anima dominante vuole mantenersi estranea agli episodi che accadono a quel giovane e alla sua compagna Marta, ma una nuova anima sta combattendo per prendere il posto della precedente nella “Congregazione delle Anime” che governano la sua vita. E’ un medico francese dal quale si reca per una cura dimagrante a suggerirgli questa teoria che è la chiave, il punto di partenza, e il nucleo al tempo stesso di tutta la storia.
“L’uomo è governato non da una sola anima ma bensì da un’intera congregazione di anime, sotto il dominio di una anima dominante. Che ne determina il carattere. Accade a volte che una di queste non accetta di essere dominata e inizia una lotta per il predominio. Questo è il periodo della confusione e del travaglio, che continuerà fino a quando una nuova anima si sarà insediata al posto della prima e nascerà così l’Uomo Nuovo, o rinnovato”.

Tutto il film è la preparazione a questo rinnovamento.
Pereira è un mite anziano giornalista, ma qualcosa lo tormenta. Allora lui si rifugia nei sui riti e lotta con sé stesso affinché questo cambiamento non avvenga o almeno avvenga il più tardi possibile. Ma la nuova anima all’interno della congregazione già sta lottando, e allora quando incontra il giovane Monteiro, lui è già pronto ad accoglierlo ed a seguirne affettuosamente il percorso. Lui entrerà nella resistenza poi in clandestinità ed è lo stesso Pereira che –attraverso di lui- farà quella strada. Il ragazzo è l’anima nuova che lotta dentro di lui e che pian piano si farà strada per prendere il sopravvento. Sarà l’uccisione del giovane in modo brutale, a casa sua che aprirà le porte al cambiamento. Lui denuncerà i soprusi del fascismo salazariano, indicherà dove trovare il corpo del povero Monteiro (sul letto di casa sua) poi, metterà le sole cose che gli serviranno in valigia , poi chiuderà la porta andando verso una vita nuova, che nemmeno lui conosce.
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Nella scena finale si vede un uomo che chiude la porta, poi la riapre, prende il ritratto della moglie e le dice con il sorriso bellissimo pieno di bonaria ironia che era solo di Mastroianni: “Sciocchina, che credevi che non ti portavo con me?”
Esce per la strada ed è leggero, vestito di banco, con la giacca buttata sulle spalle. Cammina sorridente, libero. Tutte le abitudini dentro le quali si nascondeva, lasciate a casa. No. Non tutte. Anche nel cambiamento più radicale bisogna che ci sia un elemento di continuità. La foto di tua moglie con la quale continui a parlare come se fosse lì, presente, a sentirti e a risponderti.

Un bellissimo film, dal quale si percepisce che qualcosa sta per accadere... Non accade. Senti un qualcosa, che scuoterà il protagonista… Niente. Tutto avverrà nel finale, tutto il film è una preparazione per i pochi fotogrammi conclusivi. Quando avvenuto il cambiamento, l’Uomo Nuovo camminerà verso un futuro luminoso anche se sicuramente incerto, ma luminoso perché luminoso sarà lui.
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Una delle ultime apparizioni cinematografiche di Mastroianni, al qual già tremano le mani, forse anche per questo più bella. Lui è lì, dolce e mite, impaurito del suo stesso divenire, eppure, quando la forza delle cose si mostra con tutta la brutalità, è proprio in quel momento che lui è più sereno. Ha smesso di combattere ed è diventato un giovanotto, leggero, bianco, allegro e bello.
E così, forse, dovremmo immaginarcelo adesso.
Una bellissima colonna sonora che sale progressivamente, lascia immaginare il tema ma non esplode mai se non alla scena finale dove musica ed immagini finalmente si comporranno in una melodiosa armonia danzata da un uomo grasso sulla cadenza di passo leggero.
Molto bella la voce narrante che ripente incessantemente “Sostiene Pereira” “Sostiene Pereira” in modo cadenzato, quasi ipnotico. Mediocre la recitazione degli altri attori (in special modo quella di Nicoletta Braschi) non all’altezza del protagonista.

Col. Douglas Mortimer

lunedì 28 gennaio 2008

LA FAVOLAMAGICASETTE


LAFAVOLAMAGICASETTE

In un villaggio di un luogo imprecisato dell’Europa orientale e in un altrettanto imprecisato tempo, ma molti secoli sono ormai passati, il rabbino, essendosi fatto vecchio pensava alla sua sostituzione.
Fu così che si isolò nel bosco per sette giorni e altrettante notti aspettando che l’ispirazione venisse a visitarlo. Alla fine del periodo di meditazione tornò allo Shtelt tutto felice, correndo e agitando le braccia.
“Ho trovato la soluzione! Riunite tutta la comunità che ho qualcosa da dirvi!”
Quando tutta la cittadinanza fu adunata nella unica piazza, avanti alla Sinagoga, il Rabbi così si espresse:
“Cari amici, mi sto facendo vecchio e sarei felice di morire sapendo chi prenderà il mio posto.
Per diventare il capo di questo popolo bisogna essere saggi e per essere saggi bisogna avere la conoscenza.
Per avere la conoscenza non deve mancare la memoria e siccome la memoria, più è lunga e più genera conoscenza quindi saggezza, decido che chi di voi mi mostrerà di avere la memoria più remota sarà designato a divenire Rabbi e quindi capo di questo villaggio”. ?!
“Chiunque si potrà presentare a sostenere la prova”.

I poveri ebrei si battevano i pugni in testa, si tiravano i ricci e la barba andando alla ricerca di un fatto remoto da raccontare al loro capo-villaggio per dimostrare di essere degni della successione.
Alla fine, nel giorno stabilito, si presentarono alle porte della Sinagoga sei tra i più anziani –quindi saggi- provenienti dai villaggi vicini e un ragazzo.
Il Rabbi li guardò a lungo e alla fine disse loro: - Tornate tra sette giorni e raccontatemi la cosa più remota che vi ricordate. Poi tornerete tra sette altri giorni e mi direte perché è la più vecchia-.

Si sciolse l’assemblea e ognuno corse a riferire al suo rabbino (ogni villaggio ne possiede uno) e a chiedere consiglio. L’unico che non potè farlo fu il ragazzo. Già l’altro suo concorrente si era rivolto al Rabbi del suo Shtelt e si sa: su una materia lui si può esprimere una volta sola.
Tornò alla sua casetta nel bosco e si affacciò triste alla finestra.
“Mio Dio, in che guaio mi sono cacciato! E adesso cosa gli dico tra una settimana? Gli altri sono tutti più vecchi e inoltre hanno l’aiuto dei saggi dei loro villaggi. Ma, se non dico qualcosa finisco che, non solo non divento il governatore ma addirittura finirò per essere lo scemo del villaggio…”.
Proprio in quell’istante passò Shloyme, il pazzo e lo salutò: “Perché piangi Yulke? Che ti succede?” “Lasciami perdere Shloyme, manchi solo tu..”
Passarono i giorni. Nelle case si vedevano uomini anziani seguiti da altri uomini anziani passeggiare intorno al tavolo da pranzo massaggiandosi le barbe, poi sedevano e consultavano grandi libri. Un uomo dietro a uno scanno parlava loro ininterrottamente. Sette giorni e sette notti, senza mai fermarsi.
L’ultima notte Yulke era alla finestra come al solito e , come al solito passò allegro Shloyme, salutandolo. Ma questa volta aggiunse. Fammi entrare; tu sai che non si può negare l’opsitalità e la carità a un mendicante. Fammi entrare dammi pane, formaggio e vino. Quindi sedette e mangiò e soprattutto bevve. Poi finalmente parlò con il ragazzo che per sette giorni e sette notti non aveva né mangiato né dormito e neanche questa volta fece eccezione.
“I vecchi saggi andranno domani dal Rabbi e gli diranno qualcosa, tu gli darai questo foglietto ma solo se mi prometti che quando ti recherai per la seconda volta gli passerai questi altri due. Tu promettimi questo e io ti prometto che sarai tu il successore”.
E’ scemo, pensò Shloyme. Ma accettò; almeno porto qualcosa.


Il giorno successivo nella piazza della Sinagoga c’era tanta gente.
Arrivarono tutti e si allinearono avanti alla poltrona del Rabbi.
Il primo disse: “Mi ricordo del giorno in cui la mela fu tagliata dal ramo”.
Grandi mormorii di approvazione; ecco un ricordo remoto!
Il secondo anziano: “Ecco un racconto che risale assai indietro nel passato. Io mi ricordo del giorno in cui ciò accadde, come pure della candela che ardeva”.
Ooohhh! Tutti furono d’accordo che quella era una storia ancora più vecchia.
Il terzo: “Io mi ricordo del giorno in cui il frutto si mise a crescere per la prima volta. Infatti, in quel momento il frutto cominciava a prendere forma”.
OOOooohh! Ecco una storia ancora più antica.
Ma il quarto meravigliò tutti coi suoi ricordi. “Io mi ricordo il giorno in cui i semi dovevano essere messi nel frutto e mi ricordo il saggio che concepì il seme, e mi ricordo il gusto che aveva il frutto prima ancora che il gusto entrasse nel frutto”.
Tutti gli ebrei salutarono il nuovo Rabbi, girando in tondo e saltando sui due piedi e battendo le mani. Stavano per arrivare i paesani con gli strumenti musicali per fare festa quando
Il quinto –furbo disse-: “Io mi ricordo l’odore che aveva il frutto prima ancora che l’odore entrasse nel frutto”.
Nacque una disputa su chi dei due avesse il ricordo più remoto e, mentre si prendevano a capelli e si tiravano le barbe e i riccioli intervenne l’ultimo anziano.
Il vecchio rabino era stato per tutto il tempo immobile sorridendo compiaciuto della grande saggezza del suo popolo.
Sesto anziano: “Io mi ricordo dell’apparenza del frutto ancor prima che esso fosse visibile e ero ancora bambino”.
Ecco il nuovo rabbino!! Finalmente possiamo fare festa e mentre si preparavano i banchetti nella piazza e si iniziavano a suonare flauti fisarmoniche e violini…

Il ragazzo si avvicinò al capo-villaggio e gli prose un foglietto, poi timidamente si pose nell’angolo più nascosto della piazza.
Legge il foglio, si alza, solleva le mani. Il popolo tace.
Ecco l’ultimo ricordo: “Io mi ricordo di tutte queste cose e mi ricordo ugualmente della cosa che è il Nulla”.
Rimasero tutti a bocca aperta. Immobili. Fulminati.
Il più giovane, un ragazzo. Neanche lo avevano notato….

“E adesso tornate ai vostri villaggi, pensate bene, consultatevi coi vostri saggi.
Avete sette giorni e sette notti. Allo scadere del tempo mi direte il significato dei vostri ricordi”.
Si allontanarono tutti battendosi in testa e lamentandosi hoihoihoihoi e corsero dalle loro guide. Li vedremo per sette giorni e sette notti girare intorno al tavolo della cucina massaggiandosi la barba e strappandosi i ricci inseguiti da oscure figure con grandi libri in mano.

Shloyme si pose alla finestra in attesa di Yulke. Ma non apparve. Per sette notti invece la sua finestra si trasformava in uno schermo e in questo apparivano le immagini delle case del villaggio, famiglie con i loro disagi, la miseria, la povertà, le speranze e la malattia, i timori, le nascite, le morti. I fidanzamenti, i corteggiamenti, i matrimoni. Gli amori infelici. Insomma Shloyme per sette giorni e sette notti ebbe la visione del suo villaggio e dei patimenti del suo popolo. Adesso sapeva che cosa avrebbe fatto se fosse diventato Rabbi.
Un’ora prima dell’incontro, lo scemo apparve. Era allegro e volle pane formaggio e vino. Per 49 minuti (7x7) mangiò, bevve e rise da solo. Poi dette al ragazzo due foglietti e gli ricordò la promessa.
“Va bene ma dimmi una cosa. Come mai sei così allegro tu che sei il più povero, il più idiota, non hai una donna, non hai un amico “
“Ma io rido perché sono pazzo e poi non sarà sempre così. Le cose cambiano”.


Piazza, festa, banchetti musica e, soprattutto
Risposte.
Spiegazioni. Ecco la prima.

Primo anziano.
“Io ricordo il giorno in cui la mela fu tagliata dall’albero, ricordo il momento della mia nascita. Quando fu tagliato il cordone ombelicale”.
E si mise da parte sperando che gli altri non avessero spiegazioni. In quel caso avrebbe vinto lui.

Secondo anziano:
“La candela che ardeva era il bambino nel ventre di sua madre, poiché sta scritto nella Gemarà che nel momento in cui il bambino si trova nel ventre della madre una candela brilla sulla sua testa e lui sa tutto”.
Terzo anziano:
“Io ricordo il momento in cui il frutto si è messo a crescere. Ricordo il momento in cui le braccia e le gambe si sono formate nel grembo di mia madre”.
Quarto anziano:
“Io ricordo il momento in cui il seme doveva essere seminato, ricordo il momento del mio stesso concepimento”.
Quinto anziano:
“La saggezza creatrice del seme rappresenta il momento in cui il mio concepimento era solo un’idea”.
Ma il sesto disse:
“Il gusto anteriore al frutto è il ricordo dell’Essere. L’odore è lo Spirito, la visione è l’Anima.

E tutti salutarono in lui l’uomo saggio che li avrebbe guidati. Ma nel mezzo dei festeggiamenti il ragazzo si avvicinò al Rabbì e gli pose due biglietti dandogli istruzioni.
Fu così che per la seconda volta il vecchio si alzò allungò le braccia e stabilì il silenzo.
Le parole che il popolo udì furono queste.

“Il ragazzo ricorda il Nulla. Ricorda ciò che fu prima dell’Essere, prima dello Spirito, prima dell’Anima. Ricorda la Vita che aleggia sulla soglia dell’Eternità”.
Nella Gemerà è scritto. Il bambino nel ventre della mamma sa tutto e una candela brilla sulla sua testa. Quando nasce passa un Angelo, lo sfiora con le sue ali e immediatamente il bambino dimentica tutto. Passerà il resto della sua vita a ricordare.
In verità il più giovane di noi è quello che ha la memoria più remota perché più vicino al momento del suo concepimento. L’essere che ha memoria più antica è il bambino in fasce. Fin tanto che la sua memoria primordiale non sarà del tutto cancellata lui non potrà parlare. Nei suoi occhi leggiamo l’Infinito”.

Poi aprì il secondo biglietto e lesse ad alta voce:
“Io, Shloyme, sarò rabbino,
i sei anziani formeranno il mio Consiglio e,
poiché il numero della saggezza è sette
Yulke, lo scemo del villaggio, sarà il Primo Ministro”.

Favoletta ispirata alla tradizione ebraica raccolta ne Ben Zimet I racconti dello Yiddishland


Col. Douglas Mortimer